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Torino

Le Appese: un salto nel buio per raccontare la solitudine

Uno spettacolo intenso e sorprendentemente vitale sul tema del suicidio, con Francesca Gemma ed Elena Scalet, in scena il 10 e 11 aprile 2026 a Casa Fools | Teatro Vanchiglia di Torino

Le Appese

Francesca Gemma ed Elena Scalet in una scena de Le Appese

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Venerdì 10 e sabato 11 aprile 2026 alle ore 21.00 Casa Fools | Teatro Vanchiglia, in via Bava 39 a Torino, ospita lo spettacolo Le appese: un allegro spettacolo sul suicidio, scritto da Alice Redini e interpretato da Francesca Gemma ed Elena Scalet.

“Lo spettacolo è un salto nel buio, metaforico certo, ma anche profondamente emotivo. È il buio dei nostri pensieri più nascosti, quello che abita le anime di chi quei pensieri li ha attraversati prima di noi. È un salto senza sapere dove si atterrerà, compiuto nella speranza ostinata di accendere una luce proprio lì, dove sembra impossibile trovarla.

Lo spazio del racconto è una casa: forse disabitata da tempo, eppure ancora carica di immagini, ricordi, tracce di vite passate. È il luogo dei giochi infantili, degli esperimenti ingenui, delle prime prove per diventare adulti. Una soglia sospesa tra ciò che siamo stati e ciò che potremmo diventare. In questo spazio si intrecciano storie di salti, reali e simbolici, che parlano di crescita, fragilità e desiderio.

Lo spettacolo alterna squarci poetici a frammenti di vite spezzate, evocando figure come Sylvia Plath, Amelia Rosselli, Antonia Pozzi, Virginia Woolf e Nadia Campana. Accanto a loro, biografie anonime, esistenze meno note ma altrettanto attraversate da un’attrazione per il vuoto e dalla tentazione di scomparire. Un coro silenzioso che unisce celebrità e sconosciuti in una stessa, fragile umanità.

L’idea di “Le Appese” nasce dalla lettura del romanzo Svegliami a mezzanotte (Einaudi, 2019), in cui Fuani Marino racconta in prima persona un tentativo di suicidio non riuscito. Da questa testimonianza prende forma una domanda tanto semplice quanto difficile da pronunciare: qual è la forza che spinge a compiere quel gesto? Qual è il peso invisibile che porta fino a quel limite?

Su un balcone — reale o immaginato — si incontrano “le appese”: due donne sospese, affacciate alla propria vita come ci si sporge su un cortile, osservando una molletta che cade nel vuoto. È uno spazio di confine, in cui anche il pubblico è chiamato a sostare. Le protagoniste restano in bilico su fili tesi, con le vestaglie che oscillano leggere, come corpi e pensieri trattenuti sulla soglia dell’esistenza.

“Le Appese” parla di suicidio, ma il suo nucleo più profondo è la solitudine. La difficoltà di nominare la tristezza, di ammettere il vuoto. In una società che teme il contagio emotivo, il dolore viene spesso evitato, taciuto, isolato. E nel silenzio può accadere che qualcuno smarrisca il senso, lasciandosi andare — fino a compiere quel salto, magari voltandosi di schiena, per non guardare.

Lo spettacolo nasce così da una serie di domande urgenti: come viene trattata la tristezza oggi? Le concediamo spazio, ascolto, cura? Siamo ancora capaci di sostare nel buio senza averne paura? “Le Appese” non offre risposte definitive, ma invita a guardare più da vicino — e forse, insieme, a restare.

 

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