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Calcio. Chivasso ha il suo scout: Carlo Osso

Il calcio in Italia è quasi una religione, ma solamente pochi si possono considerare veri conoscitori dello sport più amato nel mondo. Uno di questi è Carlo Osso. Il 46enne chivassese, grande innamorato del pallone, lo sta dimostrando da quando da alcuni mesi è diventato osservatore ufficiale della Scuola Calcio per il Torino FC. Osso, cresciuto calcisticamente nella “sua” Calabria, ci racconta come è nata la sua collaborazione con la società granata, partendo dalle origini della sua passione per il calcio. “Sono cresciuto a pane e pallone. Ho giocato in Calabria fino al campionato di Promozione. Dal mio punto di vista al sud ci sono giocatori tecnicamente più forti: se sei veramente bravo emergi perché c’è una competizione maggiore rispetto a quella che c’è al nord”.

Da settembre 2015 sei diventato osservatore ufficiale del Torino.

“Si. Alla fine della scorsa stagione sportiva all’Ettore Pastore di Chivasso si è disputando un torneo riservato agli Esordienti 2003 al quale ha preso parte anche il Torino. Parlando con il loro preparatore dei portieri mi sono permesso di segnalare le qualità di un portiere del La Chivasso che era già stato in prova alla Juventus, ma che la società bianconera aveva scartato. Il ragazzo è stato poi visionato ed è piaciuto al Torino. Da quel momento mi hanno proposto di entrare a far parte della rete degli osservatori granata. A luglio sono stato contattato direttamente da Silvano Benedetti, responsabile tecnico della Scuola Calcio, e dopo alcuni colloqui e un mini-corso sono diventato a tutti gli effetti un osservatore con tanto di tesserino”.

Sicuramente una bella soddisfazione…

“Il calcio è la mia grande passione e personalmente il semplice il fatto di poter regalare la possibilità di provare a realizzare il proprio sogno a un bambino mi rende la persona più felice del mondo. Poi lavorare con una persona come Benedetti mi permette di imparare tantissimo: lui ha una marcia in più rispetto a tutti gli altri”.

Come si diventa osservatore per una società di serie A?

La passione per il calcio e i bambini è l’ingrediente necessario. Vedere giocare un bambino è una gioia per il cuore perché c’è ancora quella naturalezza per il gioco senza malizia, si sta in campo per la sola voglia di divertirsi. Ogni genitore deve portare il proprio figlio al campo sportivo esclusivamente perché si diverta senza mettergli alcuna pressione. Deve lasciargli la totale libertà di esprimersi”.

Quali qualità deve avere un giovane calciatore per farti scattare la molla?

“Ci sono tanti aspetti da valutare: in gergo si parla di “ragazzo di prospettiva” quando in lui ci sono le potenzialità tecniche e fisiche per poter emergere nel corso degli anni. La crescita calcistica di un ragazzo è lunga”.

Perché secondo te, come troppo spesso accade, le società invece di investire su un giovane italiano vanno a cercare i talenti all’estero?

“E’ una questione di business, ma così facendo si fa solamente il male del calcio italiano. Da noi ci sono tanti talenti che meriterebbero piazze importanti. Il Torino è una di quelle società che monitora i settori giovanili”.

E questo calcio così prettamente fisico che a volte lascia ai margini la fantasia ti piace?

“A dire la verità non molto. Io sono un appassionato dei giocatori tecnici, di quelli che con il pallone tra i piedi ti lasciano a bocca aperta e ti fanno sognare. Purtroppo al giorno d’oggi il fisico conta molto più rispetto al passato. I giocatori bravi tecnicamente, ma limitati fisicamente faticano molto di più ad emergere”.

Che rapporto hai con le società della zona?

“Abbastanza buono. Con la Scuola Calcio de La Chivasso ho un’ottima sintonia: Mimmo Caglioti e i suoi istruttori stanno lavorando bene. In particolare c’è un ragazzino del 2006 che ho già portato al Torino e che ha stupito tutti tanto da allenarsi con il primo gruppo di quell’annata”.

Che atteggiamenti hanno le società dilettantistiche quando un suo tesserato entra nell’orbita di un club importante?

“Non sempre hanno comportamenti  rispettosi sia nei confronti del ragazzo che della società. Qualcuno cerca sempre di trarne profitto da questa situazione. Sono convinto che se una società è seria non crea alcun problema se un suo tesserato viene notato da un club di serie A, anzi deve agevolare l’opportunità che si presenta a questo ragazzo. Se un giovane riesce a sfondare nel calcio che conta questo deve rappresentare una festa e un vanto sia per la società nella quale è cresciuto, sia per la sua città”.

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Blogger: Roberto Vannicola

Roberto Vannicola
Cinque, Cinque, Cinque

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