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25 Febbraio 2026 - 12:29
Carlo Calenda, leader di Azione.
C’è una parola che apre il post del leader di Azione Carlo Calenda, pubblicato oggi su Facebook, e ne determina subito l’asse narrativo: “amico”. Non Kiev, non guerra, non inverno, non cittadini al freddo. Amico.
Il racconto comincia così: “Con il mio amico Vitalij Klyčko…”. E in quell’aggettivo possessivo “mio” si sposta il baricentro della scena. Non siamo dentro una città bombardata, non siamo tra centrali elettriche colpite e blackout programmati. Siamo dentro una relazione: è una fotografia politica che parla prima di chi scrive e solo dopo del contesto.
Il sindaco di Kiev, Vitalij Klyčko, viene evocato attraverso la lente dell’amicizia personale. Non come amministratore di una capitale sotto attacco, non come figura istituzionale simbolo di resistenza urbana, ma come “amico” che affronta un inverno difficile. Il conflitto scivola sullo sfondo, diventa cornice tenue.
Poi arriva l’“inverno straordinariamente duro”. Un’espressione che promette drammaticità ma resta sospesa, quasi astratta. Non vediamo le case senza luce, non sentiamo le sirene, non c’è il rumore dei generatori nei cortili, né il gelo che entra negli appartamenti. L’inverno viene nominato, ma non raccontato.
Ed è qui si apre la frattura narrativa, perché parlare di Kiev oggi significa entrare in una città che è diventata simbolo geopolitico; significa toccare il tema della sicurezza europea, della resilienza civile, della vulnerabilità energetica. Invece la frase resta in superficie. Non c’è dato, non c’è dettaglio, non c’è carne.
In chiusura Calenda – o chi per esso - prova a recuperare terreno con una formula quasi motivazionale: “Non si fa spaventare dalle sfide difficili”. È una frase che potremmo trovare in un post aziendale, in un manuale di leadership, in un discorso da convention. Ma dentro un contesto di guerra suona levigata, troppo pulita. Il problema non è ciò che viene detto ma ciò che non viene detto.
Non c’è un posizionamento politico, non c’è una proposta, non c’è un legame esplicito tra Kiev e l’Italia. Non c’è un orizzonte europeo evocato. Il messaggio resta sospeso in una dimensione relazionale: io e lui, amicizia, resilienza. Così la comunicazione si riduce a una fotografia pseudo-diplomatica: una stretta di mano simbolica, una didascalia e non diventa racconto politico: propaganda visiva?!
In un tempo in cui ogni parola su Kiev è anche una dichiarazione di campo, un atto di visione o di prudenza, scegliere la chiave dell’amicizia personale significa abbassare la temperatura del discorso. Significa togliere tensione narrativa e strategica. La città resta fuori campo, l’inverno resta senza immagini, la guerra resta implicita e il lettore, che cerca una posizione, trova solo un rapporto.
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