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Il torinese d’Orsi a Mosca nello studio di Solov’ëv: fascista o voce fuori dal coro?

Dal talk russo alle accuse di Picierno e Calenda, il 24 febbraio riaccende in Italia la guerra delle definizioni e il dibattito sulla libertà di espressione

Il torinese d’Orsi a Mosca nello studio di Solov’ëv: fascista o voce fuori dal coro?

Il professor Angelo d’Orsi ospite del programma televisivo russo “Polnyj Kontakt” condotto dal giornalista Vladimir Solov’ëv.

Il 24 febbraio 2026, data simbolica perché coincide con il quarto anniversario dell’offensiva russa su larga scala in Ucraina, a Mosca, nello studio della trasmissione russa “Solov’ëv Live” siede un professore italiano. Non un politico, non un funzionario, non un diplomatico: uno storico.

La trasmissione è condotta da Vladimir Solov’ëv, uno dei volti più noti della televisione russa, giornalista vicino alle posizioni del Cremlino, sanzionato dall’Unione Europea dopo l’invasione dell’Ucraina e considerato in Occidente uno dei principali interpreti della narrativa russa sul conflitto. “Solov’ëv Live” è un talk politico che mescola interviste, commento geopolitico e collegamenti dal fronte.



In quello studio il torinese Angelo d’Orsi parla per oltre mezz’ora. D’Orsi non è un opinionista improvvisato: è stato professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, allievo di Norberto Bobbio, studioso di Antonio Gramsci, autore di saggi e biografie intellettuali. È una figura che viene dalla tradizione della sinistra storica italiana, non dall’estrema destra né da ambienti nazionalisti, quella che – fino a pochi anni fa – avrebbero definito tutti ‘intelligencija’.

Eppure, nelle ore successive alla trasmissione, nel dibattito italiano il suo nome viene accostato alla parola “fascista”.

Estratti a parti di alcuni politici, cosa ha detto realmente d’Orsi in trasmissione? Nel corso dell’intervista, il professore affronta più temi. Parla della “russofobia” come di una “malattia che di tanto in tanto riaffiora”. Afferma che “la guerra non è iniziata il 24 febbraio: è iniziata molto prima”. Sostiene che “in Ucraina non è una guerra tra Federazione Russa e Ucraina, bensì una guerra che la NATO conduce contro la Russia”. Denuncia un clima che definisce bellico anche in Italia: “Io provo a dirlo, ma vengo etichettato come ‘putiniano’ e, soprattutto, come traditore. E questa è la cosa che più mi preoccupa, perché ‘traditore’ è un termine tipico della narrazione bellica”.

Cita Kant e il suo “Sapere aude”, richiama Marx, richiama Gramsci. Parla dell’Europa come di un’entità che avrebbe “tradito sé stessa” e definisce l’Unione Europea “un corpo ormai privo di vita, che si tenta di mantenere in piedi”. Aggiunge: “Come si può parlare di identità europea escludendo la Russia? Escludendo Dostoevskij, Tolstoj, Čechov?”.

Si può essere radicalmente in disaccordo con questa lettura, ma si tratta di una lettura politica e storica, non di un incitamento alla violenza. Ed ecco partire la reazione di Picierno e Calenda. La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, esponente del Partito Democratico e figura di primo piano nell’ala più convintamente atlantista e filoucraina del centrosinistra, interviene sui social con parole nette: “Solovyev (Solov’ëv , ndr.) è un noto collaboratore del regime di Putin colpito da sanzioni Ue. Solo nel nostro Paese gli sono state sequestrate due ville dal valore di 8 milioni di euro sul lago di Como. Angelo D’Orsi invece è un mediocre propagandista, però molto a suo agio con i criminali di guerra”.



Il linguaggio qui è interessante. La prima parte è fattuale: richiama le sanzioni europee e i sequestri di beni. La seconda parte è valutativa e morale. Mediocre propagandista” non è una contestazione nel merito delle tesi espresse; è una classificazione personale. “A suo agio con i criminali di guerra” sposta infine il piano su un terreno etico, evocando una prossimità morale.

Carlo Calenda, leader di Azione ed ex ministro, alza ulteriormente il registro polemico e affonda: “Due fascisti al servizio di un dittatore fascista che parlano del fascismo dell’UE”. La parola fascista compare tre volte in una sola frase. Non è un incidente lessicale, ma una scelta precisa. È un uso reiterato, martellante, non argomentativo ma identificativo: non serve a costruire un ragionamento né a dimostrare una tesi, bensì a marchiare l’avversario. La ripetizione insistente, quasi ossessiva, trasforma il termine in un’etichetta identitaria. Non si entra nel merito delle posizioni politiche, non si confuta un’idea: si assegna un’identità, si colloca l’altro in una categoria morale prima ancora che politica. È la retorica della nominazione, non della dimostrazione; non persuade, definisce; non spiega, classifica. E quando una parola viene ripetuta con questa intensità, smette di essere un concetto storico da analizzare e diventa un’arma linguistica.

 

Calenda non discute la tesi secondo cui la guerra sarebbe “NATO contro Russia”. Non entra nel merito dell’analisi storica del professor d’Orsi. Colloca entrambi — Solov’ëv e d’Orsi — dentro una categoria morale assoluta.

Ma attenzione all’uso delle parole nel dibattito pubblico italiano: la parola “fascista” ha un peso storico enorme, lo sappiamo bene. Rimanda a un regime preciso, a un sistema politico fondato su partito unico, repressione del dissenso, soppressione delle libertà, culto del capo. Usarla come etichetta generica per chi esprime una posizione geopolitica controversa produce un effetto di slittamento semantico.

Allo stesso modo, la parola “traditore”, evocata da Angelo d’Orsi come accusa che gli viene rivolta, appartiene al lessico della guerra. Il traditore è colui che collabora con il nemico. Ma l’Italia non ha dichiarato guerra alla Federazione Russa. Non esiste formalmente uno stato di belligeranza. Eppure, nel discorso pubblico la categoria del “nemico” (basta leggere alcuni commenti ai post dei due politici) compare sempre più spesso. Quando il conflitto internazionale entra nel linguaggio interno, il dissenso smette di essere solo dissenso e diventa sospetto.

Quando si parla di un conflitto e si definisce una delle due parti “il nostro nemico”, la domanda sorge inevitabile ed è legittima: dunque noi italiani siamo in guerra e nessuno ha il coraggio di dircelo? Giuridicamente, no. L’articolo 78 della Costituzione stabilisce che lo stato di guerra debba essere deliberato dalle Camere e che al Governo vengano conferiti i poteri necessari. Questo passaggio non è mai avvenuto. Non esiste alcuna dichiarazione formale di guerra.

L’Italia sostiene militarmente e politicamente l’Ucraina nel quadro delle decisioni assunte in ambito NATO e Unione Europea, ma non è giuridicamente in guerra con la Russia. Il punto, allora, non è formale ma linguistico e politico: quando si utilizza la parola “nemico”, si attiva un immaginario bellico che supera il dato giuridico. Ed è lì che nasce la frattura tra ciò che siamo formalmente e ciò che, nel racconto pubblico, sembriamo diventare.

Eppure, nel dibattito pubblico italiano, qualcosa è cambiato nel tono. Le parole si sono fatte più dure, più definitive, più divisive. Non è una mobilitazione ufficiale, non c’è una dichiarazione formale, ma il linguaggio talvolta somiglia a quello dei tempi di guerra. È in questa zona grigia, più simbolica che istituzionale, che si colloca il caso d’Orsi.

L’idea secondo cui in Italia si finisce per sentirsi in guerra senza esserlo formalmente non è una semplice citazione letterale, ma potrebbe essere effettivamente una sintesi interpretativa del cuore del suo ragionamento. Nel corso dell’intervista, infatti, d’Orsi torna più volte su un punto: nel confronto pubblico ricorrono sempre più spesso parole come “traditore”, “nemico”, “schieramento”, categorie che appartengono al lessico bellico e che presuppongono una linea di confine netta tra fedeltà e slealtà. E tutto questo avviene mentre, sul piano giuridico, non esiste alcuna dichiarazione di guerra deliberata secondo la Costituzione.

Ma andiamo ora al contesto della trasmissione con un elemento che rende la vicenda ancora più delicata. Subito dopo l’intervista, nella stessa puntata di “Solov’ëv Live”, viene lanciata una raccolta fondi “per sostenere il fronte” e “acquistare droni”. È un passaggio che colloca la trasmissione dentro una cornice esplicitamente militare. Questo dato non può essere ignorato. Ma neppure può essere automaticamente trasformato in prova di sostegno operativo da parte dell’ospite italiano. È la differenza tra contesto mediatico e responsabilità individuale.

La questione che emerge non è se d’Orsi abbia ragione o torto. È se una democrazia sia in grado di tollerare una voce che interpreta la guerra in modo radicalmente divergente rispetto alla linea politica prevalente. La libertà di espressione, sancita dall’articolo 21 della Costituzione e dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, tutela anche le opinioni che disturbano, che irritano, che provocano. Non tutela l’istigazione alla violenza o l’apologia di reato, ma tutela il dissenso politico.

Pina Picierno e Carlo Calenda esercitano, a loro volta, un diritto pienamente legittimo: quello di dissentire, di attaccare, di prendere posizione. La critica è il sale della politica, e la democrazia vive di conflitto regolato. Il punto, però, non è l’esistenza della critica, ma il modo in cui viene formulata. Quando il confronto smette di misurarsi con le argomentazioni e sceglie la scorciatoia delle etichette, qualcosa si restringe. La discussione non si approfondisce, si contrae. Le parole non cercano più di confutare, ma di classificare. E in quel passaggio il politico — che dovrebbe essere spazio di elaborazione, di visione, di complessità — rischia di ridursi a slogan, a marchio, a condanna preventiva.

D’Orsi dice: “Io sono sempre stato dalla parte dei non vincenti”. È una dichiarazione di postura intellettuale. Può essere giudicata ingenua, provocatoria, sbagliata, ma resta un’affermazione anch'essa politica. Il caso d’Orsi è un episodio, ma è anche un sintomo. Racconta una fase in cui il conflitto internazionale si riflette nel linguaggio interno, irrigidendo le categorie. “Fascista”, “propagandista”, “traditore” diventano parole-simbolo, più forti addirittura delle analisi.

La domanda finale non riguarda la Russia, né Solov’ëv, né il 24 febbraio. Riguarda l’Italia: una democrazia è tanto più solida quanto più è capace di sopportare le parole che non le piacciono. Non di condividerle, non di legittimarle, ma di confutarle senza trasformarle in colpa. Nel rumore delle etichette, il confine tra critica e scomunica è sottile. Ed è proprio lì che si misura la maturità dello spazio pubblico.

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