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Cronaca

Il dossier choc sul carcere di Ivrea: detenuti nudi, botte e stanze senza aria (VIDEO)

Abbiamo intervistato l'onorevole Bruno Mellano, garante dei detenuti della Regione Piemonte

"In piedi, al buio, senza panca né ossigeno". L'onorevole Bruno Mellano, garante dei Diritti dei Detenuti della Regione Piemonte,  racconta l’orrore quotidiano nel carcere di Ivrea

Onorevole Mellano, è il 2016. A Ivrea esplode quella che oggi chiamiamo “la rivoltina”. Lei è uno dei primi ad accedere al carcere dopo i fatti. Cosa trova quando entra in istituto?

Quello che troviamo – e documentiamo – è una situazione gravissima, ma già nota. Il carcere di Ivrea era da tempo sotto osservazione, grazie al lavoro costante del Garante comunale, Armando Michelizza. Io stesso seguivo con attenzione i segnali di disagio. Ma quando, nell’ottobre 2016, esce una lettera firmata da un detenuto su un sito di informazione alternativa, e dentro quella lettera si raccontano con estrema precisione una protesta degenerata in violenze, ci muoviamo subito.

Il giorno dopo i fatti entra in istituto Michelizza. Io arrivo due giorni dopo. Parliamo con le persone coinvolte, visitiamo i luoghi. E, nel giro di pochi giorni, organizziamo un accesso ispettivo insieme al Garante nazionale Emilia Rossi. Quella visita, di una giornata intera, è stata decisiva: accediamo ai registri, ai fascicoli, ai documenti interni. E soprattutto incontriamo i detenuti che erano stati coinvolti direttamente nei disordini e nelle presunte violenze.

Cosa vi raccontano? E cosa trovate nella famosa “stanza dell’Acquario”?

Tutto. E niente che potesse essere definito “regolare”.

La cosiddetta “Acquario” veniva presentata come una sala d’attesa per l’infermeria. Ma quella stanza non aveva né panchine, né sedie, né aria, né luce. Era una cella, né più né meno. Una sala di contenimento. Con un vetro oscurato, pareti cieche, assenza di riscaldamento, aria viziata. E, in più, un uso reiterato e opaco. L’amministrazione sanitaria, che ricordo è di competenza regionale, non l’ha mai considerata parte del proprio presidio. E non ha mai autorizzato alcun uso medico o terapeutico di quello spazio.

Eppure, lì ci finivano detenuti per ore, anche seminudi, anche appena pestati.

È stato un uso sistematico?

Non posso dire con certezza quante volte sia accaduto. Ma posso dire che, da quello che abbiamo raccolto e messo nero su bianco nelle relazioni, quella stanza era usata in modo improprio, regolarmente, per contenere e “raffreddare” soggetti problematici o appena trasferiti. In uno dei casi più emblematici, un detenuto è rimasto per l’intera notte a terra, senza vestiti, sotto lo sguardo cieco di un vetro oscurato e privo di ogni tutela sanitaria.

E la “cella liscia”?

Altro simbolo di una gestione carceraria fuori da ogni norma di civiltà. La “liscia” era una cella priva di qualsiasi arredo: solo un materasso ancorato al pavimento, senza coperte, senza televisore, senza riscaldamento. Bagno indecoroso. Finestre sigillate. Uno spazio umiliante, non a norma, eppure utilizzato per l’isolamento sanitario o disciplinare. Lo abbiamo documentato con foto, ispezioni, testimonianze. E lo abbiamo scritto nero su bianco: quella stanza deve essere chiusa e riconvertita. Non è un luogo di detenzione degno di un Paese democratico.

Lei ha accompagnato il Garante nazionale. Poi cosa succede?

La visita si è conclusa con una tappa in Procura. Siamo andati direttamente dal dottor Ferrando, che all’epoca era il procuratore capo. Abbiamo riferito tutto. Dettagli, rilievi, testimonianze, impressioni. Abbiamo chiesto conto di fascicoli aperti da mesi e mai portati avanti. È da quel momento che comincia la lunga strada che ci ha portati, nove anni dopo, al processo che si sta celebrando oggi a Ivrea.

L'Onorevole Bruno Mellano, garante regionale per i Diritti dei Detenuti

E lei oggi era in aula. Che sensazione ha?

Che è nostro dovere esserci. Come Garante, ho deciso di costituirmi in ogni procedimento che riguarda le carceri piemontesi: Ivrea, Torino, Biella, Cuneo. E spero di riuscire a farlo anche per Cuneo, dove l’indagine è più recente. Lo faccio per le persone detenute, che hanno diritto a una pena umana e non degradante. Ma lo faccio anche per la polizia penitenziaria. Perché la stragrande maggioranza degli agenti è fatta da persone perbene, che lavorano con dedizione e serietà. E proprio per questo meritano che le mele marce siano identificate, isolate e, se del caso, condannate.

Sta dicendo che i diritti dei detenuti e quelli della polizia non sono in contrasto?

Tutt’altro. Sono le due facce della stessa medaglia. Se c’è violenza, degrado, sopraffazione, ne soffrono tutti. Anche gli agenti. Lavorare in un istituto che usa manganelli al posto della parola, celle-lager al posto delle stanze, la punizione al posto del diritto, è un rischio per chi ci vive ma anche per chi ci lavora. Serve trasparenza, formazione, stabilità dei vertici. E serve, soprattutto, un cambio di cultura.

Un cambio di cultura?

Sì. La polizia penitenziaria ha cambiato da poco il suo motto: ora parla di speranza. Ecco, questa speranza va declinata nella pratica quotidiana. Va tolto ossigeno all’omertà e vanno dati strumenti a chi vuole lavorare bene. La sorveglianza, la sicurezza, la fermezza devono essere compatibili con il rispetto della dignità. La legge lo dice da sempre. Ma ora deve diventarlo anche la prassi.

E il processo potrà servire a questo?

Io lo spero. Un processo serve a ricostruire, accertare, giudicare. Ma può anche servire a raccontare. A dare voce a chi non l’ha avuta. A far emergere responsabilità, a spezzare catene di silenzio. E, in fondo, anche a restituire credibilità a un’istituzione che, se vuole sopravvivere, deve saper guardare in faccia i suoi fantasmi.

IL DOSSIER SHOCK

Nessuna sedia, nessun letto, nessuna finestra da cui entri aria. Solo pareti sporche, escrementi, vetri oscurati, e la porta chiusa a chiave da fuori. In questa cella, che neppure può essere chiamata tale secondo i parametri minimi europei, un uomo viene rinchiuso per un’intera notte e parte del giorno successivo. In un’altra, senza riscaldamento e piena di feci, viene trovato un materasso strappato ancorato al pavimento. I detenuti la chiamano “cella liscia”. I Garanti la definiscono: “una violazione strutturale grave della dignità della persona detenuta”.

È solo un frammento del devastante quadro che emerge dalla relazione del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, firmata dal Presidente Mauro Palma, a seguito della visita ispettiva condotta presso la casa circondariale di Ivrea nel 2023 dalla Garante Emilia Rossi. Un'ispezione programmata dopo le proteste e i fatti violenti avvenuti tra il 25 e il 26 ottobre 2016, ma anche alla luce delle reiterate segnalazioni di tensioni e maltrattamenti sistematici negli anni precedenti.

La rivolta di ottobre 2016: l’inizio della fine

Il 14 ottobre 2016 quattro detenuti vengono sanzionati per una protesta con l’esclusione dalle attività in comune. Per mancanza di posti nella sezione di isolamento, vengono temporaneamente collocati in celle del quarto piano. Si tratta del nuovo reparto per i transessuali.

È lì che, nella notte tra il 25 e il 26 ottobre, scoppia la cosiddetta “rivoltina”. Le proteste sfociano in violenza: mobili divelti, sanitari rotti, lanci di oggetti contro le guardie. Secondo quanto raccolto dai Garanti, in risposta arrivano percosse, getti d’idrante, contenimenti fisici e chiusure in isolamento fuori norma.

Il detenuto M.D. racconta ai Garanti che quella notte gli agenti fecero irruzione nella sua cella, lo colpirono con l’idrante, lo spinsero lungo le scale fino all’infermeria, dove proseguirono a prenderlo a calci, schiaffi e manganellate davanti al medico. Il referto medico, redatto alle 1.34 del 26 ottobre, certifica “lesioni non compatibili con lo scivolamento” dichiarato dagli agenti. M.D. riporta una contusione all’occhio che attribuisce agli agenti, presenti anche durante la visita.

L’“acquario”: il non-luogo usato come cella di punizione

L’acquario non è una cella, né un locale medico, né un ambiente attrezzato per alcuna funzione. Si tratta di una stanza completamente vuota, priva di impianto di riscaldamento, sedute, aria e luce, con un vetro oscurato da cui si può solo guardare dentro. Qui viene rinchiuso il detenuto E.S., rimasto senza vestiti, in stato di sedazione e in condizioni fisiche precarie per un’intera notte e parte della giornata seguente. Secondo la relazione, “la sala è stata usata come una cella di contenimento, ma priva di qualunque requisito minimo previsto dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”.

Il Garante chiede che l’acquario sia immediatamente messo fuori uso, ristrutturato e integrato al reparto infermieria solo come spazio di attesa, dotato di sedie, aerazione e luce naturale.

La “cella liscia”: degrado, freddo e abbandono

Collocata nel reparto isolamento, la cella liscia è priva di arredi, senza riscaldamento e con una finestra sigillata. L’aria entra solo attraverso una grata esterna con nove fori. Il materasso è strappato, sporco e scaduto. Il bagno è in uno stanzino accanto, privo di vetri, invaso da feci e maleodorante. La Polizia penitenziaria sostiene che la cella non venga usata da anni. Ma la documentazione, e la testimonianza di E.S., dimostrano il contrario.

Secondo il Garante, “la cella liscia va chiusa, sanificata e ristrutturata completamente, perché rappresenta una violazione dei più elementari diritti della persona”. In quelle condizioni, non può essere utilizzata nemmeno temporaneamente.

Il Garante denuncia anche l’assenza totale dei registri degli eventi critici e dei provvedimenti disciplinari a carico di agenti e detenuti. Tutto è affidato a un database generico, dove eventi gravissimi e fatti minori vengono mescolati senza distinzione. Un sistema opaco che impedisce qualsiasi controllo tempestivo o ricostruzione attendibile.

Tra le richieste immediatamente inoltrate dal Garante nazionale al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e alla Direzione del carcere di Ivrea:

  1. Chiusura immediata e ristrutturazione dell’acquario e della cella liscia.

  2. Assegnazione urgente di un comandante stabile della polizia penitenziaria presso l'istituto.

  3. Istituzione di registri per eventi critici e provvedimenti disciplinari.

  4. Revisione delle celle del reparto isolamento, oggi prive anche dei più basilari strumenti per garantire la dignità del detenuto.

  5. Rispetto delle indicazioni sanitarie e controllo sull'operato dei medici interni.

“Una struttura fuori controllo”

Ciò che è stato osservato durante la visita – scrive il Garante – conferma le denunce ricevute negli anni, restituendo un’immagine di abbandono istituzionale, disorganizzazione e, in certi casi, vera e propria violazione dei diritti fondamentali”.

Il dossier integrale, ora pubblico, fa luce su un carcere che per anni ha operato in zone grigie, dove l’assenza di controlli sistematici ha permesso l’instaurarsi di pratiche che nulla hanno a che vedere con la legalità costituzionale. La casa circondariale di Ivrea non è un luogo qualunque: è una ferita ancora aperta nel cuore dello Stato di diritto.

Il Garante regionale Bruno Mellano

Nel cuore del dossier stilato dal Garante regionale Bruno Mellano e trasmesso al Consiglio Regionale del Piemonte, c’è la conferma, punto per punto, di molte delle criticità più gravi denunciate a Ivrea: celle di isolamento indecorose, detenuti con lividi visibili anche a distanza di giorni, pestaggi notturni, e l’utilizzo sistematico della famigerata “sala d’attesa dell’infermeria” – l’“Acquario” – come vera e propria seconda cella liscia.

Mellano riferisce di aver visto personalmente Surco, Pena Arce e Grottini in cattive condizioni. In particolare, Surco sarebbe stato visibile insanguinato all’interno dell’Acquario, completamente esposto alla vista di chiunque passasse nel corridoio dell’infermeria il 26 ottobre 2016, poiché la vetrata dell’ambiente non era oscurata.

Particolare attenzione viene dedicata anche al detenuto marocchino Ben Chaleb, claudicante e costretto ad utilizzare le stampelle, eppure comunque coinvolto nelle proteste e sottoposto ad azioni di contenimento.

Uno dei punti più critici riguarda il referto medico relativo a Marco Dolce: il documento sanitario segnala esplicitamente l’incongruenza tra le contusioni rilevate e la dinamica dell’evento riferita dal detenuto, lasciando intendere che la versione ufficiale non sia credibile.

Il Garante regionale definisce senza mezzi termini la “cella liscia” al piano terra “in pessime condizioni strutturali e di pulizia”, smascherando la dichiarazione dell’Amministrazione secondo cui non veniva più utilizzata da tempo. Al contrario, emerge l’uso recente e frequente di quella stanza spoglia come luogo di isolamento sanitario o disciplinare.

Ma ancor più dura è la descrizione della sala d’attesa dell’infermeria, il famigerato “Acquario”. Mellano sottolinea che l’ambiente, completamente privo di sedute o arredi, oscurato da una vetrata e dotato di una sola apertura sigillata con metallo e plastica opaca, non rispetta alcuno standard minimo per poter essere destinato ad accogliere persone in attesa di visita medica. Eppure, secondo i riscontri raccolti, veniva sistematicamente usato come cella di contenimento, con detenuti lasciati a terra per ore o addirittura per l’intera notte. “È palese – scrive Mellano – l’utilizzo di quello spazio come seconda cella liscia dell’istituto”.

I referti medici, i colloqui con i detenuti e le testimonianze acquisite dal Garante confermano numerosi casi di lesioni gravi, ecchimosi, lividi, molti dei quali incompatibili con le versioni fornite dagli agenti. Particolarmente drammatiche le condizioni di Eduardo Emilio Surco, che racconta di essere stato costretto a mani nude a difendersi dagli agenti che lo avrebbero colpito con manganelli dopo averlo trascinato, sedato e lasciato per ore nell’Acquario. Le testimonianze convergono con le lettere inviate da altri detenuti e con quanto riportato nei colloqui del Garante.

Lo stesso vale per Marco Dolce, trasportato con la forza attraverso le scale, preso a pugni e manganellate, con prognosi medica di 5 giorni. Le sue dichiarazioni – così come quelle di Angelo Grottini e Alex Pena Arce – sono coerenti con i riscontri visivi del Garante, che accerta lividi anche a distanza di una settimana.

L’inchiesta parte da una lettera pubblica

La miccia che ha fatto esplodere la bomba è stata una lettera di denuncia firmata dal detenuto Matteo Palo e pubblicata sul sito “InfoOut” il 29 ottobre 2016. Da lì, l’intervento del Garante comunale, poi quello del Garante regionale, infine la verifica della Garante nazionale Emilia Rossi. La ricostruzione degli eventi si è basata su ispezioni dirette, colloqui riservati con detenuti trasferiti a Novara e Cuneo e visite mediche documentate.

Tutti i detenuti che si ritiene siano stati vittime o testimoni delle violenze (tra cui Surco, Dolce, Pena Arce, Grottini, Ben Chaleb) sono stati spostati nel giro di poche ore. L’interpretazione del Garante è chiara: non un trasferimento di routine, ma un tentativo di allontanare rapidamente le “prove viventi” di quanto accaduto nel carcere di Ivrea la notte tra il 25 e il 26 ottobre.

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