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16 Settembre 2021 - 15:58
CHIAVERANO. Trent’anni di carriera Maurizio Brunod, li ha compiuti lo scorso anno, nel 2020, in pieno lockdown.
Questa circostanza non gli ha permesso di celebrarli come avrebbe voluto e cioè sul palco, suonando per il suo pubblico internazionale in una di quelle turneè che oltrepassano l’Atlantico, magari. E non gli ha permesso neppue di promuovere, così come avrebbe voluto quell’album fatto uscire apposta in occasione dell’importante ricorrenza. “Maurizio Brunod Ensemble”.
“Sono stati trent’anni molto belli, molto intensi e con grandissime soddisfazioni - racconta l’artista chiaveranese -. Purtroppo l’album realizzato per questa ricorrenza è uscito proprio nel marzo 2020, in concomitanza con il primo grande lockdown. Tutte le grosse promozioni realizzate in Italia e all’estero non sono state fatte”.
Quei giorni bui passavano sfogliando un’agenda sulla quale cancellare date importanti. Eventi che non sarebbero più potuti tornare.
“A questo disco sono molto legato - prosegue - perché ho voluto mettere tutte mie composizioni realizzate in trent’anni di carriera e riarrangiate. Il progetto l’ho realizzato con due giovani talenti: il pianista Emanuele Sartoris e Marco Bellafiore, al contrabbasso, abbinati a due star del jazz italiano: Daniele Dibonaventura, al bandoneon, e Gianluigi Trovesi, al sax e al clarinetto. Mi piaceva l’idea di fondere le nuove generazioni e quelle più mature, stando nel mezzo”.
Quando hai scoperto la tua passione per la musica e la chitarra in particolare?
“Ho iniziato a suonare ad 11 anni ritrovando in casa una chitarra classica che mia madre mi impose di studiare quando avevo 6/7 anni. Ma se all’epoca non mi interessava, qualche anno dopo ho iniziato a strimpellarla con gli amici che facevano le canzoni, imparando così i primi accordi. Successivamente ho iniziato a studiare proprio chitarra classica. Io non faccio musica classica, ma continuo a studiarla perché è una cosa che ritengo molto importante per l’impostazione. Da lì ho iniziato ad avere qualche piccolo gruppo. Suonavamo rock, progressive. Sono un grande appassionato di Genesis, Peter Gabriel”.
L’incontro con Massimo Barbiero
“L’incontro con lui mi ha aperto lo sbocco verso il jazz. Ancora adesso collaboriamo per concerti e per l’Ivrea Jazz Festival. In quel periodo studiavo con Claudio Lodati, grande chitarrista torinese cui piacque il mio approccio.E iniziammo, così, a suonare sia in duo che in quartetto. Sono stati i primi concerti veri e propri in giro per i club sia in Italia che all’estero. Sono stato in Jugoslavia a suonare prima che scoppiasse la guerra. Il gruppo fondato con Massimo Barbiero, Enteneller, ha iniziato a muovere i primi passi in quegli ani lì e ancora adesso è vivo e presente. Abbiamo fatto insieme moltissimi dischi con moltissimi personaggi. Abbiamo avuto anche la fortuna di suonare con Tim Berne, uno dei più grandi sassofonisti americani, moltissimi artisti italiani di livello assoluto. E da lì si è sviluppato il mio percorso che ha iniziato ad essere un percorso sempre più personale. Ho iniziato a fare concerti in solo alla chitarra elettrica con effettistica o solo strumenti classici, acustici”.
E poi il successo...
“Ad un certo punto quelli che erano i miei miti nell’ambito jazz e dintorni li ho conosciuti e con molti di loro ho registrato dischi e fatto concerti. Un esempio su tutti Ralph Towner (ospite anche dell’ultima edizione dell’Ivrea Jazz Festival), uno dei più grandi compositori, chitarristi, pianisti della storia. Un altro esempio è Enrico Rava, Javier Girotto. Musicisti americani, inglesi, norvegesi”.
Qual è stata la tua più grande soddisfazione?
“Ogni passaggio della mia vita professionale è stato costellato da soddisfazioni. Piccole o grandi che fossero, ma mai avrei immaginato di suonare con Enrico Rava che è stato uno dei miei miti assoluti. Un’altra cosa che mi ha riempito il cuore è stato incidere nel mitico Rainbow Studio di Oslo, la mecca della registrazione jazzistica mondiale. Tutti i più grandi musicisti del mondo hanno registrato in questo studio”.
Un musicista eclettico
“Ho sempre ascoltato musica di diversa provenienza - spiega Brunod -. Dalla musica etnica alla musica classica, al jazz, il rock progressivo. Non mi sono mai dato grandi limiti”.
Quali strumenti suoni? “Suono la chitarra classica, l’elettrica, l’acustica, la chitarra jazz. Per un po’ di anni ho suonato anche la dodici corde. Il mio approccio è sempre stato abbastanza largo. Alla base di tutto per me c’è il tocco, il sound”.
I concerti negli Usa
“Fino a cinque anni fa non ero mai stato negli Stati Uniti, cosa piuttosto anomala per un jazzista. Tramite un liutaio che mi costruisce gli strumenti, sono stato ad un Festival in Pensylvania e da lì una settimana a New York. Senza nessuna pretesa. Invece, fin dalla prima sera nella Grande Mela, ho iniziato a conoscere persone molto interessanti, musicisti. Ho iniziato a fare jam session nei locali. Nel giro di tre o quattro turneè negli Stati Uniti, sono riuscito ad avere una band a mio nome con musicisti americani spettacolari e a suonare nei più bei club newyorkesi con la mia band e musica mia. Davvero una grandissima soddisfazione. Ho suonato anche ad un festival di chitarre a Woodstock. Altra grandissima soddisfazione”.
Maurizio Brunod è più conosciuto all’estero o in Italia?
“Parliamo sempre del “ghetto” del jazz. , nicchia musicale, ma con grandi appassionati. Studiano i libri, i dischi, sanno i nomi di tutti e mediamente hanno una grande conoscienza di tutto il mondo jazzistico. In Italia so di essere piuttosto conosciuto perché nelle varie classifiche pubblicate dai giornali di settore, da ormai tanti anni ho la fortuna di essere tra i primi 3/5 chitarristi nazionali nelle varie classifiche. Nella nicchia degli appassionati, sicuramente in alcuni Paesi sono conosciuto”.
Quel cameo di mezzo minuto con Cosmo.
“Proprio durante la pandemia , ho incontrato Marco Jacopo Bianchi, in arte Cosmo. Siamo entrambi eporediesi e amici da tanti anni. Non avevamo mai pensato di fare nulla assieme perché lui arriva dalla musica elettronica, una musica fatta per ballare, per muoversi. Invece ci siamo ritrovati nel suo studio dove ho improvvisato un pezzo alla chitarra che è stato inserito nel brano “La cattedrale” contenuto nel suo ultimo album “La terza estate dell’amore”.
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