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14 Aprile 2026 - 10:20
Una condanna per maltrattamenti e lesioni, un’altra per stalking. Eppure torna in libertà. È questo il punto da cui parte lo sfogo disperato di Chiara Balistreri, influencer bolognese di 24 anni, che sui social si mostra in lacrime dopo aver appreso che il suo ex compagno, Gabrel Constantin, uscirà dal carcere.
La notizia le arriva direttamente dalla polizia: «Mi sono svegliata con una chiamata della polizia di Bologna che mi informava che Gabriel tra due giorni tornerà a casa, con il dispositivo». Il riferimento è al braccialetto anti-stalking, un sistema composto da due dispositivi: uno per l’aggressore, non rimovibile, e uno per la vittima, che viene avvisata se l’uomo viola le distanze imposte.
Ma per Balistreri non è una soluzione. È un rischio. «Dispositivo che io non accetto, perché se dovesse mai succedermi qualcosa, mi devono avere sulla coscienza, tutti quelli che hanno preso la decisione di rimandarlo a casa un’ennesima volta», afferma.
Il ritorno in libertà arriva dopo una riduzione della pena disposta a inizio marzo: Constantin, inizialmente condannato a sei anni e tre mesi, ha ottenuto uno sconto di sei mesi. Una decisione che aveva già scatenato la rabbia della giovane, che aveva attaccato duramente lo Stato, definendolo incapace di proteggere le vittime di violenza.
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Ora quella rabbia si trasforma in paura concreta. Il pensiero di rivedere l’ex compagno nella stessa casa in cui ha subito violenze per anni è devastante: «In una casa dove sono quasi morta, nella stessa casa in cui ci sono due bambine minori, dove io ho preso botte per cinque anni».
Nel suo racconto emergono anche altri elementi che rendono ancora più controversa la decisione: fughe dai domiciliari, episodi di violenza anche durante la detenzione, fino a una rissa grave in carcere. «Allo Stato non basta che lui sia scappato già due volte dagli arresti domiciliari, non basta che ha fatto parte di una rissa in carcere enorme, che si sia rivelato in carcere più volte violento», denuncia.
E ancora: «Non basta che abbia picchiato il suo compagno di cella durante la detenzione e pochi mesi fa gli abbia rotto la mascella, facendolo sottoporre a un intervento chirurgico».
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Parole che diventano un atto d’accusa diretto al sistema giudiziario: «A prendere la decisione di rimandarlo a casa, perché merita una seconda possibilità, sono state tre donne e questa cosa mi fa ancora più schifo. Questo è uno Stato di merda, che non ci tutela».
Il caso riaccende un tema che in Italia torna ciclicamente: la distanza tra le misure previste e la percezione di sicurezza delle vittime. Il braccialetto elettronico, strumento pensato per prevenire nuovi episodi di violenza, viene rifiutato da chi dovrebbe beneficiarne, segno di una fiducia ormai compromessa.
Lo sfogo di Balistreri si chiude con parole che raccontano un senso profondo di abbandono: «Se io domani mi dovessi fare giustizia da sola, perché mi trovo in una situazione di pericolo in cui è richiesta una mia reazione o perché magari perdo la testa, lui a casa, io però in carcere ci andrei e la mia pena la sconterei».
E poi la domanda che pesa come una condanna: «Perché le carceri sono piene e a me cosa ca**o me ne frega?».
Un grido che va oltre il singolo caso e che fotografa una frattura evidente: da una parte le sentenze e le procedure, dall’altra la paura reale di chi, nonostante le condanne, continua a sentirsi esposto.
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