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Violenza di genere “così detta”, per la presidente della Rete delle Donne: “Non è una svista, ma un segnale pericoloso"

L'avvocata Fabiola Grimaldi interviene: “Sono parole che allontanano le vittime. Le forze dell’ordine devono essere presidio di fiducia, non di dubbio”

L'avvocata Fabiola Grimaldi, presidente della Rete delle Donne

L'avvocata Fabiola Grimaldi, presidente della Rete delle Donne

La crepa non è solo linguistica. È culturale, giuridica, perfino simbolica. E a dirlo, con parole nette, è chi quella crepa la osserva ogni giorno nei tribunali e nei percorsi delle vittime.

Dopo le polemiche sollevate dal titolo del corso organizzato dalla Polizia Locale di Nole — quel “Principali reati espressione della c.d. violenza di genere” che ha acceso il dibattito — arriva la presa di posizione dell’avvocata Fabiola Grimaldi, presidente della Rete delle Donne, associazione attiva da oltre tredici anni nel Canavese sul fronte della prevenzione e del contrasto alla violenza contro le donne.

Una reazione che si innesta direttamente nella riflessione già aperta dall’articolo pubblicato su La Voce e che ne rafforza il punto centrale: il linguaggio, quando si parla di violenza di genere, non è mai neutro.

Definire la violenza di genere come ‘cosiddetta’ in un contesto istituzionale è un segnale preoccupante di arretramento culturale”, afferma Grimaldi. Non è una questione di forma, ma di sostanza. “Non si tratta di etichette, ma di riconoscimento della realtà: la violenza di genere è una categoria giuridica precisa e un dramma sociale quotidiano”.

Il cuore della critica sta proprio lì, in quel prefisso apparentemente innocuo — “c.d.” — che nel titolo della giornata di studio rivolta alla Polizia Locale, rischia di trasformarsi in una presa di distanza. Una distanza che, secondo l’avvocata, può avere conseguenze concrete. “Usare quella formula delegittima il fenomeno e rischia di trasmettere agli agenti in formazione un senso di distacco critico che è l’esatto opposto dell’empatia e della tempestività richieste dal Codice Rosso”.

Il paradosso, già evidenziato nell’articolo, si fa ancora più evidente nelle parole di chi lavora sul campo: un corso che nei contenuti affronta temi fondamentali — dall’approccio alla vittima alle dinamiche psicologiche, fino agli strumenti normativi — viene “incorniciato” da un titolo che ne indebolisce la portata.

È un titolo che invalida la missione stessa del corso”, insiste Grimaldi.

Ma il punto, per la presidente della Rete delle Donne, è anche un altro: il ruolo delle forze dell’ordine come primo presidio per le vittime. “Le forze di polizia sono il primo contatto per chi denuncia. Se l’istituzione stessa definisce il fenomeno come ‘cosiddetto’, trasmette un messaggio di scetticismo”.

Un rischio tutt’altro che teorico. Perché quel dubbio semantico può tradursi, nella percezione di chi denuncia, in una crepa nella fiducia. “Suggerisce che il problema sia gonfiato o che sia solo un’etichetta ideologica. È un distacco che mina la fiducia della vittima: se chi deve proteggermi non crede nemmeno alla definizione del reato che sto subendo, come potrà accogliermi senza pregiudizi?”.

Parole che si inseriscono in un contesto già segnato da criticità note: la vittimizzazione secondaria, la difficoltà di essere credute, il timore di non essere ascoltate. Tutti elementi che rendono ancora più delicato ogni aspetto della formazione degli operatori, a partire — appunto — dal linguaggio.

C’è poi una dimensione storica e culturale che l’avvocata richiama con chiarezza. “Negli anni ’80 o ’90 poteva esserci un’incertezza terminologica; oggi, con i dati drammatici sui femminicidi e sulle violenze domestiche, quel ‘c.d.’ suona come un negazionismo semantico involontario (o peggio, consapevole)”.

Non è solo una questione di aggiornamento lessicale, ma di allineamento con un’evoluzione normativa e sociale ormai consolidata. La violenza di genere è riconosciuta nelle leggi, nelle politiche pubbliche, nei protocolli operativi. Metterla tra virgolette, anche solo indirettamente, significa — nella lettura di Grimaldi — fare un passo indietro: “Peccato, un’altra occasione mancata”, conclude.

Una frase che pesa come un bilancio. Perché la giornata di formazione, nelle intenzioni, rappresenta un investimento importante sulla preparazione degli operatori. Ma su temi come questo, suggerisce la reazione dell’avvocata, non basta fare formazione: bisogna anche saperla nominare.

E in quella distanza di due lettere — “c.d.” — si gioca, ancora una volta, una partita più grande: quella tra consapevolezza e arretramento, tra cultura istituzionale e percezione sociale, tra fiducia e dubbio.

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