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“I giovani sono pochi come dopo una guerra”: l’allarme severo di Mattarella

Il Presidente invoca misure reali e inclusione per fermare il collasso demografico

La quinta edizione degli Stati Generali della Natalità si è trasformata in un punto di non ritorno per il dibattito pubblico italiano grazie all’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, accolto all’Auditorium della Conciliazione dagli applausi e dalla cornice istituzionale della manifestazione organizzata dalla Fondazione per la Natalità guidata da Gianluigi De Palo. Un appuntamento che, nella visione del Capo dello Stato, non è più soltanto un momento di riflessione, ma un vero banco di prova per misurare la tenuta futura del Paese.

Mattarella ha messo in chiaro da subito la gravità della crisi demografica, prendendo la parola dopo il saluto del presidente De Palo e ringraziando i bambini che avevano intonato l’inno nazionale. Nel suo discorso, denso e articolato, il Presidente ha evidenziato come l’Italia si trovi davanti a un fenomeno senza precedenti nella storia recente, con un numero di giovani «più pochi che mai». Una condizione che, secondo il Capo dello Stato, si era verificata solo dopo periodi devastanti come le grandi guerre.

Richiamando l’articolo 31 della Costituzione, Mattarella ha ribadito la portata pubblica e non privata del tema della natalità, sottolineando che «è il senso di una coscienza collettiva capace di sviluppare reti di solidarietà» e ricordando che la Repubblica deve «agevolare con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi». Parole che hanno trovato un forte riscontro nella platea, consapevole del ruolo centrale che la questione demografica riveste nella tenuta sociale, culturale ed economica del Paese.

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Il Capo dello Stato ha ricostruito con precisione gli effetti di un declino che incide sui territori, sulle comunità e sulle prospettive delle nuove generazioni. Ha citato i dati ISTAT, che mostrano tra il 2014 e il 2024 una riduzione del 6% della popolazione nei comuni periferici e quasi dell’8% in quelli ultraperiferici, confermando come il fenomeno non sia più confinato ai centri minori, ma inizi a coinvolgere l’intero tessuto nazionale.

Il passaggio più politico del discorso ha riguardato il lavoro e le condizioni di vita dei giovani italiani, troppo spesso intrappolati in un percorso di ritardi forzati: «In una società centrata sulla velocità, sul tempo reale, i giovani rischiano di essere in costante ritardo, ma non per loro responsabilità». Ritardi nel trovare un’occupazione stabile, nel rendersi autonomi, nel poter accedere a un’abitazione e nel progettare una famiglia. Mattarella ha indicato come imprescindibili salari adeguati e servizi sociali efficienti, strumenti senza i quali non è possibile affermare una reale libertà di scelta.

Non è mancato un passaggio sull’integrazione degli immigrati, tema che Mattarella ha affrontato senza ambiguità, affermando che la natalità non è in contrapposizione con l’accoglienza, ma che una società capace di includere è una società più forte e più solidale: un punto di vista condiviso anche da De Palo, al quale il Presidente ha rivolto un ringraziamento esplicito. «Non siamo condannati al declino. Il nostro domani è nelle nostre mani», ha affermato nelle battute conclusive, indicando con nettezza che la sfida demografica non è una statistica, ma un terreno di responsabilità collettiva e di scelta politica.

L'intervento, sostenuto da un lungo applauso finale, ha riportato al centro del confronto pubblico la necessità di un impegno comune, non solo per combattere lo spopolamento e l’invecchiamento, ma anche per ricostruire un clima culturale che restituisca ai giovani la prospettiva di un futuro possibile. Un futuro che, nelle parole del Capo dello Stato, non potrà mai essere scritto senza mettere la persona, la famiglia e la generatività al centro delle priorità nazionali.

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