In queste settimane il mondo studentesco è in fermento: le tragiche morti di due giovanissimi mettono sotto accusa l’istituto dell’alternanza scuola-lavoro, mentre le cariche della polizia hanno allargato il fronte della protesta con l’occupazione di diversi istituti scolastici, anche a Torino.
Per questo motivo mi è apparso un po’ banale che gli studenti di un liceo romano reclamino come fatto di libertà il superamento di un determinato dress-code (codice d’abbigliamento) più che preteso, diciamo, «consigliato» dall’istituto. L’impressione che tutto sia un po’ infantile deve averla ricavata anche Dacia Maraini che di pensieri sulla libertà femminile ne ha espressi parecchi. Dalle pagine del Corriere, la scrittrice definisce «scolara» la giovane a cui una docente ha rivolto, per il suo comportamento e il suo abbigliamento, una frase dispregiativa.
Chi di noi, scolare, non ha accennato a qualche passo di danza in classe, tra un’ora e l’altra? Magari, come nel mio caso, al grido di «olé!», per farmi beffe di un insegnante che – ingenuamente – ci aveva confidato la propria passione per il flamenco? Dico scolare, accennando a chi frequenta la scuola dell’obbligo e non il liceo, come nel caso della giovane dell’«Augusto Righi» di Roma che ha sollevato tante proteste tra gli studenti.
Chi non ha rivendicato il diritto di mettersi «quello che mi pare», dinnanzi a un genitore un po’ restio a consentire gonne cortissime, collant a rete, scollature e jeans strizzati? Per non parlare degli occhi bistrati, degli strappi agli orari di rientro serale, eccetera? Rivendicare la libertà di scegliere è cosa opposta al seguire le mode, ci avverte Dacia Maraini. Come darle torto? Parte della libertà femminile è il pieno controllo del proprio corpo o, come si diceva, «l’autodeterminazione».
Ho frequentato il primo anno delle superiori all’Istituto «Domenico Berti» di Torino, la scuola per maestre che aveva la fama di essere «all’antica» e, proprio per questo, consigliata a mia madre da una conoscente. E da «scolara» mi accadde di sentire l’apprezzamento pesante di una profia di latino rivolto ad una ragazza per via della gonna corta: «sei vestita come quelle di corso Massimo». Insomma ognuna ha le sue strade per nominare l’innominabile a scuola.
Come lo sciopero bianco nelle fabbriche (scrupolosa applicazione dei regolamenti in modo da rallentare lo svolgimento del lavoro) è una delle forme di protesta possibili, così, per solidarietà con la mia compagna e per dimostrare tutta la mia contrarietà a quel commento, dal giorno dopo e per un po’ andai al «Berti» con il grembiule nero delle «medie» che avevo appena smesso, sperando che qualcuno, incuriosito, mi consentisse di parlare dell’accaduto.
Non so chi capì il mio «sciopero bianco», nessuna mi imitò, anche perché al «Berti», allora, non si faceva nemmeno lo sciopero vero, benché venissero gli studenti da fuori a fare i picchetti. Al più, quelle dell’ultimo anno, come si diceva, tagliavano. Di lì a poco, le ragazze della mia generazione, aggiungendosi alle altre, avrebbero gridato nei cortei: «il corpo è mio e lo gestisco io».
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