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10 Luglio 2014 - 15:29
Battaglia di Novara
Nato a Torino il 12 gennaio 1789, Ettore Perrone lasciò quasi subito gli agi nobiliari per arruolarsi come soldato semplice volontario a sedici anni, in fanteria, nel 1806, nella “Lègion du Midì”, composta quasi interamente da Piemontesi, elogiati da Napoleone medesimo. Di stanza all’isola atlantica di Aix, tra la Rochelle e Rochefort, vide dal vivo un furioso combattimento tra una fregata inglese e una francese, così vicino che si videro entrambi i comandanti cadere dopo le prime bordate: Ettore confidò al suo commilitone, il capitano Viarisio, che quella era una morte degna di un soldato. Nel 1806 Napoleone lo inviò alla scuola militare di Saint-Cyr e uscì l’anno seguente come sottotenente di fanteria, partecipando alle campagne del 1807 e 1809. A Wagram si guadagnò la stella della Legion d’Onore. Dal 1810 al 1811 fu in Spagna come tenente della Giovane Guardia. Il 24 giugno 1811 entrò nel I Granatieri della Vecchia Guardia. Seppur infortunato, partì per la campagna di Russia usando le stampelle. Promosso Capitano di Fanteria, si battè a Lützen e a Bautzen nel maggio 1813 e venne ferito a colpi di baionetta a Montmirail l’anno successivo. Il 15 marzo Napoleone lo nominò comandante di Battaglione del 24° Fanteria di linea, ma gli Alleati ormai attaccavano da tutte le parti. Con la prima caduta dell’Impero, Perrone aspettò il ritorno di Bonaparte che lo nominò subito Aiutante di Campo del generale Gérard. Con la definitiva caduta dell’Impero a Waterloo si mise in aspettativa. Richiamato in servizio dai Borboni nel 1817, dopo venti mesi abbandonò l’esercito francese e rientrò in Piemonte dopo una tappa in Inghilterra. Visse a Perosa occupandosi di agricoltura e tessendo la rivolta con alcuni nobili e militari piemontesi contro il regime poliziesco della monarchia sabauda della Restaurazione. Condannato a morte mediante impiccagione insieme al Principe della Cisterna e al Marchese di Priero dopo la sconfitta delle truppe costituzionaliste a Borgo Vercelli, la polizia sabauda implacabile trovò prove schiaccianti: a Perosa il capitano Gabriele Barrucchi dei Reali Carabinieri di Ivrea rinvenne in casa sua un cifrario e lettere compromettenti del Perrone: il 10 agosto vennero confiscati i beni e decretata la condanna a morte mediante impiccagione, anche se in contumacia, da eseguirsi “in effige” il 14 dello stesso mese.
Riparato in Francia, Ettore Perrone prese in affitto una tenuta nel Dipartimento della Loira e sviluppò con successo alcune nuove proposte agricole, presto diventando un punto di riferimento per gli agricoltori del dipartimento. A Parigi scoppiava la rivoluzione del 1830, Carlo X e la famiglia abbandonarono Parigi. I deputati liberali, in maggioranza monarchici, presero le redini della rivoluzione popolare e conservarono la monarchia costituzionale al prezzo di un cambiamento di dinastia. La casa d’Orléans, ramo cadetto di quella di Borbone, succedette sul trono di Francia con Luigi Filippo, proclamato “re dei Francesi” e non più “re di Francia”. Ettore seguì le campagne militari in difesa della Francia e nel 1832 raggiunse il grado di Colonnello e nel 1839 quello di Maresciallo di Campo. Diventò comandante militare del Dipartimento della Loira, incarico che mantenne con successo per sei anni. Nel marzo 1848 ottenne 22.330 voti per un seggio all’Assemblea costituente. Ma il proclama del 23 marzo 1848 di Carlo Alberto di Savoia lo infiammò come ai vecchi tempi e lasciò la Francia. Scrisse al suo amico d’infanzia, il ministro Cesare Balbo e offrì la sua spada. Ventisette anni d’esilio, una condanna a morte, la serena tranquillità che gli offriva la Francia, vennero cancellati in un istante.
Il Governo Povvisorio di Milano lo incaricò come Ispettore Generale del nascente esercito Lombardo. La città di Ivrea lo invitava ad accettare la candidatura come Deputato nel nascente Parlamento Subalpino di Torino. Ma Ettore Perrone era un umile soldato di fanteria e un contadino. Prima la guerra e poi il resto. Nella campagna del ’48 i Milanesi lo accusano di aver portato al macello i Lombardi sotto Mantova. Il governo di Torino gli affidò il Ministero degli Esteri. Alla Camera gli attacchi feroci dell’opposizione lo vollero dimostrare cittadino ormai francese perché si esprimeva pubblicamente in francese e in piemontese privatamente: inidoneo al governo Piemontese. Escluso dalle nuove elezioni alla Camera, Carlo Alberto di Savoia lo nominò subito al comando della 3a Divisione di Fanteria del Regno di Sardegna con 12.027 uomini e 16 pezzi d’artiglieria.
Ettore Perrone portò personalmente alla carica il 15° Fanteria a Vigevano conquistando le posizioni Austriache. A Novara si scontrò con le truppe Austriache consapevoli di aver appena vinto a Mortara: dopo cinque ore di tenuta delle posizioni, ricevuto l’ordine di ripiegamento pensò di dover restare. Come ai tempi della Vecchia Guardia napoleonica ordinò ad un manipolo di volontari il “quadrato alla bandiera”. Gli Austriaci attaccarono in forza , Ettore Perrone a cavallo incitava al fuoco. Una scarica di fucileria Austriaca lo fece cadere da cavallo: una palla gli sfondò l’osso frontale del cranio, comprimendogli il cervello e nella caduta si slogò la spalla. Sempre cosciente, venne trasporato su un carretto a Novara, dove c’era la seconda moglie che lo avrebbe assistito nell’agonia. Cosa era successo? Il mattino del 23 marzo 1849 dopo pranzo, le truppe Austriache del II Corpo agli ordini del maresciallo d’Aspre marciavano verso Novara. Tra le 10:30 e le 11:00, le vedette della 3a Divisione Piemontese appostate sul campanile di Santa Maria della Bicocca segnalarono l’avanzata nemica. Alla testa dell’avanguardia la divisione dell’Arciduca Alberto con le brigate “Kolowrat”, “Stadion” e subito dopo la Divisione del generale Schafgotsche. Poco a Nord di Olengo il contatto a fuoco con pattugliatori Piemontesi. D’Aspre, convinto di avere a che fare con una debole retroguardia Piemontese, schierò la “Kolowrat” su due colonne con il medesimo Arciduca alla testa della colonna di sinistra. I Piemontesi arretrarono su Castellazzo e Cascina Cavallotta, gli Austriaci occuparono le cascine Briola e Boiotta e puntarono sulla Cavallotta. Ma il capitano piemontese Cisa di Gresy, fece sparare i pezzi della 3a batteria da battaglia investendo e bloccando la puntata austriaca. Medesima sorte alla colonna “Kolowrat”: malgrado la copertura della propria batteria, ricevette d’infilata il fuoco della 7a da campagna piemontese del capitano Bottacco con gravi perdite. L’Arciduca Alberto, con l’appoggio di pezzi d’artiglieria, faceva proseguire l’avanzata e cacciò i Piemontesi dalla Cavallotta e procedette verso Villa Visconti. Ma accorse il generale Ettore Perrone che gli pose davanti la linea della sua 3a Divisione di fanteria. La 7a batteria sparava ad alzo zero contro gli Austriaci: il luogotenente Spalla con alcuni pezzi si portò a 300 metri dalla prima linea austriaca e sparò con cartoccio a mitraglia sulla batteria d’appoggio austriaca prima di venir letteralmente distrutto. Ben tre batterie si daranno il cambio prima di venire completamente annientate (tenente Corte e tenente De Roussy). La 3a divisione di Perrone riuscì a fronteggiare gli Austriaci con l’appoggio della 2a batteria da posizione. La 3a batteria da battaglia stava massacrando gli Austriaci e l’Arciduca mandò all’assalto sul fianco sinistro dei cannoni piemontesi la cavalleria, ma il contrattacco del 5° squadrone del “Genova Cavalleria” ricacciò gli Austriaci. A mezzogiorno D’Aspre fece entrare in linea la brigata “Stadion” con 4 pezzi d’artiglieria per rimpiazzare il reggimento dell’Arciduca ormai sfasciato. Entrò in gioco il 2° battaglione volontari “Città di Vienna” e un battaglione “Kinsky” ma il loro attacco fallì infrangendosi sulle linee di fanteria del Perrone. Entrarono in campo con l’Aciduca il 33° Reggimento “Giulay” e pezzi d’artiglieria. Il fuoco devastante fece arretrare la brigata “Savoia” e Villa Visconti fu presa dagli Austriaci. Sotto l’appoggio delle batterie 3a e 7a da battaglia, la “Savoia” caricò alla baionetta, riprese Villa Visconti e respinse gli Austriaci alla Cavallotta. Alle 12:30 la colonna “Kielmannsegge” respinse il “Nizza Cavalleria” e cercò di prendere Torrione Quartara ma venne investita dal fuoco di venti pezzi diretti da Giovanni Durando, veterano nelle guerre di Spagna e Portogallo. Alle 13 con la riserva del II Corpo puntò disperatamente un attacco frontale contro la linea ormai prossima al collasso della 3a di Perrone, puntando sulla Bicocca. Chrzanowsky parò il colpo facendo sferrare il contrattacco alla brigata “Savoia” e ordinò alla 4a Divisione di fanteria di sostiuire la 3a di Perrone ormai distrutta. Per un problema di traduzione dal Polacco all’Italiano, la “Savoia” si trovò sotto il fuoco dei cannoni austriaci e fallì nell’intento. Di fronte al pericolo del crollo della prima linea, Ettore Perrone si scagliò a cavallo sui resti della prima linea e ordinò il quadrato, ma alla successiva scarica di fucileria venne falciato. Un suo collega, il generale marchese Passalaqua di Villavernia cadde poco dopo. La sua brigata “Piemonte” ebbe un moto di sdegno e caricò alla disperata gli Austriaci, catturandone 300 e un battaglione viene massacrato alla baionetta senza pietà. Ma arrivati a Cascina Visconti vennero falciati dalle batterie d’artiglieria austriache. Cascina Gavinelli venne presa all’arma bianca dalla “Pinerolo”. Gli Austriaci arretrarono, ma Chrzanowsky non si rendeva conto che da Novara tutti gli Austriaci stanno correndo al campo di battaglia e Ramorino non sarebbe mai arivato. Perso l’attimo, per i Piemontesi sarà la fine. Ettore Perrone di San Martino agonizzerà per sei lunghi giorni morendo alle 4 pomeridiane del 29 marzo 1849. I funerali solenni vennero celebrati a Ivrea in forma militare il 2 aprile 1849. L’Eco della Baltea Dora, il giornale di Ivrea dell’epoca, pubblicò i versi di commemorazione del generale a firma dell’avvocato Guido Giacosa, il padre di Giuseppe. La salma venne tumulata nella Cattedrale di Ivrea, nella cripta sotto l’altar maggiore. Nei pochi mesi di vita rimasti a Carlo Alberto di Savoia in esilio in Portogallo, si narra che spesso esclamasse “Invidiai la sorte di Perrone e Passalacqua, cercai la morte e non la trovai”. Nel 1880 venne eretto il monumento nell’omonima piazza a Ivrea. Ancora una curiosità: nella chiesa parrocchiale di Perosa, nella cappella di San Rocco, riposa la figlia del generale Lafayette, il grande Francese che servì la causa dell’Indipendenza Americana.
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