Ogni tanto salta fuori quello che, credendo di fare una domanda intelligente, chiede: «Sì, ma voi ambientalisti dove proponete di metterle le scorie radioattive?». Gli ambientalisti, se ci si pensa un attimo, sono gli ultimi a cui andrebbe posta questa domanda: se si fossero ascoltati gli ambientalisti, infatti, non si sarebbero costruite le centrali nucleari. La storia del Novecento ha dimostrato che il ricorso al nucleare ha prodotto pochissima energia, ma ha lasciato un pericoloso e costosissimo (lo paghiamo ancor oggi con le bollette elettriche) strascico con cui dobbiamo fare i conti, e che lasceremo ai nostri figli e nipoti.
Gli ambientalisti però, sebbene non abbiano responsabilità nella creazione del problema, non si sottraggono al dibattito per dargli una soluzione. Sono state le associazioni ambientaliste (e non i Comuni di Saluggia e Trino), negli ultimi mesi del 2020, a sollecitare il Governo perché dopo cinque anni desse finalmente il nulla-osta a Sogin per la pubblicazione della Cnapi: non è possibile - hanno scritto Legambiente e Pro Natura ai ministri - che a più di trent’anni dallo spegnimento delle centrali nucleari le scorie siano ancora in quei siti e che l’Italia, disattendendo a una prescrizione europea, non abbia ancora un Deposito Nazionale in cui conferirle.
L’Italia si è dotata da qualche anno di un “Programma Nazionale” per la gestione del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi. E’ stato definito dopo un percorso partecipato - a cui hanno contribuito migliaia di cittadini, e anche le associazioni ambientaliste - ed è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale nel 2019. Un Programma che comprende il “censimento” del materiale radioattivo, le tappe di attuazione, le soluzioni tecniche e i costi.
Sessant’anni fa, quando il nostro Paese ha avviato la sua stagione nucleare, i suoi promotori avevano colpevolmente sottovalutato il problema delle scorie, che infatti sono rimaste per decenni in siti inidonei o sono state inviate “temporaneamente” all’estero (con contratti molto onerosi, in Paesi che ora premono per restituircele). Ora, preso atto di quell’errore e con la volontà di non ripeterlo (gli italiani hanno detto “no” al nucleare con ben due referendum, nel 1987 e nel 2011), è giunto il momento della responsabilità: sulla base di criteri scientifici e di sicurezza (e non delle voglie di qualche sindaco carrierista avido di “compensazioni” e di visibilità) l’Italia deve dotarsi, entro pochi anni, di questo Deposito. Si verifichino quindi le aree “potenzialmente idonee” individuate con la Cnapi, si presentino osservazioni serie e documentate per eliminare quelle che non lo sono, e si prosegua nel percorso che ci porterà ad avere il Deposito. L’alternativa - lasciarle a Saluggia, a Trino e in altre decine di siti inidonei - è un’ipotesi criminale che lasciamo ai folli e agli irresponsabili.
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