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20 Agosto 2023 - 11:03
IN FOTO Alpinisti in cordata in prossimità della vetta del Gran Paradiso, in arrivo dal rifugio Vittorio Emanuele in Valsavarenche.
I preparativi e lo svolgimento delle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia hanno offuscato l’anniversario di un evento legato alla storia dell’alpinismo della nostra regione: il 150° della prima salita al Gran Paradiso. Cerchiamo ora di porvi rimedio…
Fino ai primi anni del XIX secolo poco o nulla si conosceva circa le vette del gruppo del Gran Paradiso. Noti sin dall’antichità i principali passaggi di collegamento tra le vallate, così come i territori di caccia, le cime che si ergevano al di sopra degli ultimi pascoli restarono per secoli sconosciute.
Rari anche i toponimi riportati sulle carte: il Monte Iseran, il Monte Soana, il Col de Cogne, il Mon Galese che a seconda delle varie pubblicazioni cambiano la localizzazione geografica.
Il Col de Cogne è generalmente rappresentato al posto dell’attuale Colle del Nivolet (ma erroneamente metterebbe in comunicazione la Valle di Ceresole con quella di Cogne), mentre il Monte Soana spazia tra la Torre di Lavina ed il Gran Paradiso.
Ma il caso più emblematico è rappresentato dal Monte Iseran, posto talvolta nei pressi dell’omonimo colle, o tra la Valle dell’Arc, la Val d’Isère e la Valle dell’Orco, o confuso con la Levanna. Ne viene anche misurata l’altitudine in 4045 metri.
Il nome Gran Paradiso compare per la prima volta nel 1820 su una carta manoscritta dei topografi sardi. Sono infatti alcuni di questi, impegnati nella stesura della Carta topografica degli Stati di Sua Maestà Sarda in Terraferma, ad inaugurare la stagione alpinistica. Nel 1831 il capitano Albert sale la Rosa dei Banchi, nel 1832 il Monte Favret. Sempre nel 1832 la Becca di Nona è raggiunta dal capitano Casalegno.

IN FOTO Michel Payot (1840-1922). Membro della Compagnie des Guides de Chamonix fin dal 1863, fu particolarmente apprezzato da alcuni tra i più famosi alpinisti della sua epoca (Tyndall, Whimper, Reilly, Freshfield, Eccles). Tra le sue principali ascensioni si ricordano: Gran Paradiso, Levanna Occidentale, Nordend, Mont Dolent, Tour Ronde e le Aiguilles de Trélatête, d’Argentiere, De Bionassay, du Plan, nonché spedizioni nelle Montagne Rocciose e in Scozia.
Particolarmente attivi in questo periodo sono il canonico Giorgio Carrel, l’abate Pietro Baldassarre Chamonin, curato di Cogne e l’abate Pietro Chanoux: Chamonin sale sulla Tersiva nel 1842 e sulla Punta Bianca della Grivola nel 1858; Chanoux raggiunge il Becco Costazza, il Monte Delà, il Monte Glacier e la Torre Ponton (1848-49); insieme, li ritroviamo sulla Torre di Lavina e sulla Punta Garin nel 1856. La figura di questi sacerdoti è di importanza fondamentale nel panorama alpinistico locale: diventeranno il punto di riferimento di ogni viaggiatore inglese giunto in Valle d’Aosta a tentare qualche scalata.
La vetta principale della Grivola viene raggiunta nel 1859 dagli inglesi Ormsby e Bruce, con il guardiaccia Dayné.
L’interesse si concentra ora attorno all’enigmatico Monte Iseran. Nel 1859, William Mathews (il futuro salitore della Grande Casse, del Castore e del Monviso) scende a fare la conoscenza delle Alpi Graie. L’intento è quello di osservare da vicino e tentare la scalata del famoso monte (che secondo il Foglio n. 37 della recente Carta degli Stati Sardi dovrebbe elevarsi ad est dell’omonimo valico), ma dopo due diverse campagne si persuade che il colosso non esiste.

IN FOTO Una bella immagine del 1911: il fotografo dalla vetta del Gran Paradiso riprende gli alpinisti e il Roc, quest’ultimo sull’estrema destra (Archivio CAI Rivarolo).
Qui il 4 settembre 1860 salì l’inglese John Jermyn Cowell (1838-1867).
Di lui si ricordano le prime ascensioni del Gran Paradiso, della Levanna Occidentale (10 settembre 1860) e della Punta Nordend, m 4609 (26 agosto 1861), sempre accompagnato dalla guida Michel Payot. Fu segretario dell’Alpine Club di Londra.
Intanto, un altro inglese attraversa le Alpi intenzionato a risolvere l’enigma: si tratta di John Jermyn Cowell.
«Tra i molti punti di osservazione da cui ho visto il Gran Paradiso – scriverà poi – vorrei considerare quello sul Col du Géant, come punto dal quale la montagna trae maggiori benefici. Da lì lo si vede sorgere alla destra dello spettatore, sbarrando lo sguardo verso l’Italia, e presentando un aspetto più imponente di ogni suo rivale più lontano. Lo vidi così in circostanze molto favorevoli nel 1859, e l’idea di esplorarlo entrò subito nella mia mente; ma il suo vero nome non lo conoscevo, né potei apprenderlo dalle mie guide, che lo chiamavano con diversi nomi locali».
Raccolte le poche informazioni disponibili e accordatosi con la guida Michel Payot di Chamonix, sale sul Crammont per studiare attentamente la possibile via di scalata.
La mattina del 3 settembre 1860 ha inizio la spedizione: fanno parte della squadra anche Jean Tairraz, proprietario dell’Hôtel du Mont Blanc di Aosta e il signor Walter Dundas, in qualità di esploratore aggiunto.
In circa otto ore di marcia arrivano ai casolari di Moncorvè, dove vengono accolti cortesemente.

IN FOTO: il Gran Paradiso e la Punta di Ceresole viste dal vallone di Noaschetta. La foto è di don Pietro Solero (1911-1973), grande appassionato di montagna, nativo di Tonengo di Mazzè, parroco di Rosone Piantonetto dal 1935 fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Lo scatto risale a quegli anni (archivio Club Alpino Italiano di Rivarolo).
«Durante la cena cercammo di imparare qualcosa dal nostro ospite sulla geografia della regione circostante; ma non ci seppe dire nulla. Suo padre e suo nonno prima di lui erano stati in quello chalet per 105 anni; tuttavia loro non conoscevano il nome di quella montagna, e sembrava che addirittura non fossero mai andati fino all’inizio del Ghiacciaio di Lansqueour».
Il mattino seguente la neve cade fitta, così sono costretti a ritardare la partenza fino alle 7.30. In un paio d’ore bucano la cappa di nubi, scoprendo il ghiacciaio in ottime condizioni. Il pendio diventa più ripido e ghiacciato: Payot dimostra tutta la sua abilità nell’intagliare gradini con la sua ascia da ghiaccio (ben 700 in due ore).
Nel frattempo il cielo si è fatto limpido, ma la temperatura è molto bassa, aggravata da un forte vento da N-E. Decidono di legarsi, anche se Tairraz ha qualche dubbio in merito (a quell’epoca le tecniche di progressione in cordata erano alquanto primitive). La scelta si dimostra felice quando proprio Tairraz, nel superamento della terminale, scivola giù per il pendio, ma viene trattenuto senza difficoltà da Dundas.
«Payot riprese il suo lavoro, ed in pochi minuti fummo in cima alla cresta in una piccola spaccatura, a nord della quale sorge la vetta. Qui incontrammo tutta la furia del vento di N-E, ed il freddo divenne così intenso che immaginammo di non poter sopportare più a lungo. Così, con ancora una cinquantina di passi, superammo l’ultima crestina di ghiaccio e raggiungemmo la vetta, trovando rifugio dietro a una sporgenza della roccia». Il percorso seguito dalla comitiva è pressappoco l’attuale via normale di salita al Gran Paradiso. Payot ha le mani congelate e non riesce più a maneggiare l’ascia; pure Tairraz non sente più i piedi per il freddo. Bisogna scendere subito.
«Ad uno spettatore la nostra discesa avrebbe potuto apparire una selvaggia fuga disordinata, come di un gregge inseguito dal fuoco, lanciato giù nel precipizio».
In otto minuti ripercorrono in discesa tutta la cresta che, in salita, era costata due ore di marcia e dopo tre ore sono di nuovo allo chalet da cui erano partiti la mattina. In totale la salita li ha impegnati per sei ore.
«Il mattino seguente Dundas fu obbligato a ritornare ad Aosta, ma, siccome la giornata era splendida, decisi di scalare nuovamente la montagna con il solo Payot. Siccome i gradini sul ghiaccio erano già scavati, risalimmo molto velocemente, raggiungendo la cima in cinque ore dallo chalet (...). Per compiacere Payot, contai attentamente il numero di gradini che aveva intagliato il giorno prima. Il totale complessivo fu 1275, un conteggio di cui fu non poco orgoglioso, essendo, egli disse, il più grande numero mai intagliato da un uomo di Chamonix in un sol giorno».
La giornata serena consente di osservare con calma il panorama, che si rivela grandioso. Seguono le rituali misurazioni per determinare la quota (misurata in 13700 piedi, circa 4100 m) e le coordinate geografiche della vetta.
«Prima di iniziare la discesa svuotammo la nostra ultima bottiglia di vino alla salute del re d’Italia, che Payot onora ancora come proprio sovrano, a dispetto del fatto di essere stato “annesso” pochi mesi prima. Il brindisi avvenne in un momento propizio; pressappoco nello stesso momento, nel pomeriggio dello stesso giorno, 5 settembre, Francesco II abbandonava la sua capitale, e così fin dal primo momento in cui il Re d’Italia poté vantare questo titolo, un brindisi alla salute fu proposto per la prima volta sulla vetta della montagna più elevata dei suoi domini».

IN FOTO I pinnacoli intorno alla punta del Gran Paradiso nell’aprile 2003 (foto Stefano Merlo)
Nei giorni che seguono, Cowell e Payot attraversano il Passo della Galisia e raggiungono il Colle dell’Iseran: nessuna traccia del fantomatico Monte Iseran. Nemmeno dalla Levanna Occidentale (raggiunta in prima ascensione assoluta il 10 settembre).
La salita alla punta ad est del Colle dell’Iseran (quella che oggi è chiamata Signal de l’Iseran) sbaraglia ogni dubbio: la grande montagna non esiste.
Come avrà a scrivere Coolidge: «Il povero drago era dunque ferito a morte, ma tutti i suoi amici non poterono rassegnarsi ad abbandonarlo subito». Infatti il suo nome sarà ancora presente su testi e su alcune carte per diversi anni prima di sparire per sempre.
Bibliografia
Andreis, Chabod, Santi Gran Paradiso. Guida dei Monti d’Italia - CAI, 1939.
Aliprandi L. e G. Le Grandi Alpi nella cartografia 1482-1885, vol. II, Priuli & Verlucca, Ivrea, 2007.
W.A.B. Coolidge La légende du Mont Iseran, Annuaire CAF, Paris, 1900.
W.A.B. Coolidge Il vero Monte Iseran, Rivista Mensile CAI, 1902.
W.A.B. Coolidge Storia descrittiva ed alpina del Gruppo del Gran Paradiso sino al 1860, Bollettino CAI n. 72, Torino, 1909.
J.J. Cowell Two ascents of fhe Grand Paradis Peaks, passes and glaciers - vol. II, London, 1862.
J.J. Cowell Le Alpi Graie e il Monte Iseran, Bollettino CAI n. 9, Torino, 1867.
Tratto dal notiziario n. 267 (aprile 2012), sezione di Rivarolo Canavese del Club Alpino Italiano.
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