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08 Luglio 2023 - 18:54
Carovana di zingari
Compaiono abbastanza frequentemente nelle pagine di cronaca dei quotidiani. Vivono ai margini della società, resistendo da sempre all’assimilazione. Secondo un diffuso modo di pensare, li accomuna un’asocialità generalizzata che affonda le radici tanto nella loro emarginazione quanto nei fenomeni d’illegalità delittuosa di cui riferiscono i mass media.
Non c’è dubbio! Gli zingari – vocabolo che è ritenuto, di questi tempi, politicamente scorretto, mentre presenta una propria intrinseca dignità, derivando dal greco medievale «atsigan» ossia intoccabile – non sono amati. Il loro stile di vita, la non impeccabile fedina penale di alcuni e la resistenza ai processi d’inclusione li rendono invisi più di qualsiasi altra minoranza etnica. La destra li aborrisce, una parte della sinistra li respinge.
Ma le secolari vicende degli zingari destano interesse, come dimostra la conversazione che ho tenuto lo scorso 30 giugno a Settimo Torinese, presso l’Edi-Bar di via Raffaello Sanzio, nonostante la collera di Giove Pluvio.
Purtroppo nessuna delle fonti documentarie sulla storia degli zingari è attribuibile a questi ultimi. Quelli che, oggi, si definiscono «genti del viaggio» o «figli del vento» non dispongono di narrazioni, neppure orali, sul proprio passato né hanno mai avuto cronisti al seguito e neppure archivi, essendosi al più limitati a tramandare, attraverso la memoria degli anziani, il ricordo delle parentele, delle alleanze e delle inimicizie.
Analfabeti nella stragrande maggioranza, gli zingari sono sempre stati un popolo senza scrittura. Anche circoscrivendo l’analisi ad aree come il Torinese, il Canavese o il Chivassese, ne deriva un’ampia serie di problematiche storico-culturali che talvolta risultano mutuamente intrecciate e talvolta divergono.
Un ruolo di primo piano per ricostruire la storia degli zingari assumono gli ordinamenti giuridici contro il nomadismo e il vagabondaggio, le cronache criminali e le sentenze sanzionatorie. A nessuno sfugge, però, che si tratta di fonti tutt’altro che obiettive, da utilizzare con grande cautela. A ragion veduta si è obiettato che la storia degli zingari è descrivibile come il complesso delle vicende che la cultura maggioritaria ha narrato o taciuto per generare l’immagine di una minoranza in contrasto con la società civile, evidenziando l’incolmabile distanza fra popolazioni stanziali e nomadi.

IN FOTO Romantica veduta di un accampamento di zingari nella seconda metà del XIX secolo
Attorno alla metà dell’Ottocento, richiamandosi allo svizzero Johannes von Muller (1752-1809), lo storico e politico piemontese Luigi Cibrario (1802-1870) scrisse che, essendosi «da pochi mesi […] chiuso il concilio di Costanza, a cui era concorsa sterminata quantità di genti di mal affare e di donne mondane», sbucò «una tribù straniera dal volto abbronzato, dagli occhi neri e scintillanti, dalle chiome corvine, gente insomma di tipo orientale, uomini, donne e fanciulli, scesa dai gioghi alpini nel territorio di Zurigo». «Questi erano i zingari che comparivano per la prima volta ne’ nostri paesi», chiarì Cibrario, precisando che il loro capo si chiamava Michele: «diceano venir d’Egitto, essersi convertiti alla fede cristiana, andar pellegrinando per penitenza ovvero recarsi a’ piedi del papa a domandar l’assoluzione de’ loro peccati».
Le notizie riferite dallo storico piemontese sono sostanzialmente attendibili. Il concilio di Costanza si concluse il 22 aprile 1418. Gli studiosi ritengono che i primi zingari attraversarono la Germania nel 1417: l’anno seguente giunsero in Svizzera, per poi entrare nei territori sabaudi d’oltralpe. Inizialmente, a quanto sembra, non suscitarono alcuna diffidenza: nei loro confronti prevalevano il fascino dell’esotismo e la curiosità per l’alone di mistero che li avvolgeva.
Presentandosi come pellegrini, gli zingari erano certi di ottenere assistenza e aiuti sia dalle autorità laiche ed ecclesiastiche sia dal popolo. Lo stesso Amedeo VIII di Savoia donò una cospicua somma di denaro alla banda – duecento persone – capeggiata da un sedicente duca del Piccolo Egitto e da un altrettanto sedicente «conte» – affinché potesse proseguire il viaggio verso Roma.
Un po’ dappertutto, gli zingari furono presi per egiziani.
Ma da dove realmente provenivano? Di certo, prescindendo dalle loro remote origini indiane, non dalle terre del Nilo, bensì dalle provincie dell’impero bizantino, attraverso la penisola balcanica. Fin dalla metà del quattordicesimo secolo, diversi viaggiatori ne avevano segnalato la presenza nel Peloponneso, a Modone (Methóni in greco), una cittadina sotto il controllo veneziano, dove attraccavano le navi dei pellegrini in viaggio verso la Terrasanta. Fiorente e prosperosa, la regione era detta Piccolo Egitto, con esplicito riferimento alla Bibbia, la quale ricorda che il paese dei faraoni deve la propria ricchezza al Nilo. A lungo i capi degli zingari si definiranno conti, marchesi o duchi del Piccolo Egitto, plausibilmente equivocando sull’ambiguità del toponimo e sulle scarse conoscenze geografiche delle persone a cui si presentavano.
Sarà soltanto nell’Ottocento che gli zingari cominceranno a spostarsi su carovane a ruote, in alternativa ai tradizionali carri coperti da teloni. Anche in Piemonte, alcuni coniugheranno nomadismo e sedentarietà, facendo lunghe soste in luoghi prestabiliti durante le stagioni più fredde e girovagando nel restante periodo dell’anno.
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