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SALUGGIA. Trattative fallite, MicroPort Crm ne ha licenziati 25: «Prenda le sue cose e lasci subito il posto di lavoro»

SALUGGIA. Trattative fallite, MicroPort Crm ne ha licenziati 25: «Prenda le sue cose e lasci subito il posto di lavoro»

La sede di Microport Crm a Clamart, in Francia

SALUGGIA.  Nessun accordo, 25 licenziamenti immediati: 20 operai e 5 impiegati. MicroPort Crm, la multinazionale con sede legale alle isole Cayman e sede operativa europea a Parigi, ha accettato di ridurre di tre unità gli esuberi previsti nello stabilimento di Saluggia (l’azienda produce pacemaker, defibrillatori ed elettrocateteri), ma per il resto la trattativa è naufragata; nemmeno le proposte della Regione, che ha cercato una mediazione, sono state prese in considerazione. Ai lavoratori che hanno accettato di licenziarsi “spintaneamente” verrà corrisposta una buonuscita corrispondente a 15 mensilità, agli altri nemmeno questo. Racconta il sindacalista Gian Luigi Guasco: «Nella giornata di giovedì 7 aprile l’azienda ha comunicato i licenziamenti ai lavoratori interessati dal provvedimento, intimando loro di lasciare immediatamente l’edificio. Per queste persone, che non si sono licenziate volontariamente, non è prevista alcuna buonuscita. Non vedranno un euro, se non il tfr».

MicroPort Crm aveva 120 giorni di tempo per procedere ai licenziamenti programmati, ma non ha atteso nemmeno mezza giornata: effetto immediato. «Microport - aggiunge Guasco - ha giustificato il proprio comportamento spiegando che i lavoratori rientrano nei parametri di anzianità lavorativa per i quali i licenziamenti sono consentiti. Noi sindacati avevavo chiesto l’applicazione dei 120 giorni, ma loro li hanno cacciati subito». «L’azienda - afferma Alessandro Triggianese, segretario Filctem-Cgil - ha applicato la legge ma non si è comportata in maniera eticamente corretta, non ha fatto nulla per riconoscere un aiuto ai lavoratori».

A dover lasciare il posto di lavoro c’è anche Gian Paolo Piolatto, rsu e dipendente MicroPort da tanti anni. Lo stesso Piolatto commenta così il licenziamento, annunciando ricorsi legali: «Non rientravo nei parametri per essere licenziato. Il mio sindacato Femca Cisl farà ricorso, ho già parlato con l’avvocato per decidere come procedere». Dal canto suo, Guasco è molto più diretto sul licenziamento del sindacalista interno: «A Piolatto nell’ultimo periodo sono stati inflitti due provvedimenti disciplinari nell’ultimo periodo. Non entro nei dettagli, ma posso dire che si tratta di una mossa tanto strumentale da fare schifo. Semplicemente, Piolatto ha lottato per i diritti dei propri colleghi e ha pagato il prezzo più alto. Era diventato scomodo, e l’azienda ha deciso di togliersi il problema. Ma sicuramente non era tra i licenziabili, dal momento che lavorava in MicroPort da una vita». Secondo Guasco, questo è il momento di agire per evitare che simili situazioni si ripetano in futuro. Il comportamento dell’azienda potrebbe infatti creare precedenti pericolosi nel mondo del lavoro. «Le organizzazioni sindacali e i lavoratori devono dare un segnale chiaro e agire in fretta. Microport ha dimostrato di non avere buonsenso e non ha nemmeno provato a cercare soluzioni diverse dagli esuberi. Inoltre la “rappresaglia” contro Piolatto non è accettabile. Se accettiamo tutto questo, potrebbero aprirsi situazioni difficili da gestire anche in futuro. MicroPort potrebbe aver fatto da apripista a molte altre aziende desiderose di alleggerire il proprio organico».

«Lavoratori usa e getta, non persone ma costi»

Gian Paolo Piolatto, rsu Femca-Cisl Gian Paolo Piolatto, rsu Femca-Cisl

La segretaria generale della Femca-Cisl del Piemonte Orientale, Barbara Piva, è durissima con Microport Crm: «A gennaio - spiega - la società ha aperto una procedura di licenziamento collettivo per 28 persone. Il conseguente confronto sindacale per ridurre l’impatto degli esuberi è stato l’esempio paradigmatico di come un’azienda può non essere sociale: una vicenda triste e sofferta, dove le relazioni sindacali hanno raggiunto livelli pessimi. La trattativa ha visto da subito una chiusura totale da parte aziendale: neanche gli interventi dei sindaci, dei politici locali, della Giunta regionale del Piemonte e del vescovo di Vercelli hanno smosso le coscienze della direzione francese della società di proprietà cinese. E’ stato subito messo in chiaro che i lavoratori coinvolti non erano persone o risorse, ma costi! L’azienda ha detto no ai costi per accedere agli ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro, no ai costi per la formazione, anche se questa è finanziata dalla Regione Piemonte che l’ha proposta per ben tre incontri, ma il tempo per la formazione è un costo! Quindi per ridurre i costi del personale e salvaguardare una parte dell’esubero hanno proposto, solo pochi giorni prima del termine per l’avvio dei licenziamenti, un part-time per tutti gli operai. Alla richiesta di tempo per gestire il cambiamento della riduzione dell’orario: un mese? No! Qualche giorno? No! Allora si propone di sottoscrivere un accordo per un anno, prorogabile: No! Dovete sottoscrivere il passaggio part-time a tempo indeterminato, è questione di costi!

Alla fine però l’azienda ha speso volentieri i suoi soldi per gettare fuori i lavoratori: un incentivo di oltre un anno di stipendio pur di liberarsi delle loro “risorse umane”. Si incentivano le dimissioni volontarie ma: tempo tre giorni per decidere!

Ci siamo sentiti dire che facevamo richieste impossibili e irresponsabili rispetto al bene di chi nell’azienda avrebbe continuato a lavorare. Ma le proposte avanzate dal sindacato erano previste dalle leggi per la salvaguardia di tutti i posti di lavoro, non solo delle persone che erano in eccedenza, ma anche per chi rimarrà in una realtà dove le persone sono solo costi!

Trasferita la tecnologia italiana, i lavoratori italiani non servono più a nulla e costano. Quelli che restano - conclude Piva - sono avvisati».

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