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SALUGGIA. Corcym (ex LivaNova) mette quasi tutti in cassa integrazione I sindacati: «Non hanno piani per lo stabilimento saluggese»

SALUGGIA. Corcym (ex LivaNova) mette quasi tutti in cassa integrazione I sindacati: «Non hanno piani per lo stabilimento saluggese»
Federico Valletta   SALUGGIA. Era il primo giorno di giugno quando dal fondo di investimento svizzero Gyrus nasceva Corcym, annunciando l’acquisizione del settore valvole cardiache di LivaNova (ex Sorin) e promettendo un radioso futuro a una delle aziende più importanti del polo biomedicale di Saluggia. «Entriamo nel mercato con una solida eredità e un portfolio prodotti consolidato in oltre 50 anni. Il nostro impegno è di diventare il punto di riferimento per i cardiochirurghi e i loro pazienti», erano state le prime parole del ceo di Corcym, Christian Mazzi.

Cosa sia andato storto nei mesi successivi, è un mistero. E’ invece sotto gli occhi di tutti la situazione attuale dello stabilimento saluggese di Corcym, che dei circa 600 dipendenti ne conta 547 in cassa integrazione fino al 10 gennaio. In sostanza, tutta la forza lavoro impegnata nella produzione è a casa. Motivo? Non ci sono ordini. Spiega il sindacalista Gian Luigi Guasco, di Uiltec: «Corcym ci ha comunicato che semplicemente non c’è lavoro e si è vista costretta a lasciare tutti a casa fino al nuovo anno. Onestamente la situazione ci preoccupa molto».

Guasco accusa Corcym di non avere piani per il futuro dell’ex LivaNova: «Sono basito da questa politica di annunci, ai quali non segue concretezza. Sono arrivati promettendo ponti d’oro e ci ritroviamo con tutti gli operai a casa. E cosa succederà a gennaio? Non possiamo prevederlo.

Corcym si è presentata come la salvezza di LivaNova, intenzionata a creare un gigante arrivando dal nulla. Attualmente, però, il gigante sembra avere i piedi di argilla. Stiamo ancora aspettando il loro programma di sviluppo per lo stabilimento di Saluggia». Sempre secondo Guasco l’azienda avrebbe comunicato l’intenzione di sondare i mercati in America per i prossimi dieci anni, prima di intraprendere qualsiasi programma mirato alla crescita dell’azienda su suolo italiano: «Fanno programmi di ricerca decennale in America, ma alle nostre richieste di rassicurazioni sul 2022 non hanno saputo rispondere.

In sostanza, non sanno minimamente cosa accadrà nel sito saluggese nel primo trimestre del prossimo anno. O forse lo sanno benissimo, ma non ce lo dicono». A preoccupare il sindacalista è soprattutto una frase pronunciata da un dirigente Corcym, al termine della riunione che annunciava la cassa integrazione fino a gennaio, svoltasi lo scorso 17 novembre: «E’ stato ripetuto almeno quattro volte che, se la situazione lavorativa non dovesse evolversi positivamente, i lavoratori dello stabilimento saluggese sono troppi. Temo che dovremo prepararci a nuove battaglie».

I sindacati sono quindi già pronti a un 2022 difficile, potenzialmente fatto di annunci di esuberi e licenziamenti. Una prospettiva temuta anche da Alessandro Triggianese, di Cgil Vercelli e Valsesia: «Corcym in questo momento ha difficoltà a darci i piani industriali e produttivi di Saluggia. Ci siamo incontrati un mese fa, quando l’amministratore delegato Christian Mazzi ci ha presentato i piani dell’azienda a livello internazionale. Un piano peraltro già svelato nel precedente consiglio di amministrazione. Noi però chiediamo di vedere i piani produttivi e industriali per lo stabilimento saluggese. Abbiamo la necessità di sederci nuovamente al tavolo e avere quanto richiesto».

Triggianese non nasconde la preoccupazione dei lavoratori: «La nuova cassa integrazione terminerà nel periodo natalizio, e quasi tutti i lavoratori rientreranno dopo le feste, intorno al 10 gennaio. Capisco che la pandemia abbia creato notevoli problemi alle aziende, modificando anche gli ordini e le commissioni, ma abbiamo bisogno di rassicurare i lavoratori, preoccupati per la situazione. Aleggia pessimismo sul futuro dell’azienda, c’è mancanza di fiducia dei dipendenti nei confronti di Corcym. L’azienda deve iniziare a dare conferme e dati più chiari. Le abbiamo dato tempo e abbiamo ancora poco in mano. Se nelle prossime settimane non avremo riscontri - conclude - dichiareremo lo stato di agitazione e decideremo insieme ai lavoratori in quali direzioni muoverci».

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