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SAN MAURO TORINESE. Arrestati gli ndranghetisti coinvolti nell'omicidio di Giuseppe Gioffrè

SAN MAURO TORINESE. Arrestati gli ndranghetisti coinvolti nell'omicidio di Giuseppe Gioffrè

Via Mezzaluna 42, il luogo dell'omicidio

Una lunga faida conclusasi 18 anni fa, in una calda domenica di luglio, in un giardinetto condominiale al civico 42 di via Mezzaluna. Colpi di pistola e un cadavere per terra, quello di Giuseppe Gioffrè, 77 anni. Ucciso sotto casa da un commando fuggito poi su una Fiat Uno data alla fiamme in mezzo a un bosco. Sotto casa. Sulla panchina del cortile condominiale, dove trascorreva i suoi pomeriggi da pensionato insieme con la moglie. C’era lei anche quel giorno. Poco lontano un gruppo di bambini e ragazzi. Succede tutto in pochi minuti. Un giovane sui trent’anni entra nel cortile, lo raggiunge  alle spalle, lo chiama per aver conferma della sua identità (“È il signor Gioffrè?”), poi la raffica di colpi. Fu la moglie a raccontare tutto ai Carabinieri di San Mauro che intervennero poco dopo su segnalazione di un vicino di casa. Pochi mesi dopo il fatto, nel 2004, viene arrestato il killer, Stefano Alvaro, condannato poi a 21 anni di carcere, ma mancavano all’appello i due complici. Ebbene, il puzzle, si è concluso solo un questi giorni con l’arresto di altre due persone.  Apparterrebbero alla cosca Alvaro, denominata “Carni i cani” di Sinopoli (Reggio Calabria).  Si tratta di Paolo Alvaro, 57 anni, originario di Sinopoli, e di Giuseppe Crea, 44 anni, di  Rizziconi (Reggio Calabria), attualmente detenuto nel carcere di Spoleto per un’altra vicenda a Parma Le ordinanze di custodia sono state eseguite a Spoleto e Reggio Calabria dai carabinieri del nucleo investigativo di Torino.  Nel maggio del 2021 i Ris di Parma si sono serviti di nuove tecnologie informatico-dattiloscopiche per analizzare alcuni reperti trovati vicino all’auto, bruciata, che era stata adoperata per l’agguato.  Un passato lontano quarant’anni quello di Gioffrè. Un’altra vita che aveva tentato di dimenticare, nascondere in fondo ai più segreti ricordi. Ma qualcuno in Aspromonte non aveva dimenticato ed èper questo che nel 2004 lo uccisero. Nella ricostruzione degli inquirenti, la faida risalirebbe al 1964 agli anni Sessanta, quando Gioffrè, che gestiva una panetteria, al termine di una disputa per ragioni commerciali, uccise due esponenti della cosca Dalmato-Alvaro.  Venne arrestato per duplice omicidio ma i contorni rimasero misteriosi: si disse che si trattò di un caso di legittima difesa contro due cugini residenti in un paese vicino.  Pochi mesi dopo, nella notte del 18 gennaio 1965, mentre era in cella, a Sant’Eufemia d’Aspromonte degli sconosciuti fecero irruzione in casa sua, dove la moglie, Concetta Iaria, dormiva con i quattro figlioletti, e spararono con lupare e pistola. La donna rimase uccisa insieme a uno dei bimbi (gli altri tre furono gravemente feriti).  Una strage preparata con cura: furono addirittura tagliati i fili della luce per far precipitare la zona nel buio.  Gioffrè si trasferì in Piemonte nel 1972, a lavorare come operaio, si risposò e non fece più parlare di sé.  L’ipotesi degli investigatori è che secondo la ‘ndrangheta aveva pagato ancora troppo poco, nonostante la strage della sua famiglia, il suo antico sgarro. C’è quindi lo sterminio di una famiglia nel “giallo” riaperto dai Carabinieri e dalla Direzione distrettuale antimafia del Piemonte con un’indagine culminata nell’arresto di due persone. Il procedimento è coordinato alla Dda del Piemonte, supportati, nella fase di notifica dei provvedimenti di custodia, dai colleghi di Reggio Calabria.

Come si arrivò all’arresto di Stefano Alfaro, l’assassino di Giuseppe Gioffrè

L’assassino di Giuseppe Gioffrè fu rintracciato grazie ad alcune parti del suo dna rilevate dai Ris di Parma e prelevate da una bottiglia d’acqua. Il campione fu recuperato da un carabiniere della Compagnia di Chivasso sotto il vano motore della Fiat Uno andata in fiamme. L’auto era stata rubata qualche giorno prima, utilizzata dal sicario e poi incendiata in una zona collinare non distante da San Mauro. Era l’11 luglio 2004, domenica pomeriggio, quando Gioffrè venne ucciso da cinque proiettili mentre era seduto su una panchina nei giardini di via Mezzaluna, in compagnia della seconda moglie, Peppina Pani.  Il dna risultò appartenere a Stefano Alvaro, all’epoca 24enne, figlio di Carmine Alvaro, un latitante condannato per associazione mafiosa e considerato dagli inquirenti un “capobastone” della zona di Sinopoli, in provincia di Reggio, esponente di spicco di una delle più potenti famiglie. Le forze dell’ordine torinesi e di Reggio Calabria erano arrivati a lui scavando nel passato della vittima. Una storia caratterizzata da quarant’anni di faida, odio e vendetta, una scia di sangue e uccisioni che dalla Calabria degli anni ‘60 era arrivata fino alle porte di Torino.  Giuseppe Gioffrè era fuggito nel capoluogo piemontese nel 1972 lasciandosi alle spalle la sanguinosa faida di Sant’Eufemia di Aspromonte.  Nel 2004 fu vittima di una vendetta covata per anni. Indagando nella vita di Gioffrè, infatti, i Carabinieri arrivarano fino al 27 giugno del ‘64 quando uccise Antonio Alvaro e Antonio Dalmato, due calabresi mandati dal suocero, Giuseppe Iaria, per dargli una lezione. Iaria voleva allontanare Gioffrè dal negozio di alimentari dove lavorava insieme alla moglie. Al centro della vicenda una sorta di “concorrenza” tra l’attività di Gioffrè e quella di Iaria. Il negozio di Gioffrè stava andando bene, era pronto ad espandersi proprio a danno di Iaria. Fu a quel punto che il suocero, “protetto” dalla Ndrangheta, si rivolse ai suoi “amici” per porre un freno agli affari del genero. La spedizione, però, finiì male e Gioffrè rispose con violenza.  Tirò fuori il fucile e colpì a morte Alvaro e Dalmato. Gioffrè, dopo una iniziale fuga, fu poi arrestato e condannato a 9 anni di reclusione. Ma su quei corpi Rocco Alvaro, il fratello di Antonio, giurò vendetta e sette mesi dopo arrivò la risposta a quel duplice omicidio.  La notte del 18 gennaio del ‘65, Gioffrè stava scontando la sua pena in carcere, qualcuno fece irruzione a casa sua uccidendo la moglie (Concetta Iaria, 35 anni) e uno dei suoi quattro figli. Gli altri tre rimasero gravemente feriti. Per “la strage di Sant’Eufemia” furono poi arrestati Rocco Alvaro e altre 13 persone poi assolte a processo per insufficienza di prove. Fra loro c’era anche Giuseppe Alvaro, fratello di Rocco e cognato di Dalmato, ucciso con otto colpi di fucile 36 anni dopo quella mattanza.  Il suo cadavere fu trovato ai piedi dell’Aspromonte il 29 ottobre 2001. Nelle intercettazioni tra i sioi familiari si parla “qualche gioco di sopra, chissà”, imputando l’omicidio a qualcuno che si era rifugiato nel Nord Italia. Si arriva al 2004 quando Stefano Alvaro, parente dei due uomini uccisi nel ‘64, non rispettando l’obbligo di firma alla stazione dei carabinieri di Sinopoli a cui era sottoposto per un procedimento penale a suo carico, salì in Piemonte per chiudere i conti con quella storia lunga anni.  

Le origini degli Alvaro, la ndrina che partecipò all’uccisione di Dalla Chiesa

Gli Alvaro, sono una ‘ndrina originaria di Sinopoli con circa 2000 affiliati operante anche nei vicini Sant’Eufemia d’Aspromonte, San Procopio, Cosoleto e Delianuova. Hanno propaggini anche a Genova, Bologna e provincia, Pistoia e provincia, Milano (Magenta), Chivasso, Firenze, Latina, Roma (Spinaceto). Hanno inoltre acquisito immobili a Roma e gestiscono attività illecite anche a Torino, a Bra e nella zona di Ivrea. La ‘ndrina è presente nelle Marche: ad Ancona, viveva Carmine Alvaro, che conduceva un traffico di stupefacenti, e lì fu anche arrestato il latitante Antonio Alvaro. Hanno propaggini anche in Australia, ad Adelaide, Canberra e a Sydney, dove è la cosca più potente. La loro ascesa inizia nel 1945 dopo una faida tra due Bande. Gli Alvaro, appoggiati dalle famiglie Forgione e Violi, per vent’anni dovettero regolare i conti con i Filleti-De Angelis-Orfeo. Dopo l’omicidio di Giuseppe Filleti, la faida riesplose violentemente nel 1964 e proseguì fino al 1967. Negli anni Settanta sono coinvolti in numerosi sequestri di persona: fra le vittime Saverio Luppino, Francesco De Cicco, Antonino Abenavoli, Rocco Lo Faro, Osvaldo Ferretti, Emanuele Rinciari. Gli Alvaro riuscirono ad entrare anche nel grosso e remunerativo giro del traffico di droga. Un esponente degli Alvaro, Nicola Alvaro nel settembre del 1982 venne arrestato con l’accusa di essere stato il killer del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Secondo un testimone l’uomo di San Procopio era colui che fece fuoco la sera del 2 settembre in via Isidoro Carini, a Palermo, contro l’A112 guidata da Emanuela Setti Carraro e del generale Dalla Chiesa seduto accanto. Successivamente il testimone si rivelò inattendibile e Alvaro Nicola venne scagionato dopo un lungo tempo trascorso in isolamento. Al termine della Seconda guerra di ‘ndrangheta che vide contrapposti numerose ‘ndrine tra cui i De Stefano, i Condello, i Rosmini, gli Imerti, i Tegano e i Serraino per intavolare la pace fece da mediatore tra l’Avvocato Giorgio De Stefano e Pasquale Condello Domenico Alvaro, detto “micu u scaghiuni” (deceduto nel 2010), capobastone di Sinopoli. Secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia altri mediatori furono Antonio Nirta di San Luca e Antonio Mammoliti di Oppido Mamertina. Negli anni Novanta il clan si è diviso in due rami, uno guidato da Carmine Alvaro (soprannominato carni di cani), l’altro da Antonio Alvaro (soprannominato cudalonga o testazza). Tra gli esponenti di spicco del gruppo c’è propio Paolo Alvaro, uno dei complici dell’omicidio Gioffrè.  

La storia di Giuseppe Crea latitante per anni, si nascose in un bunker

  I latitanti della ‘ndrangheta Giuseppe Ferraro e Giuseppe Crea (in foto), ricercati, rispettivamente, dal 1998 dal 2006, sono stati arrestati dalla polizia in provincia di Reggio Calabria nel 2016. I due erano nascosti in un bunker dentro un costone in località Agro di Maropati. Si tratta di una costruzione in metallo dotata all’interno di tutti i confort.  Nel covo era stato trovato anche un arsenale con una decina di fucili di vario tipo ed un consistente quantitativo di pistole, oltre ad un fucile mitragliatore. Armi che secondo gli investigatori, rappresentavano uno degli arsenali delle cosche di riferimento dei due latitanti.  Ferraro sta ancora scontanto una condanna all’ergastolo per omicidio ed associazione mafiosa, mentre Crea è detenuto presso la casa circondariale di Spoleto, condannato per associazione mafiosa.  La condanna di Crea, però, potrebbe allungarsi dopo l’ultima evoluzione legata all’uccisione di Giuseppe Gioffrè. Stando alle indagini delle forze dell’ordine lui sarebbe una delle due persone che diede una mano al sicario che uccise materialmente Gioffrè a San Mauro. Da quanto è emerso in questi giorni, quindi, Crea si sarebbe allontanato dal suo bunker nel 2004 per arrivare alle porte di Torino. Giuseppe Crea, Nipote di Teodoro “Toro” Crea, classe 1939, storico patriarca dell’omonimo clan, Giuseppe vanta un “pedigree” mafioso di rango. È cugino di primo grado dei figli dell’anziano boss, Giuseppe e Domenico, scovati  dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria e dal Servizio Centrale Operativo, rispettivamente, il 29 gennaio 2016 e il 2 agosto del 2019 e attualmente in carcere.
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