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SETTIMO TORINESE. Forza, passione e Real Madrid: Antonio Pintus e i suoi successi

SETTIMO TORINESE. Forza, passione e Real Madrid: Antonio Pintus e i suoi successi

Ha alzato la Champions per la terza volta nella sua carriera, su sei finali disputate, e i campioni del Real Madrid lo hanno coinvolto nei festeggiamenti come se fosse il dodicesimo uomo in campo. E, forse, lo è davvero. Antonio Pintus ha messo in cassaforte il 28esimo successo in carriera, risultando il preparatore atletico più titolato d’Europa. Dopo il successo conquistato sul campo di fronte al Liverpool, nella finale di sabato 28 maggio, è stato invitato al matrimonio del figlio di Carletto Ancelotti: il mister lo ha elogiato sui quotidiani spagnoli, Modric gli ha dedicato un video emozionante in cui celebra il “Metodo Pintus” al termine della “remontada” incredibile con il Manchester City, in semifinale. 

Compirà 60 anni il prossimo 26 settembre. Ora è con la sua famiglia in Sardegna, è in viaggio con Hafiza, la moglie di 47 anni italiana di origine tunisina, e i suoi tre figli: Rachele di 5 anni nata a Madrid, e i due gemellini eterozigoti, Vittorio e Leonardo, di quasi 3 anni, nati a Como. Non manca mai neanche il gatto Silvestro, un micio di 12 anni, un trovatello adottato dalla coppia nel 2010 e che ha seguito il percorso di Antonio Pintus tra mille peripezie, cliniche e decine di trasferimenti. Un testimone silenzioso della carriera di un professionista che è molto legato a Torino. Antonio Pintus ha cominciato la sua leggendaria carriera nel Settimo Calcio, la squadra della sua città. A quell’epoca, il presidente era Piero Lovera mentre il direttore sportivo della società era Piero StoccoFu Stocco a presentarmi all’allenatore della primavera Franco Callà, tra l’altro presente anche lui in una rimpatriata organizzata a La Maddalena, a Torino, venerdì scorso. Ci siamo ritrovati con gli amici di una vita, i miei compagni di squadra di atletica leggera.  - racconta - . Al campo Walter Guerra, invece, ricordo che era una serata nebbiosa di novembre, mi ero appena laureato all’Isef. Callà accettò il mio ingresso in squadra, ma senza troppo entusiasmo:E vabbè - disse - Se devo proprio prenderlo questo preparatore, va bene”. Ci ridiamo insieme ancora su oggi: era il 1986, è passato tanto tempo”. Il suo curriculum racconta l’impegno con Juventus, Udinese, Monaco, ancora Juventus, West Ham, Marsiglia, Palermo, Sunderland, Real Madrid (con Zidane), Inter (campione d’Italia) e ora è di nuovo alla corte dei Blancos con Ancelotti, un altro grande allenatore che ha vinto tutto: soltanto quest’anno, campionato della Liga Spagnola, davanti al Barcellona con ben 9 punti di distacco, e Champions League, sconfiggendo il Liverpool con un gol segnato da Vinicius Junior, un talento di appena 22 anni.

Dopo tutti questi anni, cosa ricordi di Settimo?

Io abitavo in via Trento. Mio papà Vittorio era originario della Sardegna, lavorava alla Fiat. Mia mamma Santina era casalinga. Ora ha 86 anni, vive ancora a Settimo. Nonostante l’età è autosufficiente e mi fa un po’ arrabbiare, in senso buono, perché non vuole avere un aiuto in casa. Io sono figlio unico e son sempre lontano. Poi ricordo le strade sterrate che incrociavano via Leini, la bella atmosfera natalizia di Settimo negli anni Sessanta, con i negozi addobbati e quello che vendeva solo alberi di Natale, il mercato in piazza della Torre, le estati al Grest dove vincevo tutte le gare di atletica. E il centro sportivo Fiat, quello di via Regio Parco, in cui sono cresciuto da atleta. 

Conosci la sindaca di Settimo?

No, non ho mai avuto il piacere di incontrarla, spero di poterlo fare presto. Avevo conosciuto Giovanni Ossola. E’ sempre bello incontrare le istituzioni locali, ricordo ancora con emozione il premio Ambasciatore dello Sport che mi consegnò la Regione Piemonte. 

Cos’è cambiato da quel 1986 nella persona di Antonio Pintus?

Niente. Sono sempre io. Continuo ad avere quella timidezza sabauda, nonostante abbia girato il mondo. Le esperienze ti insegnano qualcosa tutti i giorni, ma il mio carattere è rimasto quello. Sono sempre quel ragazzo che amava correre, che era stato “selezionato” durante una partitella nel cortile del Villaggio Fiat dagli osservatori del Barcanova perché non stavo mai fermo e andavo fortissimo con le gambe. Poi fu mio papà Vittorio, dopo avermi visto in campo, a convincermi di fare atletica leggera e non calcio. All’epoca il Barcanova aveva delle squadre che contendevano i primati a Juve e Toro. Mio papà tifava Cagliari, mi portava a vedere le partite quando veniva a giocare allo stadio Comunale di Torino, ma fu il primo a consigliarmi di lasciar perdere il calcio. Anche se poi, nel Chelsea, mi hanno fatto giocare 12 minuti ufficiali. Almeno mi son tolto questa soddisfazione.

E dopo il Settimo, la Juventus…

Sì, ma attenzione. Non è stato come schioccare le dita. Mi ero laureato in Isef con una tesi sulla maratona premiata a livello nazionale dal Coni. Poi insegnavo educazione fisica alla scuola superiore San Giuseppe, mi dividevo tra Settimo e Akiyama fino a tarda sera. Nel contempo seguivo gli atleti del Cus Torino. Una sera arrivai a casa tardi, come sempre, e mia mamma mi disse che mi aveva cercato Gaudino, il direttore tecnico della Sisport, per la Juventus. Sgranai gli occhi. Quella notte non chiusi occhio. La mattina mi chiamò al telefono di casa, non c’erano mica i cellulari, per dirmi che ero tra i candidati per fare il preparatore atletico delle giovanili bianconere compresa la Primavera, allenata da Cuccureddu, che è sempre stata una squadra importante per la Juve. Dopo qualche giorno scelsero me, credo anche per l’esperienza maturata con il Settimo in cinque anni. Il presidente era Boniperti. L’Avvocato Agnelli era seduto in panchina a pochi metri da me durante l’amichevole tradizionale a Villar Perosa. Perdemmo 3 a 0, ma avevamo fatto un partitone. Ho cominciato a seguire le squadre giovanili della Juve di pomeriggio e poi gli atleti della Sisport di sera. Al mattino mi dedicavo al recupero degli infortunati della prima squadra. La mia giornata iniziava alle 8 e finiva alle 11 di sera. Per anni. 

E adesso le tue giornate come sono?

Sveglia alle 6,30 del mattino. Arrivo al campo prima di tutti, a volte capita di scherzare con i magazzinieri o i giardinieri. Dieci chilometri di corsa, verso le 8,15 smetto e faccio colazione. Poi incontro lo staff di medici, fisioterapisti e i tecnici. Al Real Madrid, il team dei preparatori atletici è composto da quattro persone. Poi si inizia il preallenamento in palestra con i calciatori e poi quello sul campo. Verso le 16 vado a prendere i bambini in una scuola inglese, porto poi Rachele a fare pattinaggio, aveva cominciato già a Como. Infine, si cena in famiglia e si va a dormire. Quando ci sono viaggi o trasferte, la giornata diventa più fitta. Si torna a casa dai viaggi alle 4 o 5 di mattina e si riparte alle 10 con la riunione al campo. Non è facile, ma amo il mio lavoro. E’ una passione, non sento fatica.  

Chi cucina?

Mia moglie, è anche molto brava. Non mi fa mettere mano alla cucina perché dice che sporco troppo. Mi piace lavorare con la farina: prediligo far le pizze o i ravioli sardi, i culurgiones.

E con la tecnologia come te la cavi?

Mi sono aggiornato, naturalmente. I calciatori oggi sono seguiti da Gps, per valutare le distanze percorse, le accelerazioni, sono collegati on line anche ad un cardiofrequenziometro per monitorare i parametri vitali. Questi dati vengono scaricati e analizzati da un preparatore addetto a fare soltanto quello. Non ho problemi a usare la tecnologia, ma non ne sono schiavo. Ci va sempre l’occhiometro, come lo chiamava mister Capello, quando abbiamo affrontato insieme i mondiali in Brasile con la nazionale della Russia. Non si può fare “copia e incolla”: i giocatori sono diversi tra loro e l’intuito dell’uomo, spesso, fa la differenza. 

E alla Nazionale non ci hai mai pensato?

Ti deve portare con sé l’allenatore.

Ma ci sono ancora giocatori che fumano sigarette?

Che io sappia, no. Sarebbe assurdo con i ritmi con cui si gioca oggi. I giocatori corrono tutti e tanto.

A parte i 28 titoli sportivi, qual è stata la vittoria umana più bella?

Ricordo la corsa di Nedved da centrocampo per venirmi ad abbracciare al fischio finale della partita in cui la Juve è tornata in A. Avevamo dovuto stravolgere la preparazione atletica per affrontare la serie B. Bisogna prediligere la corsa, se non corri tanto, in B non vinci neanche se hai grandi giocatori come quella Juventus. Ricordo ancora quell’abbraccio con le lacrime agli occhi. Ultimamente Ancelotti ha dichiarato alla stampa che oltre ad essere un professionista, per lui sono un amico e questo mi ha fatto molto piacere. Ancelotti è un grande allenatore, che cura la persona prima ancora dell’atleta. I giocatori dell’Inter mi hanno cercato nei festeggiamenti dopo lo scudetto come fossi un loro compagno. 

Oppure, quel video di Modric: a parte il “Metodo Pintus”, è l’affetto che ti dimostrano i giocatori. Sono queste le soddisfazioni più grandi, che vanno oltre le vittorie. 

E dopo la vittoria in Champions cosa vi siete detti?

Non ricordo. Davvero. Eravamo in trans agonistica, non saprei descrivere cosa ci siamo detti o cosa abbiamo provato. E’ stata una grande festa. Avevamo superato le squadre più forti d’Europa, ribaltando in campo situazioni sfavorevoli in maniera pazzesca.

E come gestisci le sconfitte?

Male. Mi chiudo in me stesso, non le digerisco. Purtroppo, mi porto questo malessere a casa e questo mi dispiace. Sarebbe bello far finta di niente, ma non ci riesco.

E cosa vuol ancora fare Antonio Pintus?

Come preparatore, il calcio è il mio habitat perfetto. In passato ho fatto un po’ di tutto. Anche la pallavolo, con una squadra di San Raffaele. Abbiamo fatto un piccolo torneo con la Fortitudo a Chivasso e l’abbiamo vinto. Piuttosto, ho ancora la testa da atleta. Ho fatto una mezza maratona otto mesi fa, ho proposto e poi condotto a termine un triathlon con gli altri preparatori atletici. Mi piace l’alpinismo, mi sono cimentato anche nell’arrampicata sportiva. Non sto mai fermo. Mi sono laureato a Madrid in fisioterapia e sono iscritto ad un dottorato di ricerca. 

Ora hai preso casa a Castagneto. Ma quando ci torni?

Poco e ora chissà quando ci tornerò, ma voglio che i miei figli sentano le radici italiane. Forse sarà il luogo del mio ritiro, non lo so. Ma per ora viviamo così, tra Madrid, l’Italia e il resto d’Europa. Ritorno in campo a Madrid l’8 luglio, ho ancora qualche giorno di riposo, anche se con tre figli piccoli, riposare non è facile (sorride). Ma è la vita. La mia vita. 

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