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22 Febbraio 2022 - 18:25
La biblioteca Archimede
SETTIMO TORINESE. Parole in tazza grande” questa settimana si è fatta veramente grande con due appuntamenti di notevole importanza presso la sala Levi della biblioteca Archimede di Settimo.
Martedì 15 febbraio alle ore 14.30 si è tenuto un incontro sull’argomento de “L’insegnamento di Enrico Pascal: la salute mentale è un bene comune. Dialoghi, memorie e narrazioni guardando al futuro della psichiatria nei territori”, mentre mercoledì 16 febbraio alle ore 18.30 Silvio Bertotto, archivista del Comune di Settimo Torinese, ha intervistato Davide Fadda per il suo libro, edito da edizione Di Girolamo, “L’inchino”.
L’inclino è il passaggio o la sosta delle statue dei Santi durante le processioni davanti alle case dei mafiosi
Durante la conferenza del 15 febbraio si è sottolineato come Enrico Pascal, medico al Manicomio di Collegno negli anni ‘70, abbia dato valore e dignità ai malati psichiatrici. Malati che non erano considerati persone, ma solo alienati e numeri. Erano gli anni prima della legge Basaglia ed Enrico Pascal, con il suo gruppo, contribuì notevolmente allo stravolgimento e alla rivoluzione della mentalità ospedaliera psichiatrica.
E in questo Settimo è stata da apripista perché negli anni ’70 fu proprio qui che si aprì prima negli uffici del Comune, grazie all’assistente sociale Laura Cesa, un Centro di Igiene Mentale e poi in via Verdi il consultorio psico-medico-sociale. Ma nel 1976, in via Amendola, nelle case dei dipendenti comunali, ci fu la prima comunità in Italia per malati psichiatrici per non allontanarli dalla collettività e dalle relazioni affettive come si faceva in manicomio.
“Avevamo ospitato, dopo una lunga discussione con i sindacati, per la concessione ad uso comunità delle case dei dipendenti comunali - ha detto Tommaso Cravero, allora sindaco di Settimo - nove signore provenienti dal manicomio di Collegno, con più di 200 anni in totale di internamento, e devo dire, che fu un successo. È stato un lungo lavoro di mediazione anche con chi viveva lì vicino, perché dovevamo spiegare il progetto e chi erano queste persone. Però alla fine la gente le ha accettate e integrate e loro non hanno mai creato problemi. Ricordo il funerale di Celestina, la chiesa era gremita di settimesi. Tante persone si erano affezionate a lei”.
“Con Enrico, i malati psichiatrici - ha detto Germana Masucco, assistente sociale e compagna di vita di Enrico - hanno ricevuto rispetto, lui li considerava persone con dei bisogni e desideri. Enrico ha lottato contro l’esclusione e il pregiudizio.”
Elena Piastra, sindaca di Settimo, ha sottolineato come Settimo sia tutt’ora una città accogliente con i suoi molteplici progetti che vedono la collaborazione del Comune, dell’UnioneN.E.T. e delle diverse associazioni sul territorio, come ad esempio il progetto IESA, il DADO, e molti altri.
Da parte sua, nell’incontro di mercoledì 16 febbraio, Davide Fadda, ha parlato nel suo libro “L’inchino” del passaggio o della sosta delle statue dei Santi, durante le processioni, davanti alle case dei un mafiosi. Per Davide Fadda è un fenomeno pregno di valenza simbolica, infatti l’autore indaga i presupposti ideologici e i contesti socio-religiosi del perché ci sono preti che lottano contro le mafie, mentre altri si inchinano davanti ai boss mafiosi e fanno passare davanti alle loro case pure i santi in processione. Davide lo fa attraverso delle interviste ad esponenti del clero cattolico, come il mons. Gaetano Currà e don Francesco Michele Stabile, a magistrati, come Giancarlo Caselli, e ad alcuni studiosi, Salvatore Lupo, Augusto Cavadi, dell’intrigato rapporto fra chiesa cristiana e organizzazioni mafiose.
“L’inclino diviene ostentazione del potere mafioso, - ha detto Silvio Bertotto - che così mostra di essere forte e pervasivo. L’inclino davanti a casa di un mafioso rimbalza sulle pagine dei giornali, diventa scandalo ma serve alle mafie per dimostrare il loro potere e il controllo sulla collettività”.
“L’inchino è un atto di legittimazione sociale delle mafie- ha sottolineato Davide Fadda - la vita di un mafioso è lontana dagli ideali e dai propositi cristiano-evangelici. È un atto di sottomissione e di sudditanza. L’inchino è una forma di metacomunicazione e cioè una comunicazione non verbale. Il mafioso si definisce cristiano e crede che la religione sia importante perché come diceva Matteo Messina Denaro: è facile essere credente quando si è mafiosi, lo è meno quando si diventa pentiti”.
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