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27 Luglio 2021 - 19:09
Massimo e Marco Varrone della Caffetteria dei Portici, tra i pochi baristi a schierarsi a favore del Green Pass
SAN MAURO TORINESE. A telecamere spente. Indagare le reazioni di baristi e di ristoratori di San Mauro all’introduzione del decreto 22 luglio richiederebbe un’inchiesta in incognito.
Questo perché, come prevedibile in questi tempi di NoPauraDay e No-Vax, il cosiddetto Green Pass ha suscitato più malumori che ottimismi fra i gestori di locali. La norma entrerà in vigore il 6 agosto e prevede un nuovo giro di vite per i servizi di somministrazione, ma soprattutto il fatale obbligo di richiedere al cliente il certificato di vaccinazione prima di lasciarlo accomodare ad un tavolo interno.
Una missione da infiltrati – si diceva – forse sarebbe stata più conveniente per la buona resa di una cronaca, con il servizio di nomi in codice ed ellissi. Invece il lettore si dovrà accontentare di un quadro con vaghi riferimenti, poiché un gran numero di questi imprenditori, rispettabili signori che sospettano del Palazzo e non piegano il capo alla legiferazione di misure di contenimento contro la pandemia, non si arrischiano a metterci la faccia. «Aria», «sciò sciò»: inviti a circolare; dopo qualche sentenza sullo stato della res publica, l’oste esorta a girare i tacchi quando chiamato a firmare le sue dichiarazioni.
Per fortuna qualcuno almeno lascia la sua posizione ad un documento scritto. Circola da qualche giorno un depliant in formato A4 sulle vetrine di locali. #ilPassNonPassa è l’hashtag degli ammutinati, in bella mostra all’ingresso del Bar della Piazzetta; terra in cui non siamo i benvenuti, contrada di No-Mask e No-Vax che sospettano della buonafede della stampa a tal punto da allontanarci, ma promettono di fare fronte comune e ignorare le prescrizioni, come da statuto: «Qui non chiediamo il Green Pass per entrare.
Ce l’hai? Bene! Non ce l’hai? Va bene uguale! Noi vogliamo solo fare il nostro lavoro, che non è quello di fare i controllori». Che tradotto vuol dire: «Anche se c’è un problema, noi pensiamo col paraocchi ai nostri conti. Se il virus tornerà, allora chiederemo dei ristori allo Stato».
L’aria non cambia sull’altra sponda del Po: c’è fatalismo e amarezza per il declino delle fortune economiche: «Le persone sono banderuole - è l’accusa che si leva dal Caffè del Porto - prima si oppongono al vaccino, poi corrono a farsi vaccinare solo per andare allo stadio o in discoteca». Robe da compagni di banco, robe da «maestra, ma l’ha fatto prima lui», che non sembrano spiegare le vere ragioni che stanno dietro i malumori contro le nuove regole. Perché il problema non sembra tanto la salute pubblica e la minaccia di una nuova chiusura; quello che conta è piuttosto lo stato delle proprie finanze.
Chi doveva impastare, chi doveva tornare in cucina, chi fare uno scontrino: in tanti si sono sottratti a dire la propria per ritornare al lavoro. Forse non cogliendo che esprimersi oggi sul Green Pass sia libertà di opinione; anzi, come illustrato da Marco e Massimo della Caffetteria del Portico, che scannerizzare il telefonino di un avventore può salvare la prossima stagione. Forse questo era già lo zuccherino per accompagnare l’amara pillola prescritta. Forse il resto sono solo speculazioni per cultori del dubbio.
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