SALASSA. "Siamo qui per diffondere la cultura della legalità". Comincia così, con le parole della prima cittadina Roberta Bianchetta, l'incontro che l'amministrazione salassese ha organizzato con Pietro Grasso venerdì mattina, denominato "Siamo Capaci di ricordare". Grasso aveva già fatto tappa nel paese canavesano il pomeriggio precedente.
Ha raccontato, per ben due volte, il significato della lotta alla mafia, soprattutto attraverso il ricordo personale del giudice Giovanni Falcone. Al magistrato palermitano morto allo svincolo per Capaci nel '92 per mano di Cosa Nostra, Grasso ha infatti dedicato un libro.
Si chiama "Il mio amico Giovanni", e proprio per presentarlo Grasso è salito a Salassa. Di fronte a lui, decine di giovanissimi alunni delle scuole del territorio l'hanno ascoltato a bocca aperta. L'ex procuratore nazionale antimafia ha raccontato che è proprio a loro, ai giovani, che la sua azione di racconto e di divulgazione vuole indirizzarsi.
Lo ha fatto tramite un aneddoto. "Nel suo ultimo giorno di vita - ha detto Grasso - Paolo Borsellino si alzò presto la mattina per rispondere ad alcune domande che dei ragazzi molto giovani gli avevano fatto. Lo fece perché, diceva, i ragazzi devono sempre avere una risposta".
Una risposta che, dopo l'uccisione dei due magistrati simbolo dell'antimafia, è diventata più urgente, più necessaria: "Dopo le stragi - ha infatti detto Grasso - ho sentito il dovere di rivolgermi proprio ai più giovani".
E quelle risposte che Borsellino dava ai suoi interlocutori, Grasso ha cercato di darle a tutti i bambini che erano presenti. A dargli una mano c'era Claudio Loiodice, presidente del Dipartimento Piemonte dell'Associazione Nazionale Sociologi. Loiodice ha moderato l'evento e ha introdotto l'ospite.
"Pietro Grasso - ha detto - è un siciliano. E la lotta alla mafia, che è un fenomeno presente in tutta Italia, l'hanno combattuta soprattutto i siciliani". Loiodice ha poi lanciato l'allerta contro quelle narrazioni che "romanticizzano" la mafia.
Quelle narrazioni, cioè, che dipingono i mafiosi come diligenti osservatori di un codice d'onore, secondo cui, ad esempio, né le donne né i bambini devono essere uccisi. Non è vero: Grasso ha infatti raccontato la storia di Giuseppe Letizia, il bambino testimone dell'omicidio, per mano mafiosa, di Placido Rizzotto che per questo fu ucciso. E Letizia non fu il solo.
"La mafia toglie ai poveri, non rispetta nessuna regola morale - ha ribadito l'ex procuratore di fronte ai bambini -. Si nutre di una cultura della violenza che non guarda in faccia a nessuno, e non guarda in faccia nemmeno all'età delle vittime".
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