La visita di Michail Sergeevič Gorbačëv a Torre Canavese (foto di Diego Andrà)
Vi è da molti anni un fil rouge che unisce le maestose Torri del Cremlino di Mosca – a simboleggiare la Russia - e Torre Canavese, vanto del mondo dell’arte piemontese, paese noto per essere un “museo a cielo aperto”; un rapporto artistico e culturale intessuto grazie alla visione lungimirante e innovativa del collezionista, gallerista e antiquario Marco Datrino, purtroppo scomparso il 10 marzo del 2021.
Un legame nato dalla stima, dal rispetto e dalla fiducia reciproca, che fin dal loro primo incontro - avvenuto nei primi anni ’90 del secolo scorso - si instaurò tra due grandi uomini: il piemontese Marco Datrino e l’ex leader sovietico Michail Sergeevič Gorbačëv, un sodalizio che neanche la morte di entrambi riuscirà mai a spezzare.
A Marco Datrino il merito di aver fatto conoscere a Torre Canavese, e di lì a breve anche a tutta l’Italia, il realismo sovietico attraverso una collezione di quadri provenienti dalle 15 Repubbliche dell’ex Unione Sovietica (Russia, Bielorussia, Azerbaijan, Georgia, Kazakistan, Tagikistan, Turkmenistan, Armenia, Kirghizistan, Ucraina, Moldavia, Estonia, Lettonia, Lituania, Uzbekistan).
Una raccolta che col tempo ha allargato i confini per diventare una rassegna internazionale di quadri per la pace: più di centotrenta pittori provenienti da diverse parti del mondo (per citarne alcune, Cina, Sud Africa, Iran, Siria, Israele, Palestina e Giordania) hanno veicolato un messaggio di pace, fratellanza e condivisione, proprio come avrebbe voluto Gorbačëv (Nobel per la Pace), un uomo che – come ha di recente dichiarato Dmitrij Muratov, il direttore di Novaja Gazeta, il giornale della compianta giornalista Anna Politkovskaja, “Disprezzava la guerra. Credeva nella scelta dei popoli e metteva i diritti dell'uomo sopra quelli dello Stato, e un cielo di pace al di sopra del potere personale”.
A raccontarci del sodalizio artistico canavesano con la Russia, pre e post sovietica, che venne definitivamente sancito durante l’incontro nel Castello di Torre Canavese nel 1993, tra Marco Datrino e Michail Gorbačëv, è Carlo Datrino, il figlio di Marco, nel corso di un’intervista rilasciata a pochi giorni dalla scomparsa del Premio Nobel per la Pace che – in un certo senso - cambiò il mondo.
Carlo, in che modo tuo padre si era avvicinato all’arte russa?
“Mio padre era un antiquario che verso la fine degli anni ’80 si era recato in Russia alla ricerca di oggetti e opere antiche, che però in Russia, allora, non vendevano e non si potevano portare al di fuori dello Stato – spiega Carlo Datrino - Fu in quel periodo che iniziò ad appassionarsi alle opere pittoriche del realismo socialista, la corrente artistica che, dopo la rivoluzione, il regime sovietico aveva imposto a tutti gli artisti, costretti ad abbandonare l’astrattismo in quanto l’arte doveva essere solo figurativa, ossia rappresentare, ad esempio, il mondo del lavoro. Questa corrente, fino agli anni ’90 era rimasta sconosciuta ai più, circoscritta alle accademie russe. Mio padre invece – sottolinea Carlo - aveva compreso l’importanza di questi pittori e nei primi anni ’90, grazie a Gorbačëv e alla sua politica improntata sulla glasnost’, iniziò ad importare i primi lotti”.Com’era il suo rapporto con Gorbačëv? “Tra mio padre e Gorbačëv non vi era una vera e propria amicizia, bensì una stima e fiducia reciproca. Questa storia – spiega Carlo – risale al 1989, quando il Presidente venne a Roma (Il 1° dicembre 1989, a un mese dalla caduta del Muro di Berlino, Gorbačëv venne ricevuto a Roma da Papa Wojtyla, ndr.). Mio padre, qualche tempo prima, aveva comprato ad un’asta un servizio da tè russo in argento – racconta il figlio dell’antiquario - che pare provenisse dall’ambasciata russa di Tokyo da cui era stato trafugato nell’800. Dopo le ricerche fatte per verificarne l’autenticità, una volta acquisita la certezza della provenienza, decise di restituirlo subito alla Russia. Fu così che, dopo aver preso accordi con l’ambasciatore russo, con mia madre Fiorella si recò a Roma, dove furono accolti da Raissa, la moglie di Gorbačëv”.Il ‘realismo socialista’ nel Canavese. Possiamo dire che tuo padre ebbe una grande intuizione?
“Certamente! Erano tutti autori che in Unione Sovietica godevano di fama, ma che da noi erano sconosciuti. Abbiamo numerosi quadri dipinti da artisti come, ad esempio, Gerasimov, Burak, Brodskij e molti altri. La funzione principale di quella corrente artistica – spiega Carlo - era di avvicinare l'espressione artistica alla cultura delle classi proletarie per celebrarne il progresso. Per lanciare questi pittori mio padre – prosegue a raccontare - aveva chiesto all’ambasciata di farsi prestare dall’Unione Sovietica alcune opere per allestirne una mostra. Vennero spediti una trentina di dipinti provenienti dal Museo di Kiev. Da lì nacque l’idea di far pervenire a Torre Canavese qualcosa di importante, che fino ad allora ci era sembrato quasi impossibile da realizzare, i ‘Tesori del Cremlino’, che – specifica Carlo - grazie all’aiuto di Raissa Gorbačëva, vennero inviati dalla Russia ed esposti nel piccolo borgo canavesano, invaso per l’occasione da un flusso travolgente, e mai sperimentato prima, di turisti e visitatori. Mio padre – continua orgoglioso Carlo Datrino – proseguì e subito dopo curò due mostre, una nel 1993 e l’altra nel 1994. Poi fu la volta, nel 1996, di quella intitolata ‘Arte in Ucraina’ sempre a cura della Galleria Datrino, con i Tesori di Kiev ed una successiva dedicata all’Oro degli Sciti”.
In che modo Torre è diventato un ‘Museo a cielo aperto’?
“Qualche anno dopo, dato che molti pittori del realismo socialista erano ancora in vita - specifica Carlo Datrino - mio padre iniziò ad invitarne in paese qualcuno. In collaborazione con l’Amministrazione comunale di allora, che puntava molto sulla cultura e sull’arte, si era formata così una sorta di pinacoteca tra le strade del paese. I pittori in visita dipingevano un quadro che lasciavano in dono al Comune. Invitò uno o due pittori in rappresentanza di ogni Repubblica Socialista Sovietica”.
Tutt’oggi i dipinti sono esposti fra i vicoli, piazze e le salite che portano al Castello, proprietà dei Datrino. Ad un certo punto, grazie a tuo padre, la storia che i dipinti rappresentavano si è, in un certo senso, materializzata in paese. Quando e come avvenne l’incontro con il leader sovietico?“Incuriosito dalla passione di mio padre per i pittori sovietici – racconta Carlo - nel 2003, Gorbačëv, in occasione dell’inaugurazione ufficiale della Pinacoteca di Torre, dedicata proprio alla moglie Raissa, venne a conoscere mio padre di persona. Rimase molto stupito da quanto aveva fatto in paese”, rammenta Carlo Datrino, che era anche lui presente all’incontro.
Quanti quadri sono attualmente esposti a Torre?
“Vi sono 150 opere pittoriche su supporto in fòrmica eseguite da quindici artistiprovenienti da ciascuna delle repubbliche della ex URSS e fissate alle pareti delle abitazioni di Torre. I dipinti, i cui soggetti sono stati suggeriti agli autori dallo stesso Datrino, sono di proprietà del Comune, che ne dovrebbe curare la manutenzione, insieme con altre 400 opere, in parte esposte nella Pinacoteca del paese”.
Dovrebbe? Perché il condizionale?
"L'attuale amministrazione, purtroppo, a differenza di quanto accadeva in passato, sembrerebbe non puntare molto sul turismo e sull’arte per cui non è tutto in ordine come era qualche anno fa”. La sua non vuol essere assolutamente una polemica, tiene a precisare; il punto è, commenta Datrino, che “i quadri meriterebbero di essere restaurati e protetti, perché sono costantemente esposti alle intemperie. Sono stati in parte dipinti dai “Pittori per la pace’. Immaginate israeliani e palestinesi, ad esempio, che dipingevano fianco a fianco! Vi sono anche opere proveniente da diverse scuole artistiche italiane. Sarebbe un peccato che si deteriorassero…”
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