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Brusasco
18 Luglio 2023 - 10:38
Gianni Arietti
Ci sono racconti che non possono andare perduti per sempre. E ci sono persone depositarie di questi racconti, che meritano uno spazio, affinché chiunque abbia la possibilità di ascoltare queste storie. A Brusasco abbiamo incontrato un uomo che non potevamo non incontrare, lui è Gianni Arietti.
“Io sono nato in una cascina, cresciuto con le bestie nella stalla. Mio papà faceva il campagnin e il pescatore; qui sul Po, insieme a un socio, aveva una barca. Da bambino mi portò a pescare e mi insegnò la pesca con le reti, le gettavamo e aspettavamo che i pesci ci cadessero dentro. E ricordo che c'era il padrone di un ristorante di San Mauro che ogni mattina alle 5 veniva a casa mia per comprare il pesce fresco da cucinare nel suo locale. Pensi che per conservare il pesce, all'epoca non c'erano i frigoriferi, andavamo a prendere il ghiaccio dal macellaio del paese Carrera. Dei parallelepipedi enormi e pesanti una ventina di chili, che mio papà avvolgeva nella paglia, per mantenere la temperatura. Ci spostavamo in bicicletta. Si andava al fiume alle 3 le 4 di notte, e nel buio utilizzavamo lampade di acetilene o carbura, con il carburo di calcio e l'acqua.”
Siamo spugna e in silenzio assorbiamo tutte le parole che Gianni ci mette in fila per regalarci una storia perduta nel tempo. A un nostro leggero gesto con il sopracciglio, Arietti capisce che non conosciamo il funzionamento di questa lampada, e con un mezzo sorriso quasi divertito, ci spiega in cosa consisteva. La poesia è iniziata e noi dobbiamo solo ascoltare.
“La carbura era un cilindro formato da due serbatoi, quello dell'acqua posto sopra a quello del carburo, comunicante attraverso un foro, regolabile da un rubinetto posto nella parte superiore della bombola. L'acetilene veniva prodotto man mano che si consumava a partire dal carburo di calcio che, reagendo con l'acqua, sviluppava acetilene rilasciando calce spenta. Il gas usciva dal serbatoio attraverso un tubo che terminava con un attacco, al quale era collegato un tubicino che portava il gas alla lampada.”
Una volta si aiutava la famiglia e Gianni, tra la campagna, la pesca e le bestie, ha svolto diverse mansioni, lavori che oggi difficilmente i ragazzini hanno la possibilità di imparare e svolgere. Insomma, questa era una vera e propria scuola, quella che vedeva i genitori o i nonni salire in cattedra, con l'intento di fornire strumenti ai giovani per affrontare le vicissitudini della vita. Anche questo crediamo si sia perduto, come la carbura.
Gianni emozionato ci ricorda cosa era la stalla.
“All'interno si respirava un'aria di magia, ognuno aveva il suo ruolo. D'inverno nella stalla, vicini alle bestie, il tepore ci aiutava a non avere troppo freddo. Ad esempio gli uomini parlavano di lavoro giocando a carte, le donne cucivano o cucinavano e i vecchi raccontavano storie antiche, un po' come sto facendo io con voi. A casa mia poi venivano tutti i bambini del paese, perché mio nonno, Giovanni detto Giacu da Giacultoni, Giacomo Antonio, il nome di suo papà, perché una volta si veniva chiamati con il nome del padre, era un vero cantastorie. Mio nonno era del 1988. Lui era uno che raccontava un sacco di storie, specie della Grande Guerra e tutti i bambini alla sera si fermavano ad ascoltare queste favole, rigorosamente in piemontese.”
Lo sappiamo che questo incontro è per noi una fortuna, di quelle che difficilmente si incontrano al giorno d'oggi.
Gianni andò poi a scuola, le elementari le frequentò nell'edificio che oggi ospita il municipio di Brusasco. Poi fece le medie e alle superiori studiò e si diplomò da geometra. E da geometra Gianni si è dato da fare in paese in svariate occasioni. Nella chiesa romanica di San Pietro al Cimitero partecipò allo scavo, durante il quale vennero aperte le tombe presenti sul pavimento all'interno della chiesa.
Da geometra Gianni imparò il mestiere da Bonetto Emilio, il suo maestro, nato sul finire dell'800 e giunto a Brusasco da Cortiglione dopo il matrimonio. E questa confidenza ci rincuora, come ogni volta che un uomo riconosce i meriti di chi lo ha aiutato, in questo caso insegnandogli il lavoro da geometra.
Quando chiediamo a Gianni di raccontarci un aneddoto divertente, lui non ci pensa su due volte, come se l'avesse pronto, e ritorna di nuovo al nonno Giacu. E l'episodio anche comico e fortunoso, nemmeno a dirlo, avvenne durante la Prima Guerra Mondiale, uno di quei racconti che Giacu era solito narrare ai bambini del paese nel cortile di casa, compreso il bambino Gianni.
“Mio nonno era in trincea in Friuli sul confine. La vita all'interno di quei serpentoni scavati era inenarrabile, un misto di frustrazione, paura, solitudine, fame, pidocchi, nostalgia di casa, della mamma, della famiglia, l'impossibilità di comprendere quel conflitto e ancor di più la propria presenza sul campo di battaglia, l'incredulità di scoprire che il nemico da uccidere era un ragazzino come te, con il quale si condividevano le stesse emozioni, le stesse paure, la stessa fame, la stessa nostalgia e la stessa incomprensione di essere al fronte a combattere in una guerra.
Un giorno mio nonno Giacu fu colto da crampi all'addome, talmente forti che dovette allontanarsi di qualche metro per espletare i naturali bisogni corporali. Ovviamente non c'erano i servizi igienici, i bisogno si facevano pochi metri più in là, sempre nella trincea.”
Quando ci troviamo di fronte alle storie della Grande Guerra, restiamo sempre immobili, in silenzio, più delle altre volte. Ci ricordiamo tutti, le tante lapidi presenti nei nostri cimiteri, spesso poste davanti all'ingresso, come monito, come ricordo, come a dire, a chi passa davanti a quegli elmetti, di fare attenzione, che potrebbe sempre succedere una tragedia del genere. Una tragedia, perché su quelle lapidi dei piccoli cimiteri di paese, spesso i cognomi si ripetono a testimonianza dei tanti ragazzi della stessa famiglia morti. Ma la cosa che più ci ammutolisce, sono le date di nascita di questi ragazzi, che vanno dal 1886 fino al 1900. Gianni parla, e mentre ascoltiamo la sua storia, la pelle si accappona e gli occhi si inumidiscono, perché parlare della Grande Guerra è come parlare di ciò che ci scorre nelle nostre vene.
“Ebbene, proprio durante il suo allontanamento, cadde una bomba proprio sulla parte di trincea dove erano accampati e intenti a combattere lui e i suoi commilitoni. Morirono tutti e Giacu fu l'unico o uno dei pochi a salvarsi. E tutto, grazie al destino, che lo volle solo ferito alla schiena da una scheggia.”
Durante la trincea un giorno fece visita alle truppe Gabriele D'Annunzio, che regalò del cognac a Giacu, una cosa che il nonno amava raccontare ai bambini, in quelle sere nel cortile di casa.
“Ma nonno, gli domandavo io quando raccontava questo episodio, D'Annunzio non era piemontese, tu come gli hai parlato? E lui mi rispondeva: in piemontese certo, era piemunteis anche chiel.”
Gianni Arietti sorride e da quel sorriso vogliamo pensare di avergli dato una piccola gioia per aver avuto l’opportunità, attraverso il nostro incontro, di raccontare qualcosa del suo sapere. Ci saluta con un ennesimo racconto e un desiderio:
“Il 2 febbraio era il giorno della Candelora. Mio nonno Giacu andava in chiesa a ritirare le candele benedette e una volta a casa, le accendeva. Come buon auspicio ci faceva colare la cera sui polsi a noi bambini, ai grandi, poi anche sugli attrezzi di lavoro e sulle bestie nella stalla.
Vedete, mi prende un poco di tristezza davanti alle tante cose che conosco e che si perderanno nel tempo e io vorrei tanto poterle lasciare ai giovani, affinché questi racconti non vadano perduti per sempre.”
E noi siamo qui proprio per provare a fare questa semplice e fondamentale operazione, che amiamo definire poesia.
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