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La squartatrice di Chivasso. Storia di un uomo fatto in tre pezzi, infilato in due valige e gettato in una roggia

Nel 1962, il corpo di un venditore ambulante siciliano viene ritrovato smembrato in due valigie: una vicenda di gelosia, vendetta e segreti familiari che scuote la provincia piemontese

due valige

due valige

Il 21 settembre 1962 alcuni abitanti di Sale Langhe danno l'allarme: due valigie galleggiano nelle acque di una roggia in frazione San Lazzaro, nei pressi di Ceva, in provincia di Cuneo, vicino alla diga di una segheria. Contengono il corpo di un uomo tagliato in tre parti. Si chiamava Ignazio Sedita, 28 anni, venditore ambulante, nato a Caltabellotta, in provincia di Agrigento. Era uscito da pochi giorni dal carcere di Cattolica Eraclea, dove aveva scontato una condanna a tre anni di reclusione per un furto commesso a Empoli, e si era diretto a Chivasso, in via Cappuccini, dove nel frattempo si era trasferita la moglie Lucia Montalbano.

Sedita, a Chivasso, ci arriva con un tarlo nella testa: era stato informato da alcuni sodali di prigionia che la sua Luciaaveva ingannato il tempo amoreggiando con uno, tale Giuseppe La Bella, su cui pendevano due aggravanti: era minorenne ed era suo cugino primo.

Il dottor Mario Neri, il medico chiamato ad effettuare il primo esame necroscopico sui resti del cadavere, rileva due colpi di coltello: un taglio sul torace e un’ampia ferita da sgozzamento alla gola. Si pensa fin da subito a un delitto maturato nell’ambito della famiglia della moglie, un nucleo numeroso (otto figli), dove a comandare è la suocera, Francesca Trapani, rimasta vedova giovanissima.

Secondo il racconto di Lucia, quella sera avevano cenato tutti insieme. "Siamo andati a dormire ma, alle due del mattino, Ignazio si è alzato annunciando di voler raggiungere la sua amante e, da quel momento, è scomparso".

Secondo gli investigatori, il ritorno di Ignazio Sedita aveva turbato un equilibrio familiare faticosamente recuperato. Il suo rapporto con Lucia, minorenne all'epoca, era iniziato con una classica fuga d’amore (fuitina) e un successivo matrimonio riparatore. Si era però concluso quasi subito, con l’arresto di Ignazio per furto e la sua condanna a tre anni di carcere. Durante la sua detenzione, Lucia era tornata dalla famiglia, trasferendosi in Piemonte e intraprendendo una relazione con il giovane Giuseppe La Bella, detto Pippo, di appena 17 anni.

Il giorno dell’arrivo di Sedita a Chivasso, in casa, oltre a Lucia, c'erano i fratelli Francesco e Paolo, rispettivamente di 17 e 16 anni, e lo stesso Giuseppe La Bella. Tutti finiscono nell’elenco dei sospettati e vengono fermati per pesanti e prolungati interrogatori.

Nelle cronache giornalistiche di quei giorni si nota un incredibile accanimento condito da pregiudizi. "La casa dove è avvenuto uno dei delitti più feroci e stupidi è quasi un rudere di una vecchia fattoria, al margine di una città che sta per diventare industriale", si legge su La Stampa. "Tutto attorno vi sono cantieri e fabbriche, la vita va svelta, la gente ha la febbre di fare, si preoccupa di non restare indietro. Soltanto in queste due stanze, dove abitano i Montalbano, il tempo è fermo e stagna. Qui covano rancori e vendette, e c’è sempre un motivo per litigare".

Toni davvero esagerati, considerando che i fatti richiedevano sintesi e continenza.

Lucia Montalbano

Dai primi interrogatori gli inquirenti ottengono solo un mucchio di bugie, contraddizioni, tentativi maldestri di depistaggio e autoaccuse. Francesco Montalbano è tra i primi a parlare, sostenendo che Ignazio Sedita è morto cadendo accidentalmente sul coltello che lui stesso impugnava.

Segue la confessione più interessante, quella di Giuseppe La Bella, che al PM Toninelli racconta di aver ucciso Ignazio Sedita la sera del 10 settembre per odio e per liberarsi di lui. Dice di aver fatto tutto da solo, colpendolo a coltellate, tagliando il corpo in tre pezzi e sfigurando il viso con un rasoio per renderlo irriconoscibile. Racconta inoltre di aver messo i resti in due valigie e di aver preso un taxi con Lucia, dirigendosi verso Savona. Tuttavia, il viaggio si interrompe a Ceva, dove decidono di gettare il macabro bagaglio in una roggia.

Felice Avagnina, il tassista, confermerà ogni dettaglio del viaggio: "Sono venuti giù dalla scala esterna faticosamente, con due grosse valigie legate con una corda. Le abbiamo messe nel baule e siamo partiti. Era mezzogiorno", dichiarerà il tassista, aggiungendo che i due ragazzi erano nervosi e silenziosi, e che Giuseppe si fermava di tanto in tanto per controllare le valigie, dicendogli che stavano trasportando vino.

La confessione, però, non convince il PM, che sospetta che La Bella stia coprendo Lucia e i fratelli. Rimane da chiarire anche il ruolo di Francesca Trapani, definita dal PM come una "tragica matriarca" con un alibi inoppugnabile.

I resti di Ignazio Sedita vengono esaminati dal professor Gilli, direttore dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Torino, che conferma le ferite sul torace e la sgozzatura, indicando che Sedita è stato colpito mentre era a torso nudo, forse addormentato.

Arrestati e processati, Lucia Montalbano e Giuseppe La Bella danno versioni discordanti. Lucia ammette solo che quella sera ci fu un litigio, poiché Ignazio, prendendo in giro i fratelli Francesco e Paolo, disse: "Fare il muratore è troppo faticoso: in carcere ho imparato molte cose, per esempio che mia moglie lavorerà per me sul marciapiede, e staremo bene in due". Un affronto che avrebbe scaldato gli animi, portando alla furia omicida.

Le indagini si chiudono con una richiesta di rinvio a giudizio per Giuseppe La Bella e Lucia Montalbano, accusati di omicidio premeditato, vilipendio e occultamento di cadavere. Anche i fratelli Francesco e Paolo Montalbano vengono rinviati a giudizio per concorso in omicidio.

Seguono 17 anni di intricata storia giudiziaria. Giuseppe La Bella viene condannato a 23 anni di reclusione, ma Lucia, Francesco e Paolo vengono prosciolti per insufficienza di prove. In Appello, la condanna di La Bella viene ridotta a 17 anni, mentre Lucia viene condannata a 28 anni. La Cassazione però annulla la sentenza, e si ricomincia daccapo. Alla fine, la Corte d’Assise di Bologna condanna definitivamente La Bella, che aveva ormai quasi finito di scontare la pena. Lucia Montalbano viene assolta dall'accusa di omicidio, ma condannata a 4 anni per occultamento di cadavere.

Tornata a Chivasso nel 1973, Lucia ci visse pochi mesi. Liquidò la faccenda così: "Se qualche colpa ce l’ho, l’ho pagata", e di lei si perse ogni traccia. Ma la storia della "squartatrice di Chivasso" continuò ad aleggiare per molti anni ancora...

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