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Delitto Caccia, parla Schirripa: "Prestai l'auto, non sapevo servisse per l'omicidio"

Delitto Caccia, parla Schirripa: "Prestai l'auto, non sapevo servisse per l'omicidio"

Bruno Caccia

Nuovi accertamenti della Procura Generale di Milano sul caso di Bruno Caccia, il magistrato ucciso a Torino per mano della 'ndrangheta, secondo gli inquirenti, il 26 giugno 1983.  Il procuratore generale Francesca Nanni, secondo quanto si è appreso, ha raccolto oggi le dichiarazioni di Rocco Schirripa, di Torrazza Piemonte, che per l'omicidio è stato condannato in via definitiva all'ergastolo il 20 febbraio 2020. 

Schirripa è detenuto nella sezione “Alta Sicurezza” del carcere di Opera, Milano.

Confermata dalla Cassazione la condanna all'ergastolo per Rocco Schirripa, Rocco Schirripa

Affiancato dai legali Mauro Anetrini e Basilio Foti, Schirripa ha fornito la “sua” verità al Procuratore generale di Milano Nanni, titolare del fascicolo relativo ad accertamenti supplementari sull’assassinio di Bruno Caccia.

Il panettiere di Torrazza sostiene di non far parte di quel commando che uccise Caccia: dice, per la prima volta pubblicamente oggi, di aver prestato a Vincenzo Pavia,  ex cognato del già condannato Domenico Belfiore (avendone sposato la sorella Maria) una Fiat 128 di colore verdino.

Gliela consegnai sul ponte di corso Regina Margherita, pensavo gli servisse per una rapina. All’epoca facevamo parte di una piccola banda che si occupava di scippi e di rapine”.

Dopo qualche tempo, Schirripa - a suo dire - scoprì che era stata usata per commettere l’omicidio del Procuratore.

Pavia mi ricompensò e comprò il mio silenzio - ha detto al procuratore - coinvolgendomi in una rapina a Imperia Oneglia qualche tempo dopo”.

Schirripa sostiene di aver taciuto tutto questo tempo per paura di Pavia. “Era un sanguinario”. Le persone citate da Schirripa oggi sono tutte morte. Compreso Pavia, che in un verbale del 1997 fece il nome di Schirripa nei verbali di collaborazione come “uomo del gruppo responsabile del delitto”.

Sono tanti i dubbi da chiarire. Uno su tutti: perché Schirripa non ha mai raccontato questa versione dei fatti nei tre gradi di giudizio? “Solo” per timore?

Schirripa spera in una revisione del processo, ma questa ipotesi si fonda su basi che per ora non sono così solide.

La verità, emersa nel processo, è un’altra.

Secondo i giudici della Cassazione, l’omicidio di Bruno Caccia è qualificabile come delitto di criminalità organizzata”: così scrive la Corte nelle motivazioni della condanna all’ergastolo per Rocco Schirripa che, insieme a Domenico Belfiore e altre persone non identificate, organizzò l’agguato mortale al Procuratore capo di Torino ucciso la sera del 26 giugno 1983 sotto la sua abitazione. Il delitto è stato a lungo un ‘cold case’ e la riapertura delle indagini si deve alla perseveranza dei familiari di Caccia. Il magistrato fu sorpreso dai killer che gli spararono da una Fiat 128 mentre portava a spasso il cane in Via Sommacampagna, nel capoluogo piemontese, uno di loro scese dall’auto ed esplose i colpi per finirlo.

“La matrice del delitto – affermano gli ‘ermellini’ nella sentenza 17647 condividendo il verdetto della Corte di Assise di Appello di Milano del 2019 – è da collegare alla stretta vicinanza di Belfiore”, uomo della mafia catanese, e Schirripa, affiliato alla ‘ndrangheta, “come attestato dalle conversazioni captate”. Erano ‘compari’: Belfiore e la moglie avevano tenuto a battesimo la figlia di Schirripa.

Ad avviso della Cassazione, tra i moventi dell’omicidio di Caccia – ucciso a 65 anni – c’è “l’azione di antagonismo giudiziario” che il procuratore capo di Torino, 37 anni fa, stava conducendo “verso l’espansione calabrese illecita nell’area piemontese e torinese”, anche nei casinò. Comunque, ritengono gli ‘ermellini’ che “per la partecipazione a un delitto non serve, in contesti siffatti, un movente personale, specie se si considera che la vicinanza tra Schirripa e Belfiore era un elemento inconfutabile”. Belfiore è stato condannato al carcere a vita nel 1992, definitivamente, dopo un precedente annullamento da parte della Cassazione.

Lungo e complesso il cammino investigativo per l’accertamento delle responsabilità, con la partecipazione dei servizi segreti e di infiltrati nelle carceri. Nella requisitoria all’udienza svoltasi nel febbraio 2020, il Procuratore della Cassazione Alfredo Viola aveva detto che “Caccia e’ stato un servitore dello Stato con una condotta fuori dall’ordinario non per i passi fatti in avanti ma per i passi indietro fatti da altri, e con le parole di Giovanni Falcone ricordo che ‘si muore perche’ spesso si e’ privi delle necessarie alleanze’”.

Caccia, aveva sottolineato il Pg Viola, “e’ la prima vittima di mafia al nord” e le misure di protezione disposte per tutelarlo “purtroppo si sono rivelate non stringenti”.

Piena luce sul delitto deve ancora essere fatta, e si è arrivati all’individuazione di Schirripa – in cella dal 2015 – tramite intercettazioni raccolte da un trojan nel maxiprocesso ‘Minotauro’, contro i clan calabresi. A causa delle indagini lacunose condotte dalla Dda di Milano, il fascicolo sul caso Caccia venne avocato dalla procura generale del capoluogo lombardo. “Questa inchiesta sulla morte di un magistrato e’ l’unico caso nel quale l’attività processuale si e’ rifiutata di sentire i colleghi di Caccia e i suoi familiari”, aveva rilevato l’avvocato Fabio Repaci che rappresenta i congiunti del magistrato ucciso.

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