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08 Gennaio 2020 - 12:36
Quattro assoluzioni “per non aver commesso il fatto”. E una sola condanna.
Così si è espressa la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria sul processo per l’omicidio del boss di Volpiano Pasquale Marando, tra i più grandi broker di cocaina del Nord Italia negli anni Novanta, tanto da essere definito come il “Pablo Escobar italiano”.
La Corte reggina ha annullato le quattro condanne a 30 anni inflitte in primo grado a Rosario Barbaro (avvocati Armando Veneto e Luca Maio), Natale Trimboli (avvocati Francesco Lojacono e Davide Barillà), Rocco Trimboli (avvocato Gianfranco Giunta) e Domenico Trimboli (avvocato Lorenzo Gatto). Confermata invece la condanna a Saverio Trimboli, anche se ridotta da 30 a 20 anni di reclusione.
L’omicidio risale ai primi mesi di diciotto anni fa, tra gennaio e febbraio del 2002. Secondo la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, Pasquale Marando sarebbe stato ammazzato a 39 anni durante una faida di ‘ndrangheta che lui stesso avrebbe cominciato con l’uccisione di Antonio Giuseppe, Rosario e Saverio Trimboli. Pasquale Marando ce l’aveva con la famiglia Trimboli, con cui aveva legami di parentela, perché a suo dire avrebbe gestito male i soldi della malavita calabrese negli anni della sua prigionia a fine anni Novanta. Delle tre persone uccise, però, una non c’entrava niente con chi si occupava di gestire il denaro. E proprio per questo motivo i Trimboli - sempre secondo la ricostruzione della DDA - avrebbero deciso di porre fine alla vita di Marando, a quel tempo latitante. Marando fu convocato dai calabresi a Platì per discutere della faida. Ma proprio in quell’occasione fu ucciso. Secondo alcuni sarebbe stato ammazzato per l’incapacità di gestire il potere mafioso sulle famiglie concorrenti, in primis i Barbaro, nel piccolo comune del reggino. Non avrebbe - insomma - rispettato le gerarchie delle ‘ndrine.
La Corte ha dato ascolto ai pentiti Rocco Varacalli, Rocco Marando e Domenico Agresta, i quali hanno raccontato che fu proprio Saverio Trimboli a sparare a Marando mentre stava per ripartire verso l’Aspromonte per continuare alla latitanza. Per lui, come detto, la condanna è stata confermata. Ma solo per lui.
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