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CUORGNÈ. Il canavese e l'ANPI in lutto per il partigiano Rabain, aveva da poco raggiunto i 100 anni

CUORGNÈ. Il canavese e l'ANPI in lutto per il partigiano Rabain, aveva da poco raggiunto i 100 anni

Ettore Giacoletto

CUORGNÈ. Aveva da poco raggiunto il traguardo del secolo di vita il partigiano Rabain, che se n’è andato domenica scorsa. Lascia un vuoto importante a Cuorgnè, dov’era diventato sempre più, col passare del tempo, uno dei punti di riferimento, uno dei simboli della storia resistenziale. Testimone instancabile di quegli anni, sapeva raccontare i momenti più drammatici delle sue esperienze di partigiano con ironia e persino con leggerezza. Nato a Cuorgnè nel 1921, Ettore Giacoletto militò nelle Brigate “Matteotti” e fu coinvolto in modo diretto e pesante in una della battaglie più importanti dell’estate 1944 nel Canavese: la “Battaglia del Pedaggio”. Prima di entrare nella Resistenza aveva vissuto l’esperienza terribile della Ritirata di Russia, dov’era finito perché le navi destinate all’Africa, sulle quali era stato imbarcato, erano naufragate. In Russia aveva rischiato il congelamento degli arti: lo avevano salvato due coniugi che avevano perso tre figli in guerra. Rimpatriato dalla Croce Rossa, per poco aveva evitato di ritrovarsi in mezzo al caos post-armistizio: sarebbe dovuto rientrare in caserma a Casale il 9 settembre 1943. Si diede invece alla macchia e salì in montagna entrando a far parte del gruppo di “Piero Piero” ed assumendo il nome di battaglia “Rabain”, che gli è poi rimasto appiccicato per tutta la vita. La morte lo sfiorò il 29 giugno 1944 quando, di ritorno dall’assalto alla caserma “Pinelli” di Cuorgnè, organizzato dalla VI Divisione di “Giustizia e Libertà” per rifornirsi di armi e munizioni ed alla quale avevano partecipato anche i matteottini, i partigiani vennero attaccati in Località Pedaggio dalle forze fasciste in arrivo da Ivrea per dar man forte ai loro commilitoni che nel frattempo, dopo ore di assedio, si erano arresi. Le auto dei partigiani vennero crivellate di colpi. Morirono tutti gli occupanti, compreso il comandante della Caserma, capitano Santamaria,  che era stato fatto prigioniero. Solo Rabain riuscì a cavarsela con una ferita al ginocchio: tentò la fuga ma venne bloccato e destinato alla fucilazione insieme a due civili finiti per caso in mezzo alla sparatoria. Riuscì a salvarsi lasciandosi lasciò cadere a terra un attimo prima di essere colpito e fingendosi morto: fu però ferito gravemente dal “colpo di grazia” che gli trapassò il bacino, spaccandogli l’osso sacro e perforandogli l’intestino. Anche in quelle condizioni, spinto dalla forza di volontà, riuscì a fuggire, trascinandosi sull’erba – attento a non farsi scoprire dai nemici – fino ad una cascina non lontana, dove venne soccorso e dove ricevette le prime cure. Era però necessario il ricovero in ospedale e questo lo espose a   nuovi rischi: venne arrestato in seguito ad una delazione, nelle condizioni in cui era,  e liberato solo perché scambiato con altri prigionieri. La convalescenza fu lunghissima  ed i segni di quell’atroce esperienza gli rimasero sul corpo. Riuscì tuttavia a tornare ad una vita normale e serena. Sposatosi con Elvira Pezzetto, negoziante cuorgnatese, deceduta nel 2015, ha avuto due figlie, Vera e Tiziana. Lavorò in manifattura a Cuorgnè, e da pensionato, si dedicò alla coltivazione della terra. Era nonno dell’ex-sindaco di Valperga Gabriele Francisca. La storia di Rabain è stata raccontata in un film girato dal regista Federico Mazzi: “Avevamo già 22 anni…”. La morte lo ha raggiunto domenica 22 agosto ed è stato seppellito martedì 24: la cerimonia funebre si è svolta nella chiesa parrocchiale di Priacco, la sua frazione, mentre il Santo Rosario si era tenuto lunedì sera nella parrocchiale di Cuorgnè. La sua morte lascia un vuoto innegabile, come sottolinea il presidente dell’ANPI di Ivrea e Basso Canavese Mario Beiletti: “Oggi ci ha lasciati un grande Uomo. A quelli come lui dobbiamo essere eternamente riconoscenti. La democrazia  e la Costituzione che oggi ci guidano portano il suo nome e di ogni valoroso combattente per la Libertà. A noi tutti resta il tuo esempio e la tua storia da raccontare. A te, caro Rabain, il nostro infinito GRAZIE. Ciao Ettore, il vento fischia ancora”.
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