Quando l’ha sbattuta in mezzo alla strada, una forza insospettabile le è partita da dentro. “La prostituta non la voglio fare”, deve aver pensato disperata in quei venti minuti trascorsi sul marciapiede. Così, una donna di origini albanesi residente a Cuorgnè, ha deciso di scappare di casa, lontano da quel marito, sposato attraverso un matrimonio combinato, che per due anni l’ha riempita di violenza, di botte, di umiliazioni. Ha trovato il coraggio di ribellarsi e di pianificare la sua fuga. Ha chiamato il suo papà, che vive in Albania, convita che fosse l’unica persona di cui potesse fidarsi, l’unica che potesse salvarla da quell’incubo in cui era sprofondata dopo le nozze. A prenderla, supplicato dal genitore, è arrivato un cugino di secondo grado che abitava a Bolzano, l’unico parente in Italia. L’ha fatta salire in macchina e l’ha portata al sicuro, a 400 chilometri di distanza. “Non so esattamente cosa lui le facesse - ha raccontato con le lacrime agli occhi il cugino al giudice Angela Rizzo, martedì scorso in tribunale a Ivrea, durante il processo a carico del marito, 46 anni, albanese anche lui, accusato di maltrattamenti e lesioni personali -. Mi ha detto che voleva farla prostituire, che l'ha lasciata sulla strada per farla prostituire, ma non mi ha detto se poi l'ha fatto. Io sono un uomo, è normale che non se la sentisse di raccontarmi tutto. E poi neppure avrei voluto saperlo. Mi ha fatto molto male sentirle raccontare queste cose". Il cugino parla di una donna sotto shock, gravemente provata nello spirito, più che nel corpo. “E’ scappata senza portare niente via con lei, aveva solo la sua borsetta e gli abiti che indossava. Era disperata”. Una volta arrivati a Bolzano, l’ha quindi accompagnata subito dagli assistenti sociali, che l’hanno inserita in un programma di protezione speciale, che prevede anche un indirizzo di residenza segreto ed un nome falso, per donne con un passato prostitutivo o vittime di gravi violenze. Un regime talmente duro e difficile da sopportare che lei, fragile e indifesa, non riesce a reggere. “Era fragile - ricorda un dei coordinatori del progetto di aiuto alle donne - e vulnerabile, disorientata, non sapeva che cosa ne sarebbe stato del suo futuro”. Va via e dopo qualche giorno viene affidata ad una struttura, "La casa delle donne” e inizia un percorso di reinserimento. Lì c’è rimasta per un anno.
Ma di fronte al giudice, martedì mattina, interrogato dall’avvocato della difesa, Celere Spaziante, è comparso anche il cognato della vittima. “Vivo con mio fratello da quando sono arrivato in Italia, cioè dal 2000 - sostiene - e non ho mai assistito a episodi violenza domestica, non ho mai sentito nulla, rumori o urla, che potessero far pensare al fatto che mio fratello stesse picchiando sua moglie. Certo c’erano dei piccoli battibecchi, ma come capita a tutte le coppie ma tra loro c’è sempre stato un rapporto normale. Lei era libera di fare quello che voleva, se capitava andava a fare la spesa da sola, a comprare il pane, aveva un telefono tutto suo che poteva usare per sentire il papà. Se non lavorava è perché non aveva i documenti per farlo…”.
La prossima udienza, fissata per il 18 settembre, vedrà l’esame degli imputati e la discussione.
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