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Cronaca
18 Gennaio 2026 - 21:57
A Collegno un uomo di 70 anni è collassato a terra mentre camminava nei pressi della stazione ferroviaria. È successo domenica 18 gennaio 2026. Un arresto cardiaco in strada, davanti agli occhi dei passanti: uno di quei momenti in cui la vita smette di essere un concetto astratto e diventa un conto alla rovescia.
La differenza, questa volta, l’ha fatta un cittadino qualunque. Non un medico, non un soccorritore in servizio: un passante che ha capito subito cosa stava succedendo e ha iniziato immediatamente il massaggio cardiaco, senza aspettare, senza delegare, senza voltarsi dall’altra parte. In pochi secondi ha trasformato una scena che poteva finire nel peggiore dei modi in una possibilità concreta di salvezza.
Quando il 118 è arrivato, l’intervento è proseguito con le manovre di rianimazione e la stabilizzazione del paziente. L’esito è quello che tutti sperano, ma che non è mai scontato: l’uomo ha ripreso le funzioni vitali ed è stato trasportato d’urgenza in ospedale, dove ora si trova sotto osservazione.
I sanitari lo hanno detto chiaramente: «Fondamentale la prontezza di chi è intervenuto per primo: un gesto che ha fatto la differenza tra la vita e la morte». E non è una frase fatta, non è retorica da comunicato. È la realtà cruda di certe emergenze: nei primi minuti non si gioca solo la sopravvivenza, ma anche la possibilità di tornare davvero a vivere, senza conseguenze irreversibili.

Questa storia, infatti, non racconta solo un salvataggio. Racconta una cosa che spesso fingiamo di non sapere: la formazione al primo soccorso non è un optional, è una responsabilità collettiva. Perché l’arresto cardiaco non chiede permesso, non aspetta l’ambulanza, non si mette in pausa finché arriva “quello bravo”. Se chi è lì non sa cosa fare — o peggio, resta fermo per paura — quei minuti diventano un muro.
A Collegno, invece, quei minuti sono diventati un ponte. Il ponte tra l’arresto e il ritorno dei segni vitali. Tra una persona stesa sull’asfalto e una persona che, oggi, è in un letto d’ospedale con ancora davanti una possibilità.
E allora sì: un gesto è bastato a cambiare tutto. Ma la domanda vera è un’altra, ed è meno comoda. Quanti di noi saprebbero fare lo stesso? Quanti saprebbero riconoscere un arresto cardiaco, iniziare le manovre giuste, reggere la pressione, tenere duro finché arrivano i soccorsi? Perché la vita, quando decide di fermarsi, non concede prove generali. E a volte, per rimetterla in moto, servono solo due mani e il coraggio di non perdere tempo.
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