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14 Gennaio 2026 - 09:56
Ucciso a 13 anni, assoluzione dopo 13 anni di processi: per i giudici fu legittima difesa
La parola arriva secca, senza preamboli: “assolto”. Nell’aula della Corte d’Assise d’Appello di Napoli il silenzio pesa più del brusio che segue. Poi un grido rompe la scena: è quello di Amalia Iorio, la madre di Emanuele Di Caterino, il ragazzo di 13 anni ucciso con una coltellata alla schiena il 7 aprile 2013 ad Aversa, durante una lite tra giovanissimi. «Avete assolto un assassino. Vergognatevi», urla tra le lacrime.
Con quella parola, dopo quasi tredici anni, si chiude – almeno per ora – una delle vicende giudiziarie più lunghe e controverse degli ultimi anni. L’unico imputato, Agostino Veneziano, oggi 29enne, è stato assolto con la formula “perché il fatto non costituisce reato”: per i giudici, agì in legittima difesa.
Una decisione che arriva al termine di un percorso processuale senza precedenti per durata e complessità. Dal primo giudizio del 2014, celebrato con rito abbreviato davanti al Tribunale per i minorenni e concluso con una condanna a 15 anni, il caso ha attraversato otto passaggi tra primo grado, appello e Cassazione. Condanne ridotte, annullamenti, rinvii. L’ultimo, disposto dalla Corte di Cassazione nel maggio 2024, aveva riportato il fascicolo davanti alla Quarta sezione della Corte d’Appello di Napoli, la stessa che ieri ha pronunciato l’assoluzione qualificando i fatti come legittima difesa.
I fatti risalgono alla sera del 7 aprile 2013. Secondo le ricostruzioni processuali, tutto accade in pochi minuti: una lite tra due gruppi di ragazzi, nessuno dei quali maggiorenne. Nel caos spunta un coltello. Emanuele Di Caterino viene colpito alla schiena e muore poco dopo. Da allora, la dinamica di quel gesto è rimasta il nodo centrale del processo.
Per la difesa di Veneziano, il colpo sarebbe stato sferrato per reagire a un’aggressione in atto, in un contesto percepito come pericoloso e senza alternative. Per la parte civile, invece, il fendente – per direzione e posizione – non sarebbe compatibile con una reazione necessitata e proporzionata.

Nell’ultima udienza, il sostituto procuratore generale Valter Brunetti ha chiesto l’assoluzione, ritenendo sussistenti i presupposti della legittima difesa. I giudici hanno accolto la richiesta. «Oggi esce sconfitta la giustizia», ha commentato l’avvocato Maurizio Zuccaro, che assiste la famiglia insieme ai colleghi Sergio Cola e Barbara Esposito. «Aspetteremo le motivazioni e valuteremo il da farsi», ha aggiunto.
Un elemento spesso rimasto sullo sfondo riguarda il doppio filone processuale: dopo la coltellata mortale, secondo le ricostruzioni, Veneziano sarebbe stato a sua volta aggredito dagli amici della vittima. Da qui un primo procedimento per lesioni, concluso anch’esso con un’assoluzione per legittima difesa, e il processo per omicidio arrivato ora all’epilogo.
Il cuore giuridico della sentenza è tutto nella legittima difesa, disciplinata dall’articolo 52 del Codice penale: reazione necessaria a un’offesa ingiusta, proporzionata e a fronte di un pericolo attuale. Proprio su questi requisiti si sono scontrate per anni le letture opposte delle parti, in particolare sul tema della proporzione e sul dato, mai contestato, della coltellata alla schiena. Saranno le motivazioni – attese nelle prossime settimane – a chiarire come la Corte abbia ritenuto superabili le obiezioni sollevate dalla parte civile e come abbia valutato gli elementi medico-legali.
Fuori dall’aula resta il dolore di una madre e una domanda che va oltre le formule giuridiche. «Questa non è legge», ha ripetuto Amalia Iorio. La pronuncia non cancella tredici anni di attese, rinvii e speranze disattese. Sul piano processuale, la strada non è del tutto chiusa: solo dopo la lettura delle motivazioni la famiglia potrà decidere se ricorrere nuovamente in Cassazione, nei limiti consentiti.
Al di là del verdetto, il caso Di Caterino resta un simbolo di una violenza giovanile che degenera e di una normalizzazione dell’arma bianca nelle liti tra adolescenti. La giustizia penale ha il compito di stabilire se un gesto sia reato o scriminato. Prevenire che quel gesto avvenga, prima ancora che entri in un’aula di tribunale, resta una responsabilità collettiva che nessuna sentenza può assolvere.
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