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Cronaca

Carcere, perquisizione per un cellulare finisce con un’aggressione

Aggressione alla polizia penitenziaria durante una perquisizione. Il sindacato denuncia criticità e invoca provvedimenti disciplinari e penali

Carcere, perquisizione per un cellulare finisce con un’aggressione

Carcere, perquisizione per un cellulare finisce con un’aggressione

Un telefono cellulare nascosto. Una perquisizione mirata. E, nel giro di pochi minuti, la tensione che sale fino all’aggressione. È successo questa mattina nella casa circondariale di Biella, dove un controllo disposto per individuare un dispositivo illecito avrebbe innescato una reazione violenta da parte di alcuni detenuti nei confronti degli agenti della polizia penitenziaria.

A segnalare l’episodio è il sindacato Sinappe, che parla apertamente di aggressione e chiede provvedimenti immediati, sia sul piano disciplinare che su quello penale. Un fatto circoscritto nel tempo, ma tutt’altro che marginale, perché riporta al centro una questione che nelle carceri italiane resta irrisolta: il controllo dei telefoni cellulari e la sicurezza del personale.

Secondo quanto riferito dal sindacato, l’intervento degli agenti rientrava in una perquisizione mirata al rinvenimento di un cellulare introdotto illegalmente all’interno dell’istituto. Una prassi prevista, necessaria, ma sempre delicata. In questo caso, però, la situazione sarebbe rapidamente degenerata, con una reazione ostile da parte di alcuni detenuti. Resta ancora da chiarire quanti siano stati i coinvolti, se vi siano feriti e se il dispositivo cercato sia stato effettivamente recuperato. Elementi che la direzione dell’istituto dovrà ora chiarire ufficialmente.

Per il Sinappe, quanto accaduto non può essere archiviato come un episodio isolato. Al contrario, viene letto come l’ennesimo segnale di criticità strutturali che riguardano la gestione quotidiana delle carceri: dalla pressione detentiva ai carichi di lavoro, fino alla difficoltà di intercettare e bloccare l’ingresso di dispositivi elettronici. Telefoni che, una volta dentro, diventano strumenti di comunicazione non autorizzata, coordinamento e potenziale destabilizzazione dell’ordine interno.

La richiesta del sindacato è netta: individuare i responsabili, avviare procedimenti disciplinari e trasmettere gli atti all’autorità giudiziaria per le eventuali responsabilità penali. Ma accanto alla risposta immediata, viene sollecitato anche un intervento più ampio, che non si limiti alla sanzione del singolo episodio. Rafforzare i controlli, aggiornare le dotazioni tecnologiche, rivedere i protocolli operativi e investire nella formazione del personale, soprattutto nelle tecniche di gestione e contenimento delle tensioni.

Ora la palla passa alla direzione del carcere e all’amministrazione penitenziaria. Toccherà a loro chiarire la dinamica, comunicare eventuali conseguenze sanitarie o disciplinari e valutare se quanto accaduto imponga correttivi organizzativi. Perché l’episodio di Biella, al netto della sua durata, manda un messaggio chiaro: la sicurezza negli istituti penitenziari resta un equilibrio fragile, e ogni falla – anche quella che passa da un telefono nascosto – può trasformarsi rapidamente in un problema più grande.

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