AGGIORNAMENTI
Cerca
Cronaca
05 Dicembre 2025 - 19:04
Salvatore Gallo era stato presidente del Cda di Sitalfa fino al 2015
Il processo Echidna procede lento ma inesorabile nell’aula del Tribunale di Ivrea. E ogni udienza sembra aggiungere un tassello a un quadro sempre più complesso, dove la presunta locale di ’ndrangheta radicata a Brandizzo, la gestione degli appalti pubblici, i rapporti con le società Cogefa e Sitalfa, e un modo tutto piemontese di convivere con zone grigie di potere sembrano intrecciarsi come fili dello stesso disegno. Oggi, davanti al collegio composto dalla presidente Stefania Cugge e dai giudici Antonella Pelliccia ed Edoardo Scanavino, è toccato al maresciallo del Ros ricostruire una parte dell’indagine che riguarda soprattutto due figure: Salvatore Gallo, già condannato a 4 anni e 4 mesi di carcere in abbreviato, e Roberto Fantini, imputato nel rito ordinario per concorso esterno in associazione mafiosa.
La ricostruzione dell’investigatore parte da un dato apparentemente marginale, ma tutt’altro che irrilevante per l’impianto accusatorio: la perquisizione del 4 aprile 2024, effettuata nell’abitazione torinese di Gallo, in via Passalacqua 17, nell’associazione politica di cui era presidente, IdeaTO, e in altri luoghi riconducibili al suo raggio d’azione. Il Ros trovò un mazzo di chiavi di uno degli uffici Sitalfa, cinque chiavi e una chiave elettronica riposte in un cofanetto che l’ex dirigente spiegò come «vecchie chiavi» risalenti al periodo in cui era presidente del Cda, ruolo che aveva lasciato nel 2015. I militari sequestrarono numerosi dispositivi elettronici e una carta Q8 business, scaduta da pochi mesi ma perfettamente funzionante fino alla sua disattivazione dell’8 aprile 2024, ordinata dal presidente di Sitalfa Gallina pochi giorni dopo la perquisizione. Era sulla scrivania di una camera da letto: quella carta, intestata a Sitalfa, era stata utilizzata 98 volte, fra il marzo 2019 e il novembre 2023, per un totale di 4.388 euro.
Un uso costante, quotidiano, lungo i tragitti casa–IdeaTO, con rifornimenti nei distributori di corso Principe Oddone, corso Galileo Ferraris, corso Matteotti, via Monginevro, persino in Sardegna, nei pressi della residenza estiva di Gallo a San Teodoro. A ogni operazione, la tessera veniva riconosciuta dal sistema come una “carta jolly”, non attribuita a un singolo dipendente. L’indagine ha mostrato come gli acquisti riguardassero sia gasolio sia benzina e le auto in uso a Gallo e alla moglie fossero una Audi A4 e una Fiat Panda, una a gasolio, l'altra a benzina.
Nella cassaforte dell’associazione IdeaTO, Gallo aprì di sua spontanea volontà i contenitori dove custodiva documentazione e mezzi di pagamento: due tessere Viacard intestate a Sitalfa, un post-it con scritto “Gallo” e un codice identificativo, un altro foglietto con indicata un’ulteriore combinazione numerica, due fotocopie di quattro ulteriori tessere, una chiavetta USB con la dicitura Sitalfa. Un piccolo arsenale cartaceo e digitale che racconta, secondo gli inquirenti, una continuità d’uso di strumenti aziendali anche dopo la cessazione degli incarichi.
Ma è nel cuore della stessa udienza che l’indagine torna sull’altro pilastro del processo: i Pasqua, famiglia calabrese trapiantata a Brandizzo e ritenuta dalla DDA una locale autonoma della ’ndrangheta. Il Ros ha illustrato ai giudici il quadro dei fatturati dell’impresa di autotrasporti di Domenico Claudio Pasqua, nel decennio fra il 2012 e il 2022, focalizzandosi sulle fatture emesse nei confronti di Cogefa e Sitalfa. Un lavoro voluto dalla Procura per misurare quanto fosse profonda la relazione economica fra la ditta dei Pasqua e il gruppo che orbitava attorno all’autostrada A32.
I numeri parlano da soli. Nel 2012, su 859 mila euro di fatturato complessivo, ben 292 mila provenivano dal gruppo Cogefa; negli anni successivi si osserva una progressione costante, con cifre oscillanti fra i 220 e i 480 mila euro annui fatturati al gruppo, con una quota significativa — in alcuni esercizi — imputata direttamente a Sitalfa. Nel 2017, ad esempio, l’impresa emise 410 mila euro di fatture verso il gruppo, di cui 124 mila proprio nei confronti di Sitalfa. Nel 2019, il dato diventa ancora più netto: 467 mila euro di fatture, di cui 329 mila verso Sitalfa, su un totale annuo di 669 mila euro. Una sproporzione che per la DDA rappresenta un indicatore dell’“affidamento sistematico” agli autotrasportatori della famiglia Pasqua, nonostante l’interdittiva antimafia dell’ottobre 2020, che aveva tagliato improvvisamente i rapporti commerciali, facendo crollare il fatturato derivante da quei contratti e lasciando un vuoto evidente nei bilanci.
È in questo contesto che si inserisce la figura di Roberto Fantini, ex amministratore delegato di Sitalfa difeso dall'avvocato Roberto Capra. Per la Procura, Fantini avrebbe favorito imprese legate alla cosca dei Pasqua, aprendo loro le porte dei cantieri, consentendo loro un ruolo privilegiato nella gestione dei lavori di manutenzione della Torino–Bardonecchia. La sua presenza costante in aula — a differenza di Gallo, che aveva scelto il rito abbreviato — sembra evocare la volontà di affrontare ogni singolo elemento delle contestazioni. Ma la mole di atti, intercettazioni, analisi tecniche e acquisizioni documentali racconta una vicenda immobilizzata nel sistema degli appalti, costruita su relazioni di dipendenza economica fra imprese “di movimento terra” e dirigenti di società partecipate pubbliche.

Roberto Fantini (a sinistra) con l'avvocato Roberto Capra
Il maresciallo del Ros ha ripreso anche uno dei dettagli più discussi dell’intero processo: la frase intercettata tempo fa a uno dei componenti della famiglia Pasqua, simbolo — secondo la DDA — della percezione del proprio ruolo sul territorio: «Noi qua a Brandizzo l’unica famiglia che sappiamo che è autorizzata siamo noi».
Un’espressione che, nella lettura degli investigatori, non è solo una testimonianza di spavalderia, ma il riflesso di un potere radicato e riconosciuto.
La seduta odierna, lunga e densa, ha quindi incrociato tre piani della stessa storia: l’indagine economico–contabile sui Pasqua, la ricostruzione della gestione privata delle risorse aziendali da parte di Salvatore Gallo, e l’approfondimento sul ruolo di Roberto Fantini come snodo centrale fra imprese e cantieri. È questa intersezione a rappresentare il cuore dell’inchiesta Echidna, che non si limita a raccontare la proiezione della criminalità organizzata in Piemonte, ma mostra come la sua forza possa derivare anche dalla disponibilità di appoggi, conoscenze e intermediazioni all’interno di società controllate da enti pubblici.
Le prossime udienze continueranno a scandagliare il rapporto fra appalti, ’ndrangheta e politica. Ed è inevitabile che, alla luce di quanto emerso oggi, il processo assuma un’ulteriore dimensione sistemica: non solo un’accusa di infiltrazione mafiosa, ma il racconto di un metodo, di una convivenza, di una tolleranza strutturale che per la Procura ha permesso ai Pasqua di radicarsi nel Nord-Ovest.
A fine udienza, il collegio ha rinviato la causa alla prossima data utile, quando proseguirà l’esame degli investigatori, prima di passare alla lunga lista dei testi citati dalla difesa.
IL FOCUS SUGLI IMPUTATI DEL RITO ORDINARIO E SULL’INTERA INCHIESTA
Per comprendere la portata del dibattimento in corso a Ivrea, occorre ricordare che Echidna è l’evoluzione di una lunga attività investigativa iniziata con l’operazione “Pascha”. La DDA di Torino, con il pm Valerio Longi, sostiene che a Brandizzo si fosse radicata una locale autonoma della ’ndrangheta, guidata da Giuseppe Pasqua e strutturata attraverso il figlio Domenico Claudio e il nipote Michael, detto “Bazooka”. L’indagine si fonda su intercettazioni, documenti, dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Rocco Varacalli e Domenico Agresta, e una mole di atti che fotografano anni di attività imprenditoriale, rapporti politici, tentativi di condizionamento e presunti episodi estorsivi.
Gli imputati del rito ordinario sono nove: Giuseppe Pasqua, Domenico Claudio Pasqua, Antonio Mascolo, Leonardo Caligiuri, Roberto Fantini, Michael Pasqua, Gian Carlo Bellavia, Danilo Scardino, Filippo Rotolo. A vario titolo, le accuse vanno dall’associazione mafiosa all’estorsione, dal traffico di armi alla ricettazione, fino ai reati connessi all’indebito utilizzo di strumenti di pagamento.
Il processo, con oltre 1.400 intercettazioni e una mole sterminata di documenti, è destinato a durare fino al 2026. L’obiettivo della Procura non è solo ricostruire gli episodi contestati, ma dimostrare l’esistenza di una struttura organizzata sul territorio piemontese, capace di orientare appalti e subappalti, infiltrando la gestione di società come Sitalfa e i cantieri dell’autostrada A32.
La condanna in abbreviato di Salvatore Gallo, con i suoi 4 anni e 4 mesi, è stato il primo punto fermo di questa vicenda che attraversa politica, imprese e criminalità. Il rito ordinario di Ivrea rappresenta ora il banco di prova per l’impianto più pesante dell’accusa: quello che lega i Pasqua a un sistema di favori e di controllo economico ritenuto di matrice mafiosa.

Il Procuratore Valerio Longi
Edicola digitale
I più letti
Ultimi Video
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.