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Cronaca
04 Dicembre 2025 - 18:15
L'ex segretario comunale di Chialamberto Luca Bertino, ha testimoniato durante il processo
Fin dall’inizio, il processo sul depuratore di località Volpetta, a Chialamberto, si è presentato come una vicenda destinata a lasciare tracce profonde nel diritto amministrativo e nella memoria civile delle Valli di Lanzo. Un’opera nata in un’area esposta al dissesto idrogeologico, costruita a soli trenta metri da una casa abitata e quindici dalla provinciale, approvata senza titolo edilizio, senza autorizzazione paesaggistica, senza i calcoli strutturali del cemento armato e senza transitare in Conferenza dei Servizi. Un impianto che, secondo il fascicolo della Procura, avrebbe dovuto essere fermato prima ancora di cominciare, e che invece è arrivato fino alla sua realizzazione completa, lasciando dietro di sé anni di proteste, esposti, richieste di accesso agli atti e tensioni mai sopite.
Oggi, nel Palazzo di Giustizia di Ivrea, il processo ha compiuto un nuovo passo. L’udienza ha riportato in primo piano l’intera vicenda, muovendo dalle imputazioni che vedono coinvolti l’ex sindaco Adriano Bonadé Bottino, l’attuale primo cittadino Gabriele Castellini, l’ex assessora Alessandra Aimo Boot, il responsabile dell’ufficio tecnico Alessandro Di Gennaro, insieme al direttore dell’autorità d’Ambito Roberto Ronco e ai tecnici Chiara Manavello e Silvano Iraldo di SMAT. La pm Valentina Bossi contesta loro una costruzione condotta aggirando autorizzazioni, distanze di legge, prescrizioni ambientali e controlli obbligatori, con un presunto vantaggio per SMAT Spa e un danno potenziale per la comunità locale.
Secondo l’accusa, tutto prende forma quando SMAT propone di ricollocare l’impianto nella zona della Volpetta e l’allora amministrazione comunale – guidata da Adriano Bonadé Bottino con Alessandra Aimo Boot in giunta, Alessandro Di Gennaro all’ufficio tecnico e Gabriele Castellini, oggi sindaco, parte del percorso amministrativo – accetta senza ricorrere ai passaggi formali necessari. La Procura sostiene che il depuratore sarebbe sorto senza autorizzazione paesaggistica, senza titolo edificativo e senza il deposito dei calcoli strutturali, in un’area dove la normativa urbanistica e quella idrogeologica avrebbero imposto vincoli rigidi.
A rafforzare questo quadro, secondo il pm Bossi, ci sarebbero ulteriori omissioni: l’assenza della Conferenza dei Servizi, organismo essenziale per valutare criticità come la vicinanza alle case, la pendenza del terreno, il rischio idrogeologico e le implicazioni ambientali. Un passaggio mai attivato, che la Procura ritiene evitato per scongiurare un possibile stop al progetto. Un’omissione che si somma alla mancata dichiarazione di inizio e fine lavori da parte dei tecnici SMAT, Chiara Manavello e Silvano Iraldo, e che fa parte della trama di irregolarità contestate.
È in questo scenario che l’udienza di oggi ha visto la testimonianza dell’ex segretario comunale Luca Bertino, figura amministrativa oggi molto nota nel territorio, sindaco di Nole e segretario comunale in vari Comuni tra Ciriacese e Valli di Lanzo. Il suo intervento, atteso dagli avvocati e seguito con attenzione dalla corte presieduta dalla giudice Stefania Cugge, ha riportato il processo al punto originario, quello della natura dell’impianto.
Bertino ha spiegato che quello della Volpetta non era, nelle intenzioni iniziali, un vero depuratore, bensì un impianto provvisorio, una vasca di gestione dei reflui destinata a funzionare soltanto fino all’attivazione del collettore fognario verso Cantoira, collegato poi al depuratore di Ceres. Un punto tecnico che non interviene sulle irregolarità contestate ma che contribuisce a ricostruire il quadro amministrativo in cui nacque la scelta di intervenire nella zona a valle del paese. Secondo la sua ricostruzione, l’opera sarebbe stata pensata per ovviare ai problemi del vecchio depuratore vicino al centro abitato, ormai malfunzionante e incapace di assolvere alle necessità del territorio.
La sua testimonianza è arrivata dopo anni in cui la vicenda è stata seguita quasi quotidianamente dal residente Roberto Stroppiana, oggi ottantaseienne, che nel 2018, dopo aver richiesto gli atti in Comune, si era reso conto della mancanza di documentazione e di una gestione amministrativa che appariva, ai suoi occhi, poco trasparente. Stroppiana, cinque anni fa, aveva parlato di “depuratore provvisorio” e di una fognatura verso Cantoira che, nonostante le parole ricevute, non sarebbe mai stata realizzata. Le distanze ridottissime dell’impianto dalla sua abitazione avevano poi dato il via a una lunga battaglia pubblica.

Roberto Stroppiana, 86 anni, ha difeso con le unghie e con i denti la sua Valle
Durante l’udienza, il dibattito non si è limitato alla ricostruzione di Bertino. Sono stati ascoltati tre professionisti coinvolti negli interventi post-alluvionali, due nel 2000 e uno nel 2020, che hanno descritto un territorio segnato da frane, smottamenti, erosioni e crolli. Le loro parole hanno messo nuovamente in luce quanto fosse delicato il contesto geologico della Volpetta, dove la pendenza del terreno, le infiltrazioni e la conformazione del suolo rendevano ogni opera particolarmente esposta al rischio. Una vulnerabilità già nota agli enti e che, per la Procura, avrebbe ampliato la necessità di una valutazione approfondita prima della realizzazione dell’impianto.
Resta il fatto che, negli anni successivi, nemmeno le criticità rilevate dal Tribunale del Riesame di Torino, che aveva già messo in discussione la conformità dell’opera, hanno portato l’amministrazione a fermare o modificare l’intervento. Nel maggio 2023, con Castellini sindaco, non fu adottato alcun provvedimento di sospensione o sanatoria. L’impianto restò lì, completato ma – secondo la Procura – afflitto da vizi insanabili.
Il processo odierno, dunque, si muove su due linee parallele: da una parte la ricostruzione storica e tecnica dell’impianto, riproposta oggi dalla voce di Bertino; dall’altra le responsabilità amministrative e penali che il pm Valentina Bossi attribuisce agli imputati. Un percorso giudiziario complesso, che intreccia paesaggio, norme, scelte politiche e interventi tecnici, e che ora entra in una fase decisiva, mentre il tribunale dovrà valutare se l’opera potrà rimanere o se la sua sorte sarà la demolizione.
Le prossime udienze serviranno a comporre questo mosaico: ciò che era provvisorio e ciò che è diventato definitivo, ciò che era urgente e ciò che era evitabile, ciò che era previsto e ciò che non avrebbe dovuto accadere.
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