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Cronaca

Spara all’amico per gelosia, ma l’arma s’inceppa: quattro anni per il tentato omicidio di Banchette

Per l'accusa, l'intenzione era quella di uccidere l'amico, convinto che avesse una relazione con sua moglie. Ma dopo il primo colpo, l'arma si inceppò

La scena della sparatoria a Banchette

La scena della sparatoria a Banchette

Spara all’amico convinto che lo tradisca con la compagna incinta. Un solo colpo, poi la pistola rubata si inceppa e gli evita l’omicidio. Da questo episodio — netto, brutale, registrato dalle telecamere di una vicina — nasce la condanna a quattro anni e mezzo inflitta dalla Gup Lucrezia Natta a Hamza Drouzi, 29 anni, giudicato con rito abbreviato. Una sentenza più bassa dei sette anni e mezzo richiesti dal pubblico ministero Filippo De Bellis, ma che riconosce la natura di tentato omicidio di ciò che avvenne quella mattina del 10 ottobre 2024 a Banchette.

La vittima, costituita parte civile con l’avvocato Filippo Amoroso, ha ottenuto una provvisionale di 20 mila euro, a fronte di ferite gravi: il proiettile ha attraversato il braccio sinistro, è passato a pochi centimetri dal torace ed è fuoriuscito dalla scapola. La prima prognosi, fissata in 45 giorni, è stata poi estesa tra i 90 e i 120, alla luce delle fratture emerse.

Secondo la ricostruzione della Procura, Drouzi era ossessionato dall’idea che l’amico avesse una relazione con la compagna e che il figlio che portava in grembo non fosse suo. Le chat sequestrate mostrano una gelosia che diventa minaccia: in una delle ultime, pochi giorni prima dei fatti, scriveva «Prima o poi lo ammazzo».

Quel 10 ottobre i due amici e un conoscente erano insieme nel cortile della casa dell’imputato, tra via Roma e via Samone. Il video acquisito agli atti mostra Drouzi rientrare in casa, prendere la Beretta PX4 con matricola abrasa e tornare alla finestra. Punta, spara, colpisce. Poi tenta di sparare ancora, ma l’arma — già modificata — si inceppa. Drouzi prova a manovrarla, rinuncia, raccoglie i bossoli e fugge in auto.

La perizia balistica ordinata dal pm conferma che la traiettoria era compatibile con un colpo potenzialmente mortale. In aula, durante una requisitoria durata oltre due ore, De Bellis ha insistito: l’imputato non ha agito d’impulso, ma con «volontà precisa e determinata», suffragata dai messaggi e dall’uso di un’arma clandestina. Anche la parte civile si è associata alla linea della Procura, sostenendo che solo l’inceppamento ha impedito l’omicidio.

La difesa, guidata dall’avvocato Tony Latini, ha tentato di ridimensionare il gesto, descrivendo un uomo fragile, travolto da una condizione psicologica alterata e convinto di essere stato tradito. Ma la ricostruzione tecnica — arma rubata, colpo ad altezza torace, distanza ravvicinata — è stata decisiva.

Dopo lo sparo, Drouzi venne fermato a pochi chilometri di distanza dai carabinieri di Ivrea. Disse soltanto: «Volevo solo spaventarlo». Una frase che, alla luce degli atti, non è bastata a scalfire la tesi dell’accusa.

La vicenda giudiziaria si chiude qui per il primo grado, con una condanna che sancisce la responsabilità dell’imputato e la gravità di quel colpo passato a pochi centimetri dal cuore. A Banchette, intanto, resta la ferita di una mattina che avrebbe potuto trasformarsi in un omicidio, con un’amicizia distrutta e una vita sfiorata dalla morte per l’arresto improvviso di un’arma rubata.

L'avvocato Filippo Amoroso




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