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Cronaca

Il "No" della 'Ndrangheta al centro migranti di Brandizzo. Echidna svela i retroscena

Il timore era che con l'arrivo dei migranti aumentassero i controlli delle forze dell’ordine sul territorio

Il processo in Tribunale a Ivrea

Il processo in Tribunale a Ivrea

Il processo Echidna, uno dei più vasti dibattimenti contro la ’ndrangheta celebrati in Piemonte, sta lentamente portando alla luce il funzionamento interno di un sistema che a Brandizzo, per anni, ha operato senza clamori ma con un’efficacia spietata. L’ultima udienza davanti al Collegio del Tribunale di Ivrea, presieduto dalla giudice Stefania Cugge, è stata un passo decisivo: i magistrati hanno riletto in aula una serie di intercettazioni che riguardano il progetto di realizzare una comunità per migranti, previsto nel 2017, e poi mai nato.

Il fascicolo coordina gli episodi secondo una linea precisa: l’attività di Giuseppe Pasqua, figura cardine della famiglia radicata a Brandizzo, avrebbe avuto un ruolo di peso nell’ostacolare l’iniziativa. E ciò attraverso avvertimenti, pressioni indirette, richiami a presunti rischi provenienti da “qualche calabrese”, fino alla rivendicazione di una sorta di autorizzazione implicita a difendere la “tranquillità” del paese.

Dalle carte emerge con chiarezza un contesto fatto di relazioni familiari, rapporti di forza, dinamiche di influenza e richiami costanti alla presenza, più o meno evocata, delle cosche calabresi tra Torino, Chivasso e il circondario. Un equilibrio che si è riflesso sull’accoglienza, sugli appalti e persino sui rapporti interni alla comunità.

La pagina più rilevante emersa riguarda l’intercettazione del 10 marzo 2017, quando Giuseppe Pasqua conversa in auto con un uomo identificato come Gianni. L’oggetto è il progetto di una comunità per migranti da realizzarsi a Brandizzo grazie alla disponibilità dei fratelli Massimo e Roberto Romano, imprenditori immobiliari di Settimo Torinese.

La frase chiave di Pasqua è stata letta integralmente: «Finché ci sono io, non viene proprio nessuno».
Un veto netto, che non lascia margini interpretativi.

Il punto non è solo l’opposizione al centro migranti, ma le ragioni con cui Pasqua cercava di dissuadere i Romano dal concedere l’immobile. In aula è stata riletto il passaggio in cui, parlando con Gianni, sostiene che «qualche calabrese avrebbe potuto dare fuoco» alla struttura se l’affare fosse andato in porto. Un riferimento che, nelle valutazioni investigative, assume la forma di un richiamo a un rischio concreto, non meramente figurato.

La preoccupazione — sempre secondo le intercettazioni — non era solo la presenza dei migranti, ma anche il pericolo che un simile progetto potesse aumentare i controlli delle forze dell’ordine sul territorio. Pasqua lo dice esplicitamente: «Se cominciamo, fanno in fretta a mettere una caserma dei Carabinieri… fanno in fretta a mettere la mattina e la notte…».

Da quella conversazione inizia a delinearsi un quadro che i magistrati hanno poi ricostruito con intercettazioni successive. Pasqua sostiene di averne parlato anche con il nipote Roberto Pasqua, all’epoca assessore al commercio del Comune di Brandizzo, e di aver riferito tutto al sindaco dell’epoca. «Ne ho parlato anche con il sindaco e gli ho detto Roberto, noi ci diamo del tu. Io non lo so come te lo devo dire, lasciaci in pace», aggiunge.

Il tono, più che politico, è familiare, ma perentorio.
Una dinamica che, secondo la DDA, testimonia il modo in cui la famiglia Pasqua percepiva sé stessa all’interno del paese.

È questo il contesto in cui si inseriscono i riferimenti ai Carbone, famiglia anch’essa originaria della Calabria, con cui i Pasqua avrebbero avuto rapporti complessi e rischiosi. Un passaggio chiave discusso in aula riguarda infatti gli episodi del 2014, quando Pasqua spiegava che i Carbone avrebbero tentato di chiedere 500 euro al mese “a tutti noi”. Il conflitto era esplosivo: «Brandizzo è un paese tranquillo, un paese che nessuno mi ha mai rotto i coglioni… mio fratello è l’unico… se toccate a mio figlio compà, cioè… ci ammazziamo… se toccate i miei nipoti uguale…».

Come ha ribadito il PM Longi — queste intercettazioni sono la prova del metodo, della logica pervasiva, dell’idea di controllo territoriale che costituisce l’ossatura del processo.

Il Tribunale ha sentito l’intera sequenza relativa al centro migranti, collegandola alle pressioni subite dagli imprenditori Romano.

Il pm ha ricordato la conversazione in cui Giuseppe Pasqua racconta di averli rimproverati: «Allora io ho telefonato a lui, a Massimo… e a Roberto… se tu vuoi combinare… a Settimo che hanno l’immobiliare, hanno un ufficio così, c’ho detto… se tu vuoi combinare… di mandarci ’sti extra comunitari, mandali pure… vuol dire che qualche calabrese, qualche meridionale come te, come me, perché lui è pugliese, si salta in testa di darti fuoco…».

Il riferimento agli incendi come strumento di ritorsione non è isolato. Non lo è neppure l’idea che la presenza dei migranti avrebbe attratto “troppe attenzioni”.

L’inchiesta Echidna è nata proprio da questa sommatoria di elementi: intimidazioni, pressioni, intercettazioni, rapporti con famiglie mafiose, influenza su cantieri e appalti, paura delle forze dell’ordine, rivendicazione del territorio come area “protetta”.

Il collegio presieduto dalla giudice Stefania Cugge, giudici a latere Antonella Pelliccia ed Edoardo Scanavino

Il discorso su Brandizzo come “territorio che non deve essere turbato” non si ferma ai migranti. Una parte importante delle intercettazioni riguarda la stagione degli appalti, soprattutto tra il 2018 e il 2020, quando nell’occhio del ciclone finiscono società come Sitalfa, Piemonte Scavi, Transnova e tutto l’indotto della A32 Torino–Bardonecchia. Qui emergono i rapporti con le famiglie Agresta, Marando, Varacalli, e con personaggi come Mannella, Aspromonte, Violi.

Ma lo sfondo resta sempre lo stesso: Brandizzo come ambiente in cui i Pasqua percepivano di avere un ruolo unico e riconosciuto. Un concetto che Giuseppe Pasqua esprime chiaramente in un’altra intercettazione, già analizzata nelle udienze precedenti: «Noi qua a Brandizzo l’unica famiglia che sappiamo che è autorizzata siamo noi».

Per capire come si sia arrivati a questa ricostruzione bisogna tornare alle origini dell’indagine. L’allora colonnello DEL ROS Michele Fanelli, oggi alla Dia di Torino, ha spiegato nel precedente racconto in aula che tutto nasce dalla lunga eredità dell’operazione Minotauro, dal contributo dei collaboratori Rocco Varacalli e Domenico Agresta, e da una rete di riscontri che i Ros hanno sviluppato tra il 2014 e il 2020 grazie a intercettazioni ambientali e telefoniche. Era emerso anche il ruolo del “criptofonino” Blackberry, usato per evitare che le conversazioni venissero intercettate: «Se sbagli il Pin si autodistrugge… si cancella tutto», spiegava Pasqua Domenico Claudio alla sua segretaria.

Tutte queste strutture — appalti, pressioni, intimidazioni, rapporti con altre famiglie, uso di telefoni criptati, gestione degli equilibri interni tra cosche — confluiscono ora nel processo Echidna, che conta 32 imputati, udienze calendarizzate fino al 2026 e una mole di materiale in continuo aumento.

E l’episodio del centro migranti, pur non essendo il più violento né il più eclatante, rappresenta un punto di osservazione prezioso: mostra il funzionamento quotidiano di un potere sommerso, esercitato senza armi ma attraverso legami, appartenenze e richiami identitari. Un potere che, secondo l’accusa, ha condizionato per anni la vita amministrativa ed economica di Brandizzo — anche quando tutto appariva “tranquillo”.

La prossima udienza sarà dedicata ai testimoni sui rapporti tra Pasqua e i Carbone. Un nodo delicato che potrebbe diventare decisivo per chiarire la portata di quelle pressioni, il contesto in cui maturavano e il confine tra conflitti personali e metodo mafioso.

L’impressione, uscendo dall’aula, è che il processo sia ancora lontano dal suo punto di equilibrio. Ma il mosaico — udienza dopo udienza — sta finalmente iniziando a prendere forma.

Il PM Valerio Longi

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