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Cronaca

In tre in una baracca: condannata Anastasia Laforé per abuso edilizio

Il Tribunale di Ivrea accoglie la richiesta del pm Bosso: sette mesi di reclusione, oltre diecimila euro di ammenda e demolizione delle opere abusive

In tre in una baracca: condannata Anastasia Laforé per abuso edilizio

La sentenza è arrivata al termine di un processo segnato da tensione, contrasti e risvolti personali, in un’aula del Tribunale di Ivrea dove le norme sull’edilizia si sono intrecciate con una storia familiare fatta di distanze, silenzi e scelte difficili.

Anastasia Laforé, ventiquattrenne di Mathi, è stata condannata a sette mesi di reclusione e 10.300 euro di ammenda per abuso edilizio su terreno agricolo. Un reato che, a prima vista, può sembrare tecnico, ma che in questo caso racconta molto di più: una storia di eredità, distanze affettive e responsabilità che si intrecciano.

La giovane, difesa dall’avvocata Ivana Fantolino del foro di Ivrea, era l’unica imputata: a suo nome risultava intestato il terreno dove, secondo le indagini, erano sorte costruzioni e allacciamenti abusivi. Il pubblico ministero Lodovico Bosso ha ricostruito con minuzia la vicenda, sostenendo che su quell’appezzamento – classificato come agricolo e dunque non edificabile – erano stati realizzati manufatti stabili in assenza di ogni titolo abilitativo, in violazione del D.P.R. 380/2001, art. 44 comma 1, lettera c), con l’aggravante della continuazione prevista dall’articolo 81 del Codice penale.

La tesi della Procura è stata netta: «Si è continuato a urbanizzare, in un contesto dove non era possibile costruire», ha dichiarato il pm Bosso nella sua requisitoria, chiedendo la condanna senza concessione di attenuanti generiche.

Il giudice Stefania Cugge ha accolto integralmente la richiesta, riconoscendo la responsabilità della giovane nella sua qualità di proprietaria del terreno, su cui sarebbero state realizzate opere in totale difformità urbanistica. Nella sentenza, oltre alla pena detentiva e pecuniaria, è stato disposto l’ordine di demolizione delle strutture abusive e il ripristino dello stato originario dei luoghi, con obbligo di pagamento delle spese processuali.

Dietro la freddezza dei numeri e delle norme, si nasconde però una vicenda profondamente umana. Anastasia Laforé aveva ereditato il terreno nel 2019 dalla nonna. 

Da allora – ha sostenuto la difesa – non lo aveva mai utilizzato: l’area era stata concessa in uso alla madre, Francesca Laforé, che vi abitava stabilmente insieme al compagno e a una figlia minore.

Per anni, madre e figlia non si erano parlate, complici attriti e rancori familiari. Solo dopo un riavvicinamento, durante una riunione di famiglia, Anastasia avrebbe scoperto che la madre viveva su quel terreno, in una zona ormai trasformata, dove erano comparse strutture in legno, tettoie, roulotte e allacci abusivi.

In aula, la difesa ha insistito su questo punto. «La mia assistita non ha mai costruito nulla, né abitato l’area. Non ha avuto alcun ruolo nelle opere contestate» ha dichiarato l’avvocata Ivana Fantolino, chiedendo l’assoluzione per mancanza di dolo e di partecipazione materiale. Ma la linea difensiva non è bastata.

Per il Tribunale, la giovane proprietaria non avrebbe vigilato su quanto accadeva nel fondo di cui era titolare. E in questa mancata sorveglianza – più che in un’azione diretta – il giudice ha riconosciuto un profilo di responsabilità sufficiente a fondare la condanna.

La vicenda è emersa dopo una serie di controlli effettuati nel 2022 dagli uffici comunali di Mathi e dalla Polizia Locale, a seguito di segnalazioni e sopralluoghi. Il primo accesso risale al 27 aprile 2022, il secondo al 14 giugno dello stesso anno. In quelle date, i tecnici avevano trovato una casetta mobile, una tettoia, una roulotte, tre vasche e un tubo di scarico collegato abusivamente a un tombino Smat.

A seguito di tali rilievi, il Comune aveva emesso un’ordinanza di demolizione e ripristino dello stato dei luoghi. Ma quando gli ispettori tornarono per verificare l’esecuzione del provvedimento, la situazione era di nuovo mutata. «Ogni volta che tornavamo, la situazione era diversa» ha spiegato in aula l’architetta comunale, testimone dell’amministrazione.

Le opere abusive, a volte rimosse e poi sostituite, a volte modificate, avevano reso la ricostruzione complessa e frammentata, simbolo di una realtà fluida e inafferrabile: quella degli insediamenti informali che sfidano le maglie della burocrazia.

Nel corso del processo, è stato sentito anche l’ex sindaco di Mathi, Maurizio Fariello, che ha ripercorso le difficoltà affrontate dal Comune nella gestione del caso. «Li conosco da una vita, sono famiglie storiche di Mathi. Ma la legge è legge, le regole vanno rispettate» ha dichiarato con amarezza, ricordando le verifiche svolte durante il suo mandato. «Non ho mai avuto pregiudizi, ma da amministratore pubblico avevo un dovere preciso».

Un dovere che, nel tempo, si è scontrato con la persistenza degli abusi e con una urbanizzazione spontanea e disordinata che ha modificato il volto di quell’area ai margini del paese.

Al termine della discussione, il giudice Stefania Cugge ha letto il dispositivo: sette mesi di reclusione e 7mila euro di ammenda, oltre all’ordine di demolizione delle opere abusive e al ripristino del terreno agricolo.

Il giudice ha inoltre disposto il pagamento delle spese processuali e la demolizione delle opere in questione.

Il caso Laforé – oltre che giudiziario – è anche una storia di confine umano e sociale. Un terreno agricolo ereditato da una ragazza di vent’anni, una madre che lo occupa per necessità, un Comune che interviene e trova sempre qualcosa di nuovo. 

Un microcosmo che racconta, in piccolo, la fatica delle istituzioni nel governare il territorio e quella dei cittadini nel comprendere il limite tra bisogno e illegalità.

Per Anastasia Laforé, la condanna rappresenta una sconfitta difficile da accettare. Resta aperta la possibilità di presentare ricorso in Appello.

Per ora, la sentenza parla chiaro: sette mesi, 7mila euro di ammenda e demolizione immediata.

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