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Cronaca
21 Ottobre 2025 - 18:43
Era andato con il padre a sostituire una macchina del caffè guasta, come tante altre volte. Ma quel 16 maggio 2019, nel bar Trattoria del Ponte di Rivara, il lavoro di routine si è trasformato in tragedia. Antonio Perissinotto, 59 anni, è rimasto folgorato davanti al figlio Valerio, che ha tentato di salvarlo ed è rimasto a sua volta ferito. Oggi, a Ivrea, si discute di chi doveva impedire che accadesse.
Davanti alla giudice Marianna Tiseo, con la pm Valentina Bossi in aula, sul banco degli imputati siede Roberto Calvo, classe 1968, titolare della Dicaf di Bra, azienda che fornisce e installa macchine per il caffè. È accusato di omicidio colposo e lesioni personali per la morte di Antonio e le ferite del figlio. A difenderlo, l’avvocato Stefano Caniglia, che parla di «tragica fatalità» e sostiene che la causa dell’incidente sia una prolunga artigianale costruita in modo errato dallo stesso Perissinotto.
Quel pomeriggio, secondo la ricostruzione dello Spresal dell’Asl To4, i due tecnici stavano installando una nuova macchina, modello Vega, portata in sostituzione di quella guasta. L’allarme arrivò ai carabinieri della stazione di Corio intorno alle 16.30. Sul posto, oltre ai militari, arrivarono anche Simone Gaida e Salvatore Orifici, tecnici dello Spresal. «Quando siamo entrati – ha raccontato Gaida in aula – Perissinotto era già morto sul pavimento. Il figlio era stato elitrasportato al CTO». L’attività era gestita da Giuseppe Lo Zito e dalla compagna Sabrina Bianco. Nel locale erano presenti anche una dipendente e alcuni clienti.

Le immagini delle telecamere interne hanno documentato ogni momento. Si vede Antonio Perissinotto armeggiare dietro il bancone, accanto alla nuova macchina del caffè. Poi il corpo che si irrigidisce, le convulsioni. Il figlio che interviene per tentare di liberarlo dalla presa della corrente. Infine i titolari del bar che corrono verso il contatore e staccano l’alimentazione generale. Ma è troppo tardi.
L’impianto elettrico del bar, hanno accertato i tecnici, non era certificato né conforme. La presa utilizzata era una monofase a 220 volt, mentre la macchina, secondo il manuale tecnico, doveva essere collegata a 380 volt e protetta da un interruttore differenziale – il cosiddetto salvavita – a monte dell’impianto. Quella sezione, invece, era coperta solo da un magnetotermico, dispositivo che protegge l’impianto, non le persone. «Da 380 a 220 non si poteva passare», ha spiegato Gaida in udienza.
Il nodo centrale del processo riguarda proprio la catena delle responsabilità. La Dicaf di Bra, fornitore delle macchine, non aveva stipulato con i Perissinotto alcun contratto scritto. Il rapporto, come confermato in aula, era solo verbale: i tecnici venivano chiamati “al bisogno” per interventi di manutenzione. Lo Spresal ha chiesto alla ditta di produrre la documentazione sulla verifica tecnico-professionale dei lavoratori incaricati, ma dagli atti risulta soltanto una nota generica. Mancava anche il manuale d’uso e manutenzione della macchina, che il costruttore Vega forniva solo a chi avesse seguito corsi di formazione specifici.
Secondo l’accusa, proprio l’assenza di quei documenti e di un protocollo chiaro tra le due aziende avrebbe contribuito a creare le condizioni della tragedia. Il processo, inizialmente aperto per omicidio e lesioni colpose, aveva già visto la posizione separata di Giuseppe Lo Zito, titolare del bar, che aveva scelto il rito abbreviato. Lo Zito, difeso dall’avvocato Corrado Imarisio, è stato assolto dall’accusa di omicidio ma condannato per le lesioni riportate da Valerio. La sentenza, confermata in Cassazione nel 2024, è ormai definitiva.
Nel corso dell’udienza, Valerio Perissinotto ha raccontato: «Oggi non lavoro più, mi sono licenziato per continuare gli studi in fisioterapia. Dopo l’incidente non posso più muovermi come prima». Una disabilità permanente che gli ha ridotto la capacità lavorativa del 20 per cento. È stato risarcito dall’assicurazione del titolare del bar, ma le ferite, ha detto, restano «ben oltre il corpo».
La difesa dell’imputato punta invece tutto sulla colpa esclusiva della vittima. «Si è trattato di una disgrazia, non di una responsabilità aziendale – ha detto in aula l’avvocato Caniglia –. Il signor Perissinotto ha costruito una prolunga invertendo i cavi nella presa, e quando ha toccato la superficie metallica ha provocato il cortocircuito. Non c’è alcun nesso con la mancanza del manuale o con il collegamento elettrico indicato dal costruttore».
Il legale ha aggiunto che anche un salvavita perfettamente funzionante non avrebbe potuto evitare l’esito fatale: «Un differenziale scatta dopo circa 0,4 secondi, ma la scarica è stata immediata, ha colpito il cuore».
Al termine della testimonianza di Valerio, l'avvocato Caniglia ha voluto porgere le condoglianze al giovane per la morte del padre, gesto che ha riportato per un momento il silenzio in aula.
Il procedimento proseguirà a marzo con l’audizione dei consulenti tecnici e dei periti incaricati di chiarire se, e in che misura, le scelte della Dicaf di Bra possano aver contribuito all’incidente. Sullo sfondo resta la domanda che accompagna ogni processo per morte sul lavoro: se bastava un controllo, un cavo corretto o un manuale mancante per evitare un’altra vita spezzata.
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