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Cronaca
16 Ottobre 2025 - 20:41
Cento fascicoli relativi a infortuni sul lavoro avvenuti in tutto il Canavese, mai arrivati sul tavolo di un pubblico ministero. È un numero che oggi, in aula, è rimbombato come un colpo secco. E che, più di qualsiasi formula, racconta il crollo del braccio operativo della Procura.
Alla sbarra c’è lo Spresal dell’Asl To4, l’ufficio che avrebbe dovuto garantire rigore e tempestività nelle indagini sugli incidenti sul lavoro. Sul banco degli imputati, tecnici e dirigenti accusati di favoreggiamento, falso e perdita del corpo di reato. Tutto questo accade proprio nei giorni in cui la Procura di Ivrea ha chiuso le indagini sui concorsi truccati nella stessa Asl, con i vertici dello Spresal — Letizia Maria Bergallo (direttrice Spresal Asl To4) e Massimo Gai(coordinatore dello Spresal di Ivrea) — tra gli indagati.
Un cortocircuito istituzionale, dove chi doveva vigilare sulla sicurezza del lavoro si ritrova ora a rispondere del collasso dei controlli, mentre su un altro binario si indaga sulla selezione del potere dentro la medesima azienda sanitaria.
Oggi in aula ha parlato Salvatore Orifici, 62 anni, tecnico della prevenzione, ufficiale di polizia giudiziaria applicato allo Spresal e dirigente sindacale della Federazione Sindacati Indipendenti, prossimo alla pensione. È il primo imputato a prendere la parola dopo la lunga sfilata dei testimoni dell’accusa.
Il fascicolo riguarda l’infortunio alla OMP di Busano del 25 luglio 2018: una broccia che si sgancia e cade come un proiettile, una falange schiacciata in un istante, un guanto con frammenti biologici raccolto quella sera e poi svanito. Ma il cuore dello scontro è un altro: la pm Valentina Bossi incalza l’ispettore sul perché di un’istruttoria rimasta aperta quattro anni, sugli atti emersi solo dopo i solleciti della Procura e sulle foto di una macchina diversa inserite nel fascicolo. È il termometro di un processo al “sistema”, prima ancora che alle singole persone.
Orifici ha ripercorso la sera dell’incidente: chiamata del 118 alle 19, arrivo in OMP alle 20.15 con l’ispettore Romano. In reparto ci sono Ezio Corgiat Rosboch, Fabrizio e Domenico Rosboch. La brocciatrice n. 62 è nastrata di bianco e rosso, l’infortunato è già al CTO per la sub-amputazione della terza falange. Secondo il verbale, la macchina è ferma: l’operatore tenta di sistemare un foglietto di spessore, la broccia si sgancia dal gruppo alza-broccia e cade, schiacciando il dito. Con il manutentore Corgiat vengono fatte prove di funzionamento: nessuna anomalia, né a vista né in marcia. Lo Spresal sequestra i perni locatori e individua come causa plausibile l’usura e una carenza di manutenzione. La macchina è “ante Direttiva Macchine”, precisa Orifici, «con tutti i requisiti di sicurezza dell’epoca». Il 26 luglio arrivano i documenti aziendali; lo schema elettrico non viene richiesto perché non emergono criticità. Il 1° agosto viene acquisita una perizia asseverata; il 2 agosto Orifici e Lauro Reviglione firmano il rilascio all’uso con cautele «in attesa delle cause effettive». Per l’ispettore, la criticità è circoscritta ai perni e non tale da imporre un fermo prolungato.
Da qui lo scontro con la pm Bossi: perché lo Spresal non ha individuato le cause definitive? Perché il fascicolo del 2018 è rimasto sospeso fino al 2022 ed è stato “spinto fuori” solo dopo i solleciti? E perché nel fascicolo fotografico compaiono immagini della brocciatrice n. 61, non quella dell’incidente? Orifici parla di foto “esemplificative” che «non spostano nulla»; l’accusa replica che in dibattimento contano le prove, non gli esempi. È stato un consulente a segnalare la non corrispondenza della macchina.
Il resto è un’anatomia del caos burocratico. Orifici racconta che il fascicolo originario è stato smarrito e ne è stato ricostruito un altro; dice di aver corretto a mano un nominativo bloccato nel sistema informatico, attribuendo a Romano e alla sua compagna il lock della cartella. Aggiunge di aver firmato un falcone “per solidarietà”, fidandosi di Romano, e di aver poi appreso della seconda denuncia di smarrimento inviata alla procuratrice Gabriella Viglione. Nel nuovo sistema informatico Spresal — spiega — ogni modifica richiede l’autorizzazione del direttore, perché «al primo inserimento viene fatta la stampa». Dal sopralluogo emergono anche carenze di aerazione e illuminazione, segnaletica insufficiente e DVR non aggiornato. Le proroghe sarebbero state giustificate dal sovraccarico di Romano, distaccato in Procura dal 2016. Sul nodo dei “cento fascicoli mai trasmessi”, la pm parla di un braccio operativo «divenuto ingovernabile»; le difese replicano che il fascicolo OMP non rientra in quell’elenco e l’avvocato Roberto Capra cita l’art. 11 del codice di procedura penale: «Se la pm Bossi si sente parte offesa, allora bisognerà mettere in discussione la competenza per questo processo», tuona riportando la calma.
Orifici afferma di aver chiesto di non lavorare più con Romano per incompatibilità e di aver domandato invano di essere sollevato dall’incarico di pg, specie dopo aver saputo che la pm Bossi non intendeva più collaborare con i dipendenti inquisiti. «Andrò in pensione tra pochi giorni», conclude, «e chiudo la mia carriera in modo insolito».
Resta il macigno della perdita del corpo di reato: il guanto con i frammenti di falange, raccolto e — secondo la catena ricostruita in aula — portato in Spresal, poi lasciato nell’ufficio di Romano e destinato all’archivio. È la faglia che attraversa l’intero processo, insieme al capitolo delle foto della macchina gemella. In poche parole: le immagini nel fascicolo di Orifici e Romano non ritraggono il macchinario dell’incidente, ma l’altra brocciatrice presente in azienda. «Erano a titolo esemplificativo», si è difeso Orifici. «E io cosa me ne faccio, nel fascicolo di un infortunio, delle foto di una macchina a caso?» ha sbottato Bossi, aggiungendo: «Con quei fascicoli io vado in aula. E poi incasso assoluzioni, con prove simili».
Sullo sfondo, per OMP, restano i capi d’imputazione per lesioni a carico di Michele e Fabrizio Rosboch (difesi da Gianluca Vallero ed Elena Corgner), che hanno chiesto l’archiviazione. In udienze precedenti la pm ha ricordato il sequestro della macchina dal luglio 2018 e l’assenza di una perizia aziendale: «L’azienda lamenta un danno economico per il fermo, ma non ha mai prodotto una perizia che dimostri la sicurezza del macchinario». La giudice Stefania Cugge ha quindi disposto la perizia.

L’infortunio alla OMP di Busano
Il 25 luglio 2018, nei capannoni OMP di Busano, un operaio del 1962 — in azienda dal 1997 — lavora al turno pomeridiano alle brocciatrici. Sta caricando un pezzo quando il foglietto di spessore si sposta. Tiene il pezzo con la destra, sistema il foglietto con la sinistra: la broccia si sgancia e cade «come un missile», schiacciando il dito e amputando parzialmente la falange. «Non avevo mai visto una broccia cadere prima di allora», dirà poi in aula. Torna al lavoro a novembre con un’invalidità del 5% e un risarcimento di 13 mila euro.
Quella sera arrivano Orifici e Romano: rilievi, foto, sequestro dei perni locatori, ipotesi di usura e carenze manutentive. Il giorno dopo l’azienda consegna i documenti, non viene chiesto lo schema elettrico. Il 1° agosto entra agli atti una perizia asseverata; il 2 agosto l’uso della macchina viene riammesso con prescrizioni firmate da Orifici e Reviglione. OMP — storica realtà canavesana con oltre 220 dipendenti — rappresenta che la macchina lavora su due o tre turni e che fermarla a lungo è insostenibile; intanto sostituisce il gruppo alza-broccia, “sanando”, secondo Orifici, la criticità. Poi i mesi, poi gli anni: proroghe motivate dai carichi di lavoro, l’intervallo del Covid, e la macchina che resta operativa fino al 2022, quando un consulente della Procura ne impone lo spegnimento.
A settembre 2022 si cerca il fascicolo: quello ordinario è sparito, se ne ricostruisce uno allegando foto della brocciatrice gemella n. 61. Il 10 ottobre 2022 arriva la chiusura con il fascicolo fotografico; nel luglio 2023 scatta il sequestro del macchinario, cinque anni dopo l’infortunio.
Nel 2024 il gip Fabio Rabagliati chiude l’inchiesta e manda a giudizio otto persone: per lo Spresal Letizia Maria Bergallo, Lauro Reviglione, Massimo Gai, Salvatore Orifici, Simone Gaida, Barbara Masseroni (a vario titolo per favoreggiamento, falso, perdita del corpo di reato); per OMP Michele e Fabrizio Rosboch per lesioni. A inizio 2025 il collegio giudicante (Cugge, Magda D’Amelio, Edoardo Scanavino) respinge la costituzione di parte civile della Fiom, giudicandola tardiva. La difesa OMP insiste per una perizia; la pm ribadisce l’assenza di qualsiasi elaborato tecnico dell’azienda idoneo a scardinare le accuse. Oggi, con Orifici al banco, l’aula fotografa la frattura: da un lato, l’accusa di un braccio destro della Procura diventato sinistro; dall’altro, la rivendicazione di una tecnica che avrebbe circoscritto l’evento all’usura di pochi perni.
È sul terreno della prova — reperti integri, fascicoli completi, tracciabilità delle immagini — che il processo vivrà. Se quel guanto e quei frammenti fossero stati conservati come la legge impone, se le foto avessero ritratto la macchina giusta, se gli atti avessero seguito il loro corso naturale, oggi molte domande avrebbero già una risposta. Invece, nell’aula dove si intrecciano tecnica, burocrazia e pena, resta da capire se l’errore umano sia stato un incidente di percorso o il sintomo di un sistema malato.
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