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Cronaca
08 Ottobre 2025 - 20:29
L'ex direttrice Assuntina Di Rienzo
C’è un secondo fascicolo, parallelo al maxi processo in aula, che resta aperto in Procura a Ivrea e che ridisegna la mappa delle responsabilità: l’inchiesta-bis affidata alla pm Valentina Bossi coinvolge i vertici della casa circondariale.
È il secondo filone investigativo sulle violenze nel carcere di Ivrea, quello ancora fermo in Procura, ma che potrebbe diventare la chiave per comprendere l’origine e la tenuta di un sistema.
Un’inchiesta che oggi coinvolge anche i vertici dell’istituto: l’ex comandante Michele Pitti e l’ex direttrice Assuntina Di Rienzo, entrambi indagati nell’ambito del fascicolo condotto dalla pm Valentina Bossi.
La notizia era emersa in aula, nel corso del processo principale contro ventotto agenti della polizia penitenziaria, accusati di falsi ideologici, lesioni e abusi commessi tra il 2015 e il 2021. Convocati come testimoni, Pitti e Di Rienzo avevano sorpreso tutti annunciando di aver ricevuto un avviso di garanzia. Il primo, già comandante del carcere fino al 2022, aveva chiesto di essere ascoltato come testimone assistito, con la presenza di un legale. La seconda, direttrice dell’istituto fino al 2020, ha rivelato di essere indagata per tortura, il reato più grave previsto dal codice penale in materia di trattamento dei detenuti.
La pm Bossi indaga da mesi sul comportamento dei vertici del penitenziario, cercando di capire se le violazioni sistematiche dei diritti emerse negli anni non siano state solo il prodotto di singoli episodi, ma di una gestione strutturata e tollerata. Si cerca di accertare, in altre parole, fino a che punto la violenza fisica e psicologica sui detenuti sia stata coperta, ignorata o persino favorita da chi aveva il potere di fermarla.
Il nome di Michele Pitti era già emerso nel 2022, quando, dopo una perquisizione notturna disposta dalla Procura di Ivrea, decise di presentarsi spontaneamente dai magistrati per raccontare quello che aveva visto. Disse allora di aver scoperto un modus operandi consolidato tra alcuni agenti “anziani”: detenuti malmenati e poi denunciati per aggressione o resistenza, in modo da coprire le violenze e ribaltare la narrazione.
Era quello che lui stesso definì il “metodo della contromossa”.
Le sue dichiarazioni trovarono riscontro nei racconti dei detenuti e nelle relazioni interne analizzate dalla Procura generale di Torino, che nel 2020 aveva avocato l’inchiesta originariamente archiviata a Ivrea. In quelle carte comparivano referti medici mancanti, cartelle cliniche sparite, incidenti identici avvenuti sempre nelle stesse condizioni e spiegati con “scivolate” su pavimenti bagnati o con presunti episodi di autolesionismo.
Oggi Pitti è indagato dalla stessa Procura che, fino a pochi mesi fa, lo considerava un testimone chiave. Si è presentato in aula scortato da una guardia del corpo, una precauzione insolita per un’audizione davanti al tribunale. «È un accompagnatore», ha detto al giudice Edoardo Scanavino, che ne ha disposto l’ascolto alla prossima udienza.

Più clamorosa ancora è la posizione di Assuntina Di Rienzo, che ha guidato la casa circondariale di Ivrea fino al 2020, prima di essere trasferita a Fossano. In aula ha raccontato con voce ferma ma incrinata di non poter dimenticare la perquisizione nel cuore della notte del 22 novembre 2022, disposta dalla Procura, che l’avrebbe poi raggiunta con un avviso di garanzia per tortura.
«Mi sono contestati due episodi che riguardano due collaboratori di giustizia», ha detto. «Per me è stato incredibile. Ho sempre collaborato con la Procura di Ivrea, riferendo al dottor Ferrando ogni circostanza di cui venivo a conoscenza. Negli atti ci sono le mie relazioni».
L’accusa è pesantissima. La Procura sospetta che in alcuni casi, anziché garantire un trattamento conforme alla legge, la direzione abbia tollerato forme di coercizione fisica e psicologica riconducibili alla tortura così come definita dall’articolo 613-bis del codice penale.
Nel processo principale, la tortura non è più contestata: il reato è stato derubricato in lesioni per ragioni giuridiche. I fatti precedono l’introduzione del reato nel codice penale, e la Corte di Cassazione, richiamando la “contestualizzazione” degli atti di contenimento, ha escluso la loro qualificazione come “trattamenti inumani o degradanti”.
Ma la Procura di Ivrea, oggi, ipotizza tortura vera e propria nei confronti di Di Rienzo. È il segno che i fatti oggetto di indagine — più recenti e più direttamente legati alla catena di comando — potrebbero avere un diverso spessore giuridico.
La radice dell’inchiesta-bis affonda in una storia lunga dieci anni, fatta di urla nella notte, celle lisce e stanze senza aria come l’ormai celebre “acquario”, descritta dai Garanti come “una sala di contenimento senza panca, senza riscaldamento, con vetri oscurati”.
In quelle stanze sarebbero avvenuti i pestaggi di detenuti come Mouhssin Amriti, Gerardo Di Lernia, Angelo Grottini, Marco Dolce e altri, spesso accompagnati da false relazioni di servizio in cui si parlava di “cadute accidentali”.
Un sistema che, secondo la Procura, avrebbe potuto funzionare solo grazie a una catena di silenzi: agenti che tacevano, medici che non segnalavano, dirigenti che non approfondivano.
Pitti stesso, nei suoi verbali, aveva denunciato la reticenza dei medici interni: «Non riferiscono mai sulle modalità con cui possono essere state prodotte certe lesioni ai detenuti e in alcuni casi non si trovano neppure i referti. Certo erano anomali i plurimi infortuni accidentali…».
L’inchiesta parallela si intreccia inevitabilmente con gli eventi della rivolta di ottobre 2016, la cosiddetta “rivoltina”, che per i Garanti e per l’associazione Antigone rappresenta il punto di non ritorno. Da lì in poi, l’istituto di Ivrea entra nei dossier ufficiali come “luogo punitivo”, “macelleria messicana” per usare le parole del sostituto procuratore generale Sabrina Noce.
Ma se il maxi processo in corso cerca di accertare chi picchiò, il fascicolo ancora aperto in Procura prova a capire chi sapeva e chi copriva.

Nelle carte di Pitti e nei verbali raccolti dalla pm Bossi ritorna la stessa espressione: “metodo della contromossa”.
Significa che, dopo un pestaggio, veniva redatto un rapporto in cui il detenuto risultava l’aggressore.
Chi si presentava in infermeria con ecchimosi, ferite o fratture, diventava improvvisamente colpevole di “resistenza” o “oltraggio a pubblico ufficiale”. In questo modo la denuncia del detenuto perdeva di credibilità, e il sistema si autoassolveva.
Lo stesso schema sarebbe emerso nel caso di Giovanni Fortunato, il detenuto con il braccio fratturato, registrato come “infortunio sul lavoro” dopo una presunta sfida a braccio di ferro con un agente soprannominato Insigne. Solo il successivo controllo dello Spresal rivelò che le fratture non erano compatibili con una caduta.
Sul tavolo della pm Bossi ci sono decine di fascicoli: rapporti di servizio, perizie mediche, testimonianze, lettere dei detenuti, ispezioni dei Garanti, referti assenti o incompleti. Il nodo non è più stabilire se le violenze ci siano state, ma quanto in alto siano arrivate le responsabilità.
Oggi, a distanza di anni, il carcere di Ivrea resta una ferita aperta nel sistema penitenziario piemontese. Le immagini di quella “macelleria messicana” evocata in aula dal sostituto procuratore generale Noce pesano come un macigno su chi, in quegli anni, avrebbe dovuto garantire la legalità dietro le sbarre.
L’inchiesta-bis non è ancora approdata in aula, ma segna un punto di svolta: per la prima volta, nel mirino della giustizia non ci sono solo gli esecutori, ma anche chi comandava.
E se le accuse di tortura a carico di Assuntina Di Rienzo e le dichiarazioni di Pitti troveranno riscontro, il caso Ivrea potrebbe trasformarsi nel processo più dirompente mai celebrato in Piemonte sulla gestione della detenzione.
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