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Cronaca
02 Ottobre 2025 - 19:16
«Ti taglio i seni e li metto in pentola». Parole che gelano, pronunciate tra le mura di un condominio popolare della Coppina a Chivasso, in un appartamento dove la violenza non era fatta soltanto di ceffoni o calci, ma di minacce, controllo e umiliazione quotidiana. È da questa frase che prende corpo il processo in corso a Ivrea contro un muratore marocchino accusato di maltrattamenti in famiglia.Accuse che travalicano la semplice cronaca giudiziaria. Perché dentro questa vicenda ci sono i codici penali, ma anche i codici culturali: le regole non scritte di una comunità che fatica a riconoscersi nelle leggi italiane, e che tenta di risolvere i conflitti entro i confini della moschea, tra consigli di “ubbidienza” e tentativi di mediazione.
Le discussioni, come emerso in aula, non nascevano dalla miseria ma dalla gestione del denaro. L’uomo lavorava in edilizia e non faceva mancare lo stipendio, ma i soldi venivano accumulati e spediti in Marocco alla famiglia d’origine. In casa, invece, il bagno cadeva a pezzi, i mobili erano rotti e ogni spesa diventava motivo di lite. La moglie, per ottenere il denaro necessario a fare la spesa o comprare abiti per sé e i figli, era costretta a insistere, a negoziare, ad affrontare l’ennesima discussione. Persino un profumo di marca scatenava uno scontro: «È un profumo, potevi comprarlo uguale che costava di meno», ha ricordato una testimone della comunità islamica, che poi si è fatta carico di accompagnare la donna nei giorni successivi ad acquistare i vestiti.
Non era solo questione di soldi. In aula sono stati evocati episodi di minacce brutali: «Ti taglio i seni e li metto in pentola», avrebbe urlato il marito. Parole pesantissime, una ferita ancora aperta. Le testimonianze, però, oscillano tra il riconoscimento di una violenza psicologica costante e il tentativo di minimizzare: «Minacce no, discussioni sì», ha risposto una vicina interrogata in aula.
Dal processo emerge anche il ruolo della comunità islamica, convocata più volte per tentare una ricomposizione. «Brava, vedi che stai diventando ubbidiente», disse un’esponente quando la donna sembrava piegarsi alle richieste del marito. Poteva così tornare “a testa alta” in moschea, accolta come una moglie che aveva ritrovato il proprio posto. Consigli di condiscendenza, di sopportazione, mai un incoraggiamento a divorziare. «L’importante è che la famiglia rimanga unita, insieme e crescano i bambini», è quanto emerso più volte in aula.

Il Tribunale di Ivrea
Eppure la frattura emergeva anche sul fronte dei figli. Il maggiore voleva uscire la sera, ma il padre lo vietava perché convinto che frequentasse cattive compagnie. La madre restava sveglia di notte per evitare che il marito si accorgesse del rientro del figlio. Più volte i ragazzi si rifugiarono a casa della vicina, specie nei momenti di lite. «È una prassi – ha ricordato una testimone – quando loro litigano, i bambini vengono a stare con me o per seguirli nei compiti».
Sul banco dei testimoni anche i carabinieri, chiamati a intervenire il 6 e il 7 luglio del 2022. Raccontano di una donna scossa, di un marito che prendeva a calci e pugni la porta di casa, di un figlio che rivelava come non fosse la prima volta. Ma segni fisici di violenza non furono trovati. Una zona grigia che si intreccia con la difficoltà di tradurre in termini giuridici un mondo di regole informali.
Lo ha spiegato con lucidità l’avvocata Giuseppina Sollazzo, che difende la donna: «Non siamo di fronte a un maltrattamento classico, fatto di schiaffi e ceffoni. Qui si tratta di violenze legate a un ordine di regole non scritte, tipiche di una certa cultura. Regole che per il soggetto maltrattante valgono come legge, ma che nella nostra società non hanno alcun valore e non possono giustificare nulla». Il nodo, ha aggiunto, è che la comunità «ha cercato di mediare all’interno della moschea, di riportare la donna all’obbedienza e all’unità familiare, senza tenere conto che quelle dinamiche si traducevano in reati veri e propri».
Il processo, iniziato mesi fa con la testimonianza del figlio maggiore – che qui chiameremo Amir – ha già restituito pagine di dolore e di coraggio. Amir ha raccontato una vita di botte, umiliazioni e sogni spezzati. Sogni che oggi prova a inseguire sul campo da calcio e all’università, mentre la madre cerca di ricostruirsi una vita dignitosa dopo anni di soprusi.
Il caso non è isolato. È lo specchio di una più ampia difficoltà di integrazione: quando culture diverse si incontrano, spesso gli equilibri saltano, soprattutto se il contesto è quello dei condomini popolari, dove la povertà materiale si intreccia con la povertà relazionale. Nel diritto penale italiano, l’attenuante culturale non esiste: non è ammesso che l’ubbidienza della moglie o l’autorità assoluta del marito possano valere come giustificazione. Eppure, in aula, le parole dei testimoni riportano continuamente a quella dimensione, a quel retaggio che sopravvive anche a migliaia di chilometri di distanza.
Da qui nasce la necessità, sottolineata più volte dai legali, di un approccio non solo giuridico ma anche culturale: spiegare a chi arriva da lontano che le regole della convivenza in Italia sono diverse, che i diritti delle donne e dei bambini non possono essere compressi in nome di un codice patriarcale. Che accumulare denaro per mandarlo in patria mentre i figli vivono tra mura rotte non è una virtù, ma una forma di abbandono. Che minacciare la propria moglie non è una questione privata, ma un reato.
Questo processo mostra con chiarezza una frattura che non è solo familiare, ma sociologica: tra una cultura che resiste nel chiuso delle comunità e una società che cerca di affermare principi universali di libertà e dignità. Un passaggio doloroso, fatto di resistenze, contraddizioni e incomprensioni, che solo la giustizia, insieme al lavoro culturale e sociale, può lentamente ricucire.
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