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Cronaca

Violenze sessuali in classe: nel mirino finiscono anche il Ministero e il liceo di Ciriè

La studentessa che ha assistito agli abusi imputati al prof. Pasqual, chiede giustizia: al via l’azione civile contro Ministero, scuola e docente

In foto, una delle immagini catturate in aula dagli studenti

In foto, una delle immagini catturate in aula dagli studenti

L’inchiesta sul professor Roberto Pasqual, ex docente dell’Istituto superiore Fermi-Galilei di Ciriè, non si ferma al processo penale già in corso a Ivrea per molestie sessuali aggravate e all’indagine parallela della Procura di Torino per produzione e detenzione di materiale pedopornografico. Un nuovo capitolo si apre infatti sul piano civile: l’avvocata Monica Commisso ha notificato una diffida al professore, al dirigente scolastico e al Ministero dell’Istruzione e del Merito, chiedendo un risarcimento di almeno 25.000 euro per i danni psicologici subiti da una studentessa che, pur non essendo mai stata toccata, per anni ha assistito alle molestie inflitte ai compagni maschi.

La vicenda ha già assunto proporzioni imponenti. Lo scorso 3 luglio Pasqual si è presentato in aula a Ivrea, davanti al collegio presieduto dalla giudice Stefania Cugge, per il giudizio immediato disposto a maggio. Le accuse di violenza sessuale aggravata riguardano sette episodi tra il 2023 e il 2024: palpeggiamenti ripetuti a studenti maschi, abbracci improvvisi, mani sotto i boxer, tentativi di spostare accappatoi durante una gita. Cinque le vittime riconosciute, tutte costituite parte civile.

In quella stessa sede, l'avvocata Commisso aveva già provato a far riconoscere la studentessa testimone come persona offesa, parlando di violenza assistita e chiedendo un risarcimento. Ma i giudici avevano respinto la richiesta, escludendola dal processo. Oggi la strategia cambia: la partita si sposta in sede civile, dove l’avvocata sostiene che “costringere sistematicamente un’alunna minorenne ad assistere a scene di abuso sessuale in un contesto scolastico costituisce una forma autonoma di maltrattamento”.

Secondo la ricostruzione della diffida, la ragazza ha vissuto due anni di angoscia costante e di trauma silenzioso. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni toccamento visto sui compagni avrebbe inciso profondamente sul suo equilibrio psicologico, portandola a un progressivo isolamento e a una crisi emotiva esplosa improvvisamente in lacrime. La dinamica è stata definita dagli avvocati una vera e propria frattura psichica, lacerata dal conflitto tra la stima verso un professore considerato da tutti “carismatico e preparato” e la consapevolezza che dietro quell’immagine si consumavano atti di violenza sui compagni.

La tesi giuridica è chiara: la violenza assistita non è una condizione secondaria, ma un danno autonomo che la giurisprudenza riconosce come tale. Esporre un minore a scene di abuso, senza protezione né difese, equivale a sottoporlo a una forma di maltrattamento ex art. 572 c.p., e dunque a un danno risarcibile anche in sede civile.

La diffida non chiama in causa solo Pasqual. Viene evidenziata la posizione di garanzia del dirigente scolastico, accusato di non aver vigilato nonostante fosse già stato sentito dalla Procura nel novembre 2023, e dunque consapevole delle anomalie. La sua inerzia viene descritta come “culpa in vigilando”, una grave omissione che avrebbe contribuito a consentire al docente di proseguire indisturbato nelle sue condotte per oltre un anno.

L'avvocata Monica Commisso

Il Ministero dell’Istruzione è invece chiamato a rispondere per responsabilità contrattuale e per fatto illecito del dipendente. Secondo la linea della Commisso, l’iscrizione a scuola instaura un rapporto che comporta obblighi di protezione: obblighi disattesi nel momento in cui gli studenti sono stati lasciati esposti alle molestie di un insegnante. Inoltre, il Ministero sarebbe responsabile anche “per occasionalità necessaria”, poiché Pasqual ha potuto commettere gli abusi proprio grazie al ruolo istituzionale ricoperto e al rapporto fiduciario con gli alunni.

Mentre il processo penale di Ivrea procederà con l’udienza di merito, e mentre a Torino resta aperta l’indagine sul materiale pedopornografico, questa nuova azione civile aggiunge un ulteriore fronte per Pasqual e per le istituzioni coinvolte. Se il tribunale civile accoglierà la domanda, non solo il professore ma anche l’istituto scolastico e il Ministero potrebbero essere condannati in solido a risarcire la giovane.

Il rischio è che il caso non si limiti più a un procedimento individuale contro un docente, ma diventi il banco di prova per misurare la responsabilità delle istituzioni scolastiche e ministeriali nella tutela degli studenti.

La vicenda di Pasqual ha già lasciato una ferita profonda a Ciriè. Le prime denunce erano arrivate a gennaio, quando un rappresentante di classe, dopo un lungo confronto con i genitori, si era rivolto ai Carabinieri. Da lì, la raccolta di video da parte degli studenti, l’inchiesta giornalistica che aveva incalzato il professore mostrandogli le immagini, la denuncia in Procura, gli arresti domiciliari e la sospensione dal servizio.

Quattro mesi dopo, il processo penale era già partito, un segnale raro di giustizia rapida. Ma ora, con l’avvio di una causa civile, emerge un aspetto ancora più inquietante: il dolore silenzioso di chi non è stato toccato ma ha visto, ogni giorno, quello che accadeva. Un dolore che pretende riconoscimento, dignità e risarcimento.

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