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Cronaca

Pesava i figli per umiliarli e costringeva la moglie ad incontrare le sue amanti: a Lanzo la casa degli orrori

L'uomo ora a processo per maltrattamenti in famiglia avrebbe anche annegato nel gabinetto un cucciolo di cane

Pesava i figli per umiliarli e tradiva la moglie costringendola ad incontrare le sue amanti: a Lanzo la casa degli orrori

Era iniziata nel 1995 con una storia d’amore tra adolescenti, si è trasformata in un inferno durato oltre venticinque anni. Oggi, in un’aula del Tribunale di Ivrea, quella storia è esplosa nella sua violenza più disturbante, raccontata davanti al collegio presieduto dalla giudice Stefania Cugge, affiancata da Edoardo Scanavino e Antonella Pelliccia, con il pubblico ministero Mattia Francesco Cravero. Alla sbarra Edoardo Barsà, classe 1971, già condannato con sentenza passata in giudicato per maltrattamenti nei confronti del figlio Carlo (nome di fantasia). Questa mattina è tornato a processo per rispondere delle stesse accuse, ma rivolte all’ex moglie Laura (nome di fantasia) e alla figlia Camilla, oggi appena maggiorenne ma all’epoca dei fatti ancora bambina.

L’accusa traccia il profilo di un uomo ossessionato dal controllo e dal peso corporeo, incapace di instaurare relazioni affettive sane, capace invece di generare un clima domestico basato su paura, vergogna e terrore quotidiano. In quell’ambiente, la piccola Camilla cresceva priva di esperienze scolastiche normali, isolata dai coetanei, inadeguata nel corpo, come ha riferito oggi in aula una consulente del Tribunale. Un disagio che, pur non compromettendo la sua capacità di testimoniare, riflette il vuoto affettivo e sociale in cui era cresciuta. Sarà ascoltata in modalità protetta nella prossima udienza, fissata per il 22 gennaio 2026.

L’episodio forse più sconvolgente tra quelli emersi riguarda il calendario del peso. Barsà aveva imposto a moglie e figli la pratica della pesatura quotidiana, annotando i chili su un foglio settimanale attaccato al muro con una puntina. Un rituale dell’umiliazione che ha segnato profondamente il vissuto di tutti i figli, costretti a pesarsi ogni giorno tra gli 11 e i 12 anni, nel terrore di aver preso anche solo un etto. Chi ingrassava subiva la riduzione del cibo, fino a una dieta forzata fatta solo di minestrone senza pasta. Per l’imputato, il corpo delle figlie e della moglie era oggetto di controllo ossessivo e continuo. Quando il figlio Carlo lasciò la casa nel 2018, diventò la secondogenita il nuovo bersaglio: “Sei grassa, fai schifo, diventerai un barile come tua madre”.

E proprio Laura, oggi parte civile, ha raccontato una lunga serie di angherie e violenze fisiche e psicologiche. “Quando sono andata via di casa pesavo 80 chili, ma li ho persi talmente infetta che sembravo malata in faccia. Prima ne pesavo 140”. Già durante la gravidanza della primogenita, Barsà l’avrebbe colpita con ginocchiate dietro la schiena. Con il tempo lei aveva imparato a stare zitta, a vestirsi e pettinarsi come voleva lui: leggins attillati, magliette corte, capelli sciolti e boccoli, anche mentre faceva le pulizie. Le era vietato perfino andare dal dietologo: “Era lui il dietologo”. E per anni il cibo è stato l’unico conforto, fino alla diagnosi di un disturbo alimentare.

Il punto di rottura arriva nel pieno della pandemia, tra marzo e novembre 2020. La casa, già teatro di sopraffazioni e paure, si trasforma in un incubo vero e proprio. Barsà passa le giornate su Facebook, entra in gruppi chiusi, inizia a chattare compulsivamente con altre donne. “Me lo raccontava lui stesso, diceva che noi donne siamo tutte put***e. Mi mostrava le foto, mi costringeva a conoscere le donne che frequentava. Una volta mi ha obbligata a stirargli i pantaloni per andare a Milano da una di loro, io mi sono opposta e mi ha preso a schiaffi e calci”. Il tradimento, insomma, era sotto gli occhi della moglie, che nel frattempo viveva prigioniera in casa, tra violenze e umiliazioni sessuali, come quando lo trovava a masturbarsi nel letto delle figlie.

Nel tentativo estremo di liberarsi, Laura scappa con i bambini a Meda, ospite di un amico conosciuto in chat, Stefano, “l’unico con cui potessi parlare”, dirà in aula. La fuga, avvenuta nel novembre 2020, le è costata però una denuncia per sottrazione di minori, ancora pendente, che la vede indagata in un procedimento collegato. Per l’accusa, quella fuga non è che l’ennesima prova delle violenze subite, e lo stesso PM ha chiesto l’ammissione della precedente condanna per maltrattamenti emessa contro Barsà nel 2023 e passata in giudicato lo scorso ottobre.

Il racconto di Laura ha aperto anche una finestra orribile sugli animali di casa. Un Collie, morto annegato nel water “perché aveva fatto pipì in casa”, un altro cagnolino lasciato morire congelato sul balcone nel 2017, un gatto spruzzato con lo sgrassatore e oggi affetto da un disturbo gastrico. Episodi che non erano mai stati denunciati prima e che emergono solo oggi in aula.

Il difensore dell’imputato, l’avvocato Marco Stabile, ha cercato di ridimensionare la narrazione della donna, mettendo in luce le contraddizioni nelle sue dichiarazioni, i suoi rapporti virtuali con altri uomini conosciuti online, la nuova gravidanza avuta da un altro compagno dopo la separazione, e ha sottolineato come la famiglia fosse da tempo seguita dai servizi sociali.  “Quando arrivavano in casa, sembravamo la famiglia del Mulino Bianco. Mio marito pretendeva che tutto fosse in ordine, anche dentro i mobili”.

L'avvocato Marco Stabile

Colpisce infine l’effetto che tutto questo ha avuto sulla piccola Camilla, oggi diciottenne, cresciuta in uno scenario di caos affettivo e paura. È stata affidata insieme alla sorella alla madre in via esclusiva. Dell’uomo non vuole più sapere nulla. Lo chiama “il papà cattivo della montagna”, mentre a quello vero, per lei, ha dato il nome del fratello maggiore. L’ultimo incontro con il padre è stato segnato da una crudeltà simbolica: lui le aveva regalato un peluche e una bicicletta, ma quando la vide giocare con un altro bambino, per stizza se li riprese. “Lei pianse moltissimo”, ha ricordato la madre in aula.

Una storia, questa, che si incrocia con il disagio psichico, la misoginia strutturale, l’ossessione per il controllo, l’annientamento dell’identità femminile e un uso distorto del concetto di “famiglia”. Il processo riprenderà il 22 gennaio 2026 con l’audizione protetta della ragazza, e poi proseguirà verso la sentenza. Per ora resta il ritratto spietato di una violenza diffusa e normalizzata, nascosta dietro la facciata di una casa come tante.

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