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Cronaca
10 Luglio 2025 - 19:54
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Nel processo a carico del professor Daniele Finotto, in corso al Tribunale di Ivrea, la parola “complotto” è uscita dalle carte per entrare prepotentemente nell’aula. Non più solo un’ipotesi suggestiva della difesa, ma una tesi sostenuta da testimonianze dirette, che oggi hanno cambiato il volto del procedimento. A parlare sono state due donne di scuola: Manuela Muzzolini, docente dell’Ubertini e referente per il benessere degli studenti, e Pasqualina Pane, collaboratrice scolastica da trent’anni. I loro racconti hanno aperto una falla nel fronte accusatorio.
È la Pane a riportare le parole della studentessa che chiameremo Greta. Una delle cinque ragazze che avevano accusato Finotto, ma che, secondo la bidella, avrebbe poi confessato di aver inventato tutto per “non essere esclusa dal gruppetto”. Lo avrebbe fatto, disse, “per compiacere un’amica”, ma poi sarebbe stata divorata dal senso di colpa. A scuola piangeva, non mangiava, aveva perso chili e capelli. “Mi chiamano la mamma dei ragazzi, e con me parlava”, ha detto la bidella, che l’ha vista spegnersi giorno dopo giorno, fino a confidarle: “Non era vero. L’ho detto per entrare nel gruppo”.
A scuotere ulteriormente l’aula, il racconto di un altro scambio captato tra ragazze. Una di loro avrebbe ammesso: “Lo faccio per soldi. Il mio ragazzo vuole aprire una pizzeria”. A quel punto, la Corte ha disposto l’audizione della madre di Greta, descritta come furiosa, sconvolta, al punto da affidare la figlia a uno psicologo.
Il cuore della giornata però è stato occupato dall’interrogatorio dello stesso Finotto, che ha risposto alle domande con tono pacato ma determinato, ribadendo la sua innocenza. Ha ricostruito tutta la sua carriera, iniziata nel 1987, passando per Torino, Parigi, Inghilterra e il carcere minorile, fino all’Ubertini di Caluso.
"Insegnare è la mia vita", ha detto. Ma da tre anni non mette piede in aula. È sospeso, con stipendio ridotto al 50%, e un mutuo da pagare per una casa acquistata otto giorni prima della denuncia. “Non posso avvicinarmi a Caluso. Molti colleghi non mi parlano più. Mi manca tutto”.

Ha negato ogni gesto inappropriato. “Mai palpeggiato, mai battute a sfondo sessuale. A volte si corregge la postura per insegnare il servizio di sala, ma non ho mai toccato nessuno in modo scorretto. Sono padre, ragiono da padre”.
Gli episodi contestati – la pista di pattinaggio, il grembiule legato, la postura corretta – li ha smontati uno a uno. Ha parlato di una scuola dove “alcune ragazze entravano praticamente nude”, ma dove lui ha sempre mantenuto un comportamento corretto. “Un’insegnante di ginnastica è stato provocato nello stesso modo. Non è successo solo a me”.
Poi ha ricordato quando lavorò gratis per un mese, producendo marmellata di pomodori verdi e zenzero con gli alunni, e vendendola a scuola. O il ragazzo con gravi disabilità che volle seguire personalmente. “Mi aveva scelto. Se non c’ero, non veniva a scuola. Così mi sono offerto”.
La professoressa Muzzolini, referente contro il cyberbullismo, ha confermato: “Finotto ha fatto l’errore di dire che voleva tornare sulla cattedra di cucina. E quella cattedra era la stessa che occupava la prof Sorace”. Quella dichiarazione – secondo Muzzolini – avrebbe innescato il corto circuito. Una preside inesperta, arrivata dalla scuola primaria, avrebbe poi agito d’impulso senza coinvolgere il team docente. “Io non so neanche che faccia abbiano le ragazze che lo accusano”, ha dichiarato la docente.

L’accusa resta pesantissima: violenza sessuale su cinque minorenni, con contorni sfumati e comportamenti giudicati inappropriati in aula, in laboratorio e durante una gita. Ma oggi, dopo mesi di udienze, per la prima volta la narrazione si è incrinata. Le parole della Pane e della Muzzolini, insieme all’intervento di Finotto, hanno creato un cortocircuito profondo, mettendo in discussione non solo i fatti, ma la genesi stessa dell’indagine.
Il processo continua. Ma oggi, nell’aula del Tribunale di Ivrea, qualcosa è cambiato.
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