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Cronaca
03 Luglio 2025 - 18:45
Foto di repertorio
Tutto parte da una piazza piena di ragazzini, all’uscita di scuola. È piazza Croce Rossa a Ivrea. Una piazza semicentrale, che non è pieno centro ma nemmeno periferia, incastrata tra via dora Baltea e il Movicentro. Un’area frequentata da studenti, complice la presenza di diversi istituti superiori – come il Cena e il Gramsci. Addirittura, lì vicino c'è la scuola elementare Nigra. E poi giardinetti, panchine e muretti che la rendono punto di ritrovo ideale per i pomeriggi svogliati.
Si mormora che lì si spacci agli studenti. I carabinieri osservano, poi fermano fermano uno di loro, lo perquisiscono. Ha un bilancino di precisione, contanti in piccolo taglio e marijuana nascosta nelle mutande.
E' il 24 gennaio. Quel ragazzo fermato dai carabinieri ha compito diciotto anni appena 4 giorni prima, è di origini iraniane e non si chiude nel silenzio. Parla. Racconta. Indica. E da lì, il caso esplode: i carabinieri allargano il cerchio, scavano nei telefoni, tornano a perquisire. In un cespuglio di rosmarino, sotto casa sua in corso Vercelli, trovano due buste di erba con la scritta “100 critica”. È la stessa sostanza che – dice – gli veniva consegnata nei pressi delle scuole, da un uomo in vespa bianca.
Così entra in scena Stefano P., 25 anni, quartiere Bellavista. Per la procura è il fornitore. L’ultimo anello della catena. Colui che ha messo la droga nelle mani di un minorenne, per mesi.
Oggi, giovedì 3 luglio, davanti ai giudici, è arrivata la sentenza: un anno di carcere, con la sospensione condizionale e la non menzione. Una condanna piena, ma con i doppi benefici di legge. Molto meno di quanto chiesto dalla procura.
Prima della discussione finale, Stefano ha voluto dire la sua. Poche parole, pronunciate in piedi, guardando i giudici:
«Era un periodo no. Facevo uso di hashish e marijuana. Una volta ho avuto più stupefacente, ma solo quella volta. Mi domando cosa c’entri io in questo processo».
Per la giustizia, però, c’entra. Eccome.
Secondo l’accusa, era lui il punto di origine di una catena: il fornitore del pusher sorpreso a spacciare marijuana agli studenti fuori da scuola, nella zona dei giardinetti di piazza Croce Rossa. La pm Elena Parato aveva chiesto una condanna pesante: 2 anni e 10 mesi di reclusione, con 6.800 euro di multa, ritenendo provate almeno 10 cessioni aggravate. Ma la difesa, affidata all’avvocato Ferdinando Ferrero, ha smontato pezzo per pezzo l’impianto accusatorio, fino a ottenere una sentenza favorevole: 1 anno di carcere, con la sospensione condizionale della pena e la non menzione nel casellario giudiziario.
Il racconto del ragazzo beccato a spacciare in Piazza Croce Rossa - che chiameremo Amir - è preciso: messaggi via Wickr, nickname Aureliano52, incontri a Bellavista, consegne su una vespa bianca. Dettagli che portano dritti a Stefano P., il cui padre possiede ben sei scooter Piaggio. Le indagini dei carabinieri si intrecciano con quelle della Polizia. In aula, la pm Parato sottolinea come le dichiarazioni di Amir siano attendibili, anche perché non si è limitato a scaricare responsabilità, ma ha parlato di sé stesso e della sua attività.

Non solo: ha riconosciuto l’imputato in aula e ha spiegato che le prime cessioni sono avvenute quando era ancora minorenne, fatto che aggrava la posizione dell’imputato. La sostanza sequestrata ad Amir, secondo la Procura, era proprio quella ricevuta da Stefano P.. E poi c'è l'altro ragazzo. Il "socio" di Amir. È stato condannato a un anno e tre mesi dal Tribunale per i minorenni, ma in aula ha cambiato versione, prendendo le distanze da tutto. Un atteggiamento definito “irrispettoso” dall’accusa, soprattutto alla luce dei tabulati telefonici che testimoniavano contatti costanti con l’imputato.
In effetti, tra l'altro ragazzo e Amir ci sono centinaia di chiamate, ma con Stefano P. solo tre, tutte brevissime. Secondo la pm, è la prova dell’esperienza criminale dell’imputato, che usava sistemi sicuri, come messaggi effimeri, per non lasciare tracce. Secondo l’avvocato Ferrero, invece, è proprio la scarsità dei contatti a dimostrare la debolezza dell’accusa.
In aula, il difensore ha anche attaccato la validità delle dichiarazioni rese in caserma da Amir. Erano spontanee? O sono state rese sotto pressione, senza assistenza legale, in una situazione di fragilità linguistica e personale? E ancora: il materiale trovato a casa di Stefano P. – una busta vuota con la scritta “100 critica” – basta per stabilire un ruolo centrale nel traffico?
Ferrero ha parlato di un ragazzo che ha ricostruito la propria vita, che ora lavora, che ha una famiglia, che non ha precedenti penali se non uno estinto. «Non è sufficiente un unico precedente estinto per negare tutte le attenuanti», ha detto. E alla fine, i giudici gli hanno dato ragione: nessuna aggravante prevalente, generiche concesse in misura equivalente, pena minima con doppi benefici.
Un processo complicato, costruito intorno a dichiarazioni rese all'inizio di un’inchiesta che si è allargata in fretta, coinvolgendo giovanissimi, scuole, motorini, app di messaggistica e cespugli di rosmarino. Una storia che parte da una panchina fuori scuola e arriva in un’aula del Tribunale di Ivrea, dove un ragazzo del quartiere Bellavista ha scelto di difendersi fino in fondo, ottenendo una condanna ridotta a un terzo rispetto a quanto chiesto dall'accusa.
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