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Cronaca

Molestie in classe. Il Prof. del liceo di Ciriè è accusato anche di pedopornografia

Giustizia lampo: oggi è partito il processo ad Ivrea. Il Ministero dell'Istruzione è stato citato come responsabile civile a risarcire gli studenti. A Torino, però, pende a carico del Prof. un altro fascicolo...

Foto di repertorio

Foto di repertorio

Per anni ha guidato classi, partecipato a gite, insegnato a studenti minorenni. Era considerato da tutti un ottimo insegnate, preparato, carismatico.

Ma c'era dell'atro.

Ora, Roberto Pasqual, 51 anni, residente a San Francesco al Campo, è alla sbarra per aver molestato almeno cinque ragazzi tra i banchi di scuola. L'accusa è di violenza sessuale aggravata. Ma a rendere il quadro ancora più inquietante è il fatto che a carico del professore penda anche un secondo fascicolo: stavolta per produzione e detenzione di materiale pedopornografico, un’indagine parallela aperta dalla Procura di Torino cui il materiale emerso durante l'inchiesta è stato trasmesso per competenza.

Per le molestie, invece, il processo è partito oggi. Questa mattina, mercoledì 3 luglio, l’insegnante — sospeso dal servizio e agli arresti domiciliari — si è presentato davanti al Tribunale collegiale di Ivrea (presidente Stefania Cugge, a latere i giudici Marianna Tiseo ed Edoardo Scanavino) per il giudizio immediato disposto dalla Gip Lucrezia Natta a maggio. Il pubblico ministero è Ludovico Bosso. Gli episodi contestati sono sette, tutti risalenti agli anni scolastici 2023 e 2024, all’interno dell’Istituto superiore Galileo Galilei di Ciriè.

Secondo le accuse, Pasqual avrebbe palpeggiato più volte gli studenti: sul pube, sull’inguine, sul petto e sulla schiena. In aula, nei corridoi, durante attività scolastiche e gite. In un’occasione, proprio durante una gita, avrebbe cercato di scostare l’accappatoio a un ragazzo fuori dal bagno. Più volte avrebbe abbracciato da dietro gli alunni, sollevato loro la maglietta e massaggiato il pube. A volte direttamente sulla pelle, sotto i boxer. Un pattern, secondo l’accusa, sistematico. Cinque le vittime individuate che si sono costituite parte civile.

Un fotogramma preso da uno dei video girati in classe dai ragazzi

Non è stata ammessa, invece, la costituzione di una loro compagna di classe che, l'avvocata Monica Commisso ha tentato di far entrare nel processo come persona danneggiata. Non ha subito toccamenti, ma ha visto. E ha ingoiato quell'amaro boccone in silenzio. Per due anni ha osservato il professore compiere quei gesti sui suoi amici. Ha percepito il disagio, ha sentito il gelo e lo smarrimento. Ma, come tanti, non ha trovato il coraggio di parlare. Non perché fosse indifferente. Ma perché, come sostiene l’avvocata Commisso: «L’affetto, il rispetto e la stima verso il professore si scontravano con il dolore nel vedere i compagni esposti a comportamenti molesti inaccettabili, senza alcuna protezione».

L'avvocata aveva parlato di violenza assistita e chiesto 25.000 euro di risarcimento per il danno psicologico subito. I giudici, però, hanno deciso che non può essere considerata persona offesa nel processo.

Oggi, in aula, la difesa dell’imputato — rappresentata dagli avvocati Aldo Albanese e Massimiliano Barbero — ha tentato di spostare il procedimento sollevando un’eccezione di incompetenza territoriale. Il ragionamento si fondava sul collegamento con l’altro fascicolo, quello per pedopornografia, già trasferito a Torino. Ma i giudici hanno respinto l’eccezione: il processo per le molestie resta a Ivrea.

A rafforzare il peso del dibattimento è stata anche la decisione, presa oggi, di citare formalmente il Ministero dell’Istruzione come responsabile civile. Il collegio ha accolto l’istanza delle avvocate Monica Commisso e Stefania Serafini (quest’ultima legale di una delle parti civili). La scuola, secondo le parti lese, non ha vigilato, non ha agito e non ha protetto gli studenti. Ora, dovrà risponderne.

Intanto, l’indagine parallela sul fronte torinese resta aperta. Il fascicolo per pedopornografia — che comprende ipotesi di produzione e detenzione di immagini a sfondo sessuale su minori — potrebbe aggravare ulteriormente la posizione del professore. Due Procure, due binari giudiziari, un solo imputato. Ma le responsabilità che il processo di Ivrea è chiamato ad accertare riguardano non solo un uomo, ma un intero sistema.

L'insegnante sarebbe stato al centro del chiacchiericcio da molto tempo, ma è solo il 14 gennaio scorso che la vicenda prende una piega ufficialmente e cioè quando, dopo un lungo confronto con i genitori, un rappresentante di classe si presenta dai Carabinieri per denunciare i fatti. Successivamente, il 25 gennaio, i militari incontrano i genitori e lo stesso rappresentante per chiarire ulteriormente quanto riportato. Nel frattempo, gli studenti avevano iniziato a raccogliere prove video per documentare i comportamenti del docente.

Il punto di svolta arriva martedì 28 gennaio, quando durante la video intervista, il reporter Francesco Vivenza blocca l'insegnante mostrandogli le immagini incriminanti e spingendolo ad andare dai carabinieri. Subito dopo, tutto il materiale raccolto per effettuare l'intervista sarebbe stato messo a disposizione degli inquirenti con una denuncia presentata direttamente in Procura.

Ascoltato l'insegnante, le forze dell'ordine si sono messe subito in azione sequestrando il cellulare di Vivenza, insieme a tutto il materiale utilizzato e prodotto per l'inchiesta. 

A soli quattro mesi da quella video intervista, il processo a carico del professor Pasqual è già partito dimostrando come la Giustizia abbia saputo rispondere in tempi rapidissimi dinnanzi a fatti tanto gravi.

La denuncia contro l'insegnante è stata presentata in Procura

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