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Cronaca
01 Luglio 2025 - 18:52
È stata la prima questione affrontata nell’udienza di oggi, 1° luglio, nel processo “Echidna”, ma il Tribunale di Ivrea ha già segnato un passaggio chiave. Sitalfa S.p.A., la società partecipata da Sitaf incaricata della manutenzione dell’autostrada A32 Torino-Bardonecchia, resterà nel procedimento come responsabile civile. Aveva chiesto di esserne esclusa, ma il collegio presieduto dalla giudice Stefania Cugge ha respinto l’istanza. La motivazione è affidata a un passaggio che resterà centrale nel dibattito processuale:
«Dalla lettura del capo di imputazione non è possibile affermare che l'imputato Roberto Fantini abbia agito nella veste di amministratore di Sitalfa S.p.A. per soddisfare esclusivamente gli interessi propri abusando del relativo potere e che ciò attiene ad un accertamento in facto. Per questi motivi rigetta l'istanza di esclusione del responsabile civile».
Un colpo per la difesa dell’azienda, rappresentata in aula dall’avvocato Giovanni Lageard, e un punto a favore del Comune di Brandizzo, costituitosi parte civile tramite l’avvocato Giulio Calosso, nella persona della sindaca pro tempore Monica Durante. L’amministrazione comunale ha chiesto un risarcimento di almeno 40.000 euro, accusando la rete criminale al centro del processo di aver compromesso «la pace sociale, la sicurezza pubblica e la tenuta democratica della cittadinanza».
Appalti e mafia nel Nord-Ovest
Il processo Echidna, nato da una costola dell’indagine “Pascha” e coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Torino con il supporto dei Carabinieri del Ros e della compagnia di Leini, getta uno squarcio inquietante sul Piemonte dei cantieri e degli appalti pubblici. L’accusa sostiene che a Brandizzo si sia insediata una locale di ‘ndrangheta riconducibile alle potenti famiglie Nirta e Pelle di San Luca, nel cuore della Calabria mafiosa. Un’articolazione territoriale costruita pezzo per pezzo dai fratelli Giuseppe, Domenico Claudio e Michael Pasqua, capaci – secondo l’accusa – di orientare appalti e subappalti nel settore del movimento terra e del trasporto merci, specie nei lavori legati all’autostrada Torino-Bardonecchia.
È in questo contesto che si inserisce la figura dell’imprenditore Roberto Fantini, ex amministratore delegato della Sitalfa, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la DDA, avrebbe favorito sistematicamente imprese contigue alla cosca Pasqua, garantendo accesso facilitato agli appalti. In cambio, avrebbe ottenuto vantaggi economici e mantenuto saldo il suo ruolo gestionale.

Roberto Fantini (a sinistra) con l'avvocato Roberto Capra
Una mappa complessa di imputati e reati
Al momento sono nove gli imputati a giudizio con rito ordinario davanti al Tribunale di Ivrea. L’elenco completo:
Giuseppe Pasqua, classe 1943, difeso dagli avvocati Cosimo Palumbo e Antonio Femia
Domenico Claudio Pasqua, 1970, difeso dagli avvocati Cosimo Palumbo e Alessio Tartaglini
Antonio Mascolo, 1964, difeso dall’avv. Antonio Mencobello
Leonardo Caligiuri, 1968, difeso dall’avv. Elena Virano
Roberto Fantini, 1969, difeso dagli avvocati Roberto Capra e Maurizio Riverditi
Michael Pasqua, 1983, difeso dagli avvocati Natalia Caramellino e Gian Claudio Bruzzone
Gian Carlo Bellavia, 1958, difeso dall’avv. Roberto Macchia
Danilo Scardino, 1972, difeso dall’avv. Antonio Foti
Filippo Rotolo, 1966, difeso dagli avvocati Alfonso Frugis e Claudio Strata
A vario titolo, sono chiamati a rispondere di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso, rapina, ricettazione, indebito utilizzo e falsificazione di carte di pagamento, possesso e traffico di armi, concorso morale e materiale nei reati e reato continuato.
La prossima udienza è fissata per il 10 luglio e servirà a conferire incarico a un collegio peritale composto da tre esperti, ai quali sarà affidata la trascrizione integrale di 1.445 intercettazioni telefoniche e ambientali. Il calendario del dibattimento è già tracciato fino al 30 aprile 2026, con oltre cento testimoni pronti a sfilare davanti ai giudici. Un processo che si annuncia pachidermico per mole e complessità.
La strategia difensiva e l’eccezione sulle intercettazioni
Nel corso dell’udienza, i difensori di Fantini – l'avvocato Roberto Capra e il professor Maurizio Riverditi – hanno sollevato un’eccezione sulla legittimità delle prove. Secondo la loro ricostruzione, l’imprenditore sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati solo nel febbraio 2021, ma il suo nome comparirebbe già in atti del 2014, anno di avvio della prima indagine (Pascha), poi confluita in Echidna. Il materiale raccolto – intercettazioni, relazioni di servizio, accertamenti di vario tipo – sarebbe dunque “illegittimo”, poiché acquisito prima dell’iscrizione formale, in violazione delle garanzie difensive.
«Non si può utilizzare oggi materiale raccolto otto o dieci anni fa», ha argomentato Capra, «quando il nostro assistito non aveva nemmeno lo status di indagato».
Ma la presidente Cugge ha rigettato l’eccezione, ricordando che «il giudice non può sindacare sulla tempistica dell’iscrizione nel registro degli indagati». L’istanza è stata respinta e le intercettazioni restano dunque pienamente nel fascicolo del dibattimento.
In aula, il pm Valerio Longi ha chiesto che tutte le intercettazioni, compresi i 78 colloqui captati dai Carabinieri di Leini e le 1.367 registrazioni dei Ros, vengano trascritte e acquisite in forma integrale. Tra le conversazioni, alcune sono in dialetto calabrese.
Salvatore Gallo, il volto grigio del potere
Anche se giudicato separatamente con rito abbreviato, la figura di Salvatore Gallo, 84 anni, aleggia pesantemente sul processo. Uomo di partito, ex dirigente della Sitaf, da sempre legato al Partito Democratico piemontese, è accusato di peculato e corruzione elettorale, ma non di reati mafiosi. Secondo l’accusa, avrebbe usato tessere Viacard e carburanti aziendali per scopi privati e offerto “favori” — persino interventi chirurgici — in cambio di voti per Caterina Greco e Sonia Gagliano nelle amministrative del 2021.
«Questo ti costa 50 voti di preferenza… Mi devi dimostrare che ci siano i voti, se no ti tolgo il saluto», avrebbe detto Gallo in una conversazione intercettata.
Per lui la procura ha chiesto 2 anni e 10 mesi di reclusione, con lo sconto previsto dal rito. Sitaf e Sitalfa hanno rinunciato alla costituzione di parte civile dopo aver ricevuto un risarcimento.
L’ombra lunga delle cosche su appalti e infrastrutture
Se le accuse reggeranno in dibattimento, il processo Echidna sarà ricordato come una delle più vaste operazioni giudiziarie che raccontano il volto torinese della 'ndrangheta, fatta non di sparatorie ma di sovraffatturazioni, appalti truccati e benzina gratuita per chi conta.
Una mafia silenziosa, infiltrata tra i colli di subappalto e le pieghe della burocrazia, dove nomi rispettabili — da manager a politici — avrebbero spalancato le porte ad interessi illeciti nel Nord produttivo.
Un processo lungo, con carte e intercettazioni, che racconterà — udienza dopo udienza — come le autostrade non sono solo strade. Ma corridoi di potere.
Echidna è l'ultima costola di una serie di inchieste in essa accorpate. La più importante è quella denominata "Pascha". Avviata nel 2014 sotto la guida del Pm Antonio Smeriglio, non è mai arrivata a giudizio a causa della morte del titolare del fascicolo, avvenuta il 13 ottobre del 2018. Tutto il materiale raccolto in quattro anni di indagini serrate è setato raccolto in eredità dal PM Valerio Longi, titolare di "Echidna". Ed è quindi grazie a questi due pubblici ministeri se oggi si è arrivati in aula ed è partito il processo.

Il Procuratore Valerio Longi
Tra gli imputati del processo Echidna c’è anche Luca Michael Pasqua, 40 anni, di Brandizzo, con una lunga carriera nel pugilato alle spalle. Arrestato il 4 aprile 2024 nell’ambito dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Torino, ha affidato a Facebook le sue prime parole di difesa: «La mafia fa schifo! Non vedo l’ora di parlare con il Pubblico Ministero per chiarire questa faccenda».
Pasqua è cresciuto a Settimo Torinese, in via Foglizzo. L’infanzia difficile e qualche scivolone giovanile cambiarono rotta nel 1999, quando fu intercettato da Pino Mercuri, ex campione italiano dilettanti, che lo convinse a salire su un ring anziché continuare con le scazzottate di strada. «Invece di fare a botte qui, vieni in palestra», gli disse.
Da quel momento, Pasqua ha intrapreso una vera carriera sportiva: boxeur dilettante e professionista, arrivò a disputare un match per il titolo italiano nei superwelter (poi sfumato), e visse anche un’esperienza formativa nella leggendaria Gleason’s Gym di New York, sotto la guida del maestro Hector Roca.
In una delle sue ultime interviste dichiarava: «La boxe era diventata la mia vita. Allenamento, disciplina, regole: è uno sport che ti educa. Ho visto tanti ragazzi cambiare strada grazie a quella palestra. Io sono stato il primo a crederci».
Pasqua descriveva la boxe come uno strumento di emancipazione: «Ti mette davanti a te stesso. Si diventa più maturi, si impara a mantenere la calma. Io ho fatto tante rinunce: niente feste, letto presto, attenzione all’alimentazione. È per questo che oggi tengo aperte le porte della mia palestra ai ragazzi difficili. Per i luoghi in cui sono cresciuto, e di cui vado fiero».
Nel processo, è accusato di far parte della locale di 'ndrangheta di Brandizzo. Secondo la DDA, avrebbe avuto un ruolo operativo nella logistica del gruppo, ma lui — il pugile — si dice pronto a dimostrare il contrario.
«Noi qua a Brandizzo l’unica famiglia che sappiamo che è autorizzata sono i Pasqua…». Questa frase, intercettata dai Carabinieri del Ros tra Domenico Claudio Pasqua e il cugino Michael, riassume l’essenza dell’impianto accusatorio dell’inchiesta Echidna: una struttura mafiosa radicata sul territorio, autonoma nelle azioni ma perfettamente integrata nel mosaico della ‘ndrangheta calabrese.
Secondo la DDA di Torino, Giuseppe Pasqua, classe 1943, originario di Mammola (RC), sarebbe il capo della cosca attiva a Brandizzo. Con lui, il figlio Domenico Claudio Pasqua (nato nel 1970 a Chivasso) e il nipote Michael Pasqua, classe 1983. A completare il gruppo c’è anche Giuseppe Taverniti, 46 anni, di Rondissone. Per tutti l’accusa è una sola, pesantissima: associazione mafiosa armata, con l'aggravante dell'articolo 416 bis.
Nelle 1.440 pagine dell’ordinanza firmata dal gip Luca Fidelio, il legame della famiglia Pasqua con le potenti ‘ndrine Nirta e Pelle di San Luca (RC) è tracciato in modo capillare. Giuseppe Pasqua risulterebbe affiliato sin dal 1994. Il figlio Domenico, invece, avrebbe ricevuto una dote da dirigente “al Santuario della Madonna di Polsi” nel 2015.

Luca Michael Pasqua
Un impero sul movimento terra
Il core business della cosca era chiaro: movimento terra e trasporti, soprattutto in relazione ai grandi appalti pubblici piemontesi. Le società della famiglia, come Autotrasporti Claudio S.a.s. e M.M.T. S.r.l., avrebbero ottenuto lavori grazie a intimidazioni, sovraffatturazioni e protezioni reciproche con altri gruppi criminali. Una delle accuse chiave riguarda i rapporti preferenziali con Sitalfa, CO.GE.FA. e Itinera, tra i principali committenti nel settore delle “Grandi Opere”.
Giuseppe Pasqua, secondo la DDA, manteneva relazioni dirette con i vertici aziendali e sovrafatturava le prestazioni rese a Sitalfa, restituendo parte degli introiti all’allora amministratore delegato Roberto Fantini. Sarebbe stato inoltre il garante dell’inserimento di ditte riconducibili ad altre famiglie ‘ndranghetiste in cantieri ad alta intensità economica.
«Mica comandano loro… comandiamo noi!», diceva Giuseppe Pasqua riferendosi alla CO.GE.FA., mentre coordinava — secondo gli atti — la gestione delle commesse e il controllo territoriale a Brandizzo. Era lui, sempre secondo l’accusa, a fornire “protezione” a imprenditori locali in difficoltà, dirimere controversie, pianificare attentati incendiari e condizionare — persino — le politiche locali sull’accoglienza dei migranti.
Domenico Pasqua: organizzatore e emissario
Il figlio Domenico Claudio Pasqua non era una figura secondaria. Al contrario: per gli inquirenti era dirigente operativo, interlocutore diretto delle cosche calabresi e pianificatore di azioni intimidatorie. Svolgeva sopralluoghi per attentati incendiari, eseguiva missioni risolutive per truffe subite da affiliati e imponeva la propria presenza in appalti pubblici nonostante interdittive antimafia.
Nelle intercettazioni, Domenico racconta di essersi recato al Santuario di Polsi, di aver stretto rapporti con personaggi come Nirta Domenico, Mammoliti Aurelio, e Costanzo Luciano, e di voler promuovere, a partire dal 2015, la costituzione di una nuova struttura della ‘ndrangheta a Brandizzo, in alleanza con altre famiglie e con l’appoggio del torrazzese Bruno Trunfio.
La sua influenza non si fermava alla sfera mafiosa: condizionava assunzioni, licenziamenti e assegnazioni nel gruppo Sitaf e manteneva legami stretti anche con ambienti istituzionali.
Michael Pasqua, “l’uomo d’azione”
Cugino di Domenico, Michael Pasqua era – sempre secondo la DDA – il braccio operativo, pronto ad affiancare lo zio Giuseppe e il cugino nelle questioni “delicate”. La sua figura sarebbe emersa in diverse situazioni:nell’intervento per fermare un’estorsione al bar Cristal di Chivasso, su richiesta di esponenti legati alla cosca di Volpiano; nella gestione di conflitti privati con valenza mafiosa, come il litigio con il compagno dell’ex moglie, conclusosi con la verifica incrociata delle rispettive “origini” mafiose per scongiurare ritorsioni; nella pianificazione congiunta con il cugino di una richiesta estorsiva da 1.500 euro, in difesa di un parente; nella diatriba per il controllo della palestra CrossFit Volpiano, in cui era socio con Agresta Domenico, figlio di uno storico collaboratore di giustizia.
Pur non emergendo un suo ruolo apicale, la sua funzione sarebbe stata quella di “farsi trovare disponibile”, di eseguire e accompagnare, di far valere con i muscoli la forza del cognome.

Una veduta del centro di Brandizzo
La struttura e i metodi
L’impianto accusatorio tratteggia una locale dotata di tutti i requisiti ‘ndranghetisti classici:i riti di affiliazione (come la “dote” ricevuta da Domenico a Polsi); il linguaggio criptico e simbolico (“falsa politica”, “animaluni”, “onore”); gli obblighi di mutuo soccorso tra affiliati, come sostenere economicamente detenuti; la capacità di incutere timore, documentata anche da “atti di sottomissione” spontanei da parte di truffatori che chiedevano scusa per aver danneggiato un familiare “dei Pasqua”; l'infiltrazione nei cantieri pubblici attraverso pressioni, spartizione di commesse e rapporti preferenziali con manager compiacenti.
La famiglia aveva la forza di bloccare gare, pilotare assunzioni, imporre alle amministrazioni pubbliche la scelta degli interlocutori. Nonostante le interdittive antimafia della Prefettura di Torino, le imprese dei Pasqua hanno continuato a lavorare — nel 2021, ad esempio, per il Comune di Verolengo, con un semplice noleggio di un carrello per trasporto escavatori.
Una ‘ndrangheta visibile e dichiarata
A differenza delle infiltrazioni silenziose di altre realtà criminali, i Pasqua non nascondevano la propria “autorizzazione”. La loro forza era nota e riconosciuta. Le intercettazioni raccolte nell’inchiesta sono piene di riferimenti espliciti a cosche calabresi, a vecchie glorie dell’Aspromonte, a dinamiche associative note solo agli “affiliati”. L’inchiesta Echidna ha fatto emergere un sistema articolato, stabile, capillare. E – a quanto pare – profondamente radicato.
La loro base? Brandizzo. Il teatro? L’autostrada A32 Torino-Bardonecchia. I protagonisti? Una famiglia che per dieci anni secondo le accuse avrebbe operato con la forza dell’omertà e con l’abilità del mestiere.
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