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Cronaca
27 Giugno 2025 - 19:19
«Sono due anni e mezzo che il mio grado è bloccato. Ma il grado non fa la persona. So di aver fatto il mio dovere. La giustizia farà il suo corso, ma intanto la mia carriera è stata stroncata».
In aula, questa mattina, la voce dell’ispettore Giuseppe Carabotta, 52 anni, si è fatta chiara, netta, a tratti spezzata. A pronunciarla non è un imputato qualunque, ma uno degli uomini che per quasi trent’anni ha lavorato nella polizia penitenziaria del carcere di Ivrea, entrato in servizio nel 1996 e rimasto in quell’istituto fino a quando le accuse lo hanno travolto.
Difeso dall’avvocato Antonio Mencobello, Carabotta ha deciso di sottoporsi all’interrogatorio, rispondendo alle domande dei procuratori generali Sabrina Noce e Giancarlo Avenati Bassi. Un’audizione attesa, che si è mossa tra il rigore della cronaca e le crepe personali lasciate dalle indagini.
Il processo in corso a Ivrea vede coinvolti oltre venti agenti, accusati – a vario titolo – di maltrattamenti, lesioni, abusi e falsi ideologici nella gestione dei detenuti tra il 2015 e il 2022. Ma è attorno a Carabotta che, oggi, si è concentrata l’aula. Due i nomi dei detenuti al centro del suo interrogatorio: Pasquale Di Lernia e Younes Amriti.
Il primo episodio risale al 10 giugno 2016, quando, dopo un’aggressione ai danni di un collega, il detenuto Di Lernia venne condotto in infermeria e successivamente, per ordine del Consiglio di Disciplina, trasferito in isolamento. In mezzo, il passaggio – cruciale – nella famigerata sala detta “acquario”.
«Non mi risulta che l’“acquario” venisse usato a fini punitivi», ha dichiarato Carabotta. «L’ho sempre conosciuto come un ambiente di attesa per chi doveva essere visitato o per calmare detenuti agitati. Non c’erano letti, né arredi, ma era un locale previsto per casi eccezionali».
Gli è stato chiesto se avesse partecipato a quello che nei fascicoli viene definito “l’esperimento Bonfiglioli”, una sorta di messinscena ispirata all’ermeneutica di Gadamer, con urla simulate da fuori mentre un detenuto era trattenuto dentro. Carabotta ha negato.

Il caso Amriti e il sangue sul pavimento
Ben più recente l’episodio che coinvolge Younes Amriti, giunto a Ivrea da Torino il 3 maggio 2021 con già alle spalle una lunga sequela di segnalazioni per comportamenti oppositivi e disordini.
«Quando l’ho incontrato, stava rifiutando la procedura di matricola. Successivamente, ho redatto io stesso la notizia di reato perché aveva rifiutato di firmare i documenti», ha spiegato Carabotta.
Sul fatto più grave – un tentativo di autolesionismo, avvenuto il 18 maggio, l’ispettore ha dichiarato: «Era in isolamento. Quando sono arrivato c’era sangue sul pavimento, il medico voleva intervenire, ma lui si opponeva. Ho assistito a quella scena, ma non sono intervenuto nei momenti precedenti. L’ho saputo solo il giorno dopo».
In chiusura, Carabotta ha scelto di rilasciare dichiarazioni spontanee. Poche frasi, ma pesanti. «Ho fatto tutta la carriera, da agente semplice a comandante. Ma da due anni e mezzo sono fermo. Finché questo processo non sarà concluso, non posso neppure presentare istanze di promozione. Ho fiducia nella giustizia, ma è giusto che si sappia che la mia vita è stata sospesa. Io ho fatto solo il mio dovere».
È un passaggio che colpisce, anche alla luce della gravità delle accuse che pendono su di lui e sui colleghi: celle lisce, pestaggi notturni, detenuti lasciati nudi o sedati nell’“acquario”, referti medici mancanti o contraddittori. L’inchiesta – scaturita da una lettera-denuncia e rilanciata dai Garanti – ha già portato alla derubricazione del reato da tortura a lesioni, ma restano in piedi decine di episodi documentati.Quello a carico di Carabotta è uno dei tasselli di un mosaico ben più ampio. La Procura generale contesta a molti imputati un “modus operandi consolidato”, fatto di soprusi coperti da relazioni mendaci, punizioni arbitrarie e isolamento abusivo.
L'“acquario”, ufficialmente una sala d’attesa, viene descritto nelle relazioni del Garante come una cella di contenimento di fatto, priva di ogni requisito minimo. Le testimonianze parlano di uomini lasciati a terra, denudati, esposti per ore. La “cella liscia”, collocata nel reparto isolamento, sarebbe stata usata come strumento di punizione in violazione della Convenzione europea dei diritti umani.
Il processo proseguirà il 4 luglio, con l’escussione di altri testimoni e nuovi documenti attesi in aula. Intanto, quello che resta oggi, oltre ai verbali e alle contestazioni, è la voce di un uomo che ha servito per quasi tre decenni lo Stato, e che ora ne attende il giudizio: «So chi sono. Ma ora, tutto è fermo. Anche la mia vita».

Il processo in corso al Tribunale di Ivrea non è un semplice procedimento penale: è un atto di verità atteso da anni. Al centro, una delle pagine più oscure della recente storia penitenziaria italiana: quella della casa circondariale di Ivrea, luogo dove – secondo le accuse – per anni si sarebbero consumati pestaggi sistematici, maltrattamenti, abusi d’ufficio e falsi in atto pubblico, il tutto coperto da un silenzio durato troppo a lungo.
Sono ventotto gli agenti della polizia penitenziaria attualmente sotto processo, alcuni ancora in servizio, altri nel frattempo trasferiti o in quiescenza. Tra loro anche funzionari di grado elevato, come comandanti di reparto o ispettori. Le imputazioni vanno da lesioni personali aggravate a falsi ideologici, passando per l’utilizzo illegittimo dell’isolamento, l’omessa vigilanza sanitaria, la coercizione fisica non autorizzata e l’uso di spazi impropri come celle punitive.
Tutto è cominciato da una lettera. A firmarla, nel 2016, fu Matteo Palo, detenuto allora recluso a Ivrea. Scrisse di botte, celle senza riscaldamento, isolamento arbitrario, di una stanza chiamata “acquario” dove si veniva rinchiusi senza scarpe, senza letti, senza voce. Le sue parole, pubblicate sul sito InfoOut, furono le prime di una lunga serie.
Da lì, il lavoro del Garante comunale, poi del Garante regionale Bruno Mellano, infine la visita ispettiva del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, con l’ispezione diretta di Emilia Rossi nel 2023. I rapporti emersi sono devastanti: descrivono celle lisce, acquari trasformati in camere punitive, referti medici manipolati, testimoni trasferiti poche ore dopo i fatti. Una struttura, secondo le parole del Garante, "fuori controllo".
Nel gennaio 2024, dopo anni di esposti, archiviazioni parziali e avocazioni, la giudice Marianna Tiseo ha disposto il rinvio a giudizio per 28 agenti. L’iniziale contestazione di tortura, prevista dal nuovo articolo 613-bis del codice penale, è stata derubricata a lesioni personali aggravate, sulla base di una sentenza della Corte di Cassazione che ha ristretto l’ambito di applicazione della norma.
Restano tuttavia decine di episodi al centro dell’inchiesta, documentati in atti e testimonianze, molti dei quali confermati da accertamenti medici indipendenti.
Due ambienti ricorrono in quasi tutte le testimonianze: la “cella liscia” e l’“acquario”.
La prima, collocata nel reparto isolamento, era priva di arredi, riscaldamento e finestre funzionanti, spesso sporca di feci, con materassi logori e un bagno inagibile. Veniva utilizzata per l’isolamento disciplinare, anche in assenza di procedimenti formali.
La seconda, l’acquario, si trova accanto all’infermeria. Ufficialmente classificata come sala d’attesa per visite mediche, è descritta dai garanti come una “seconda cella liscia”, in cui i detenuti venivano lasciati per ore – o tutta la notte – nudi, in condizioni degradanti, senza che venisse registrato alcun evento critico.
Secondo l’accusa, ogni volta che si verificava un episodio sospetto, i detenuti coinvolti – vittime o testimoni – venivano rapidamente trasferiti in altri istituti (Novara, Cuneo, Alessandria), così da allontanarli da eventuali riscontri. In alcuni casi, gli stessi medici del carcere risultano essere medici di base degli agenti, elemento che – come dichiarato in aula dalla ex direttrice Assuntina Di Rienzo – “poteva creare interferenze e conflitti d’interesse”.
Il processo è costellato anche da silenzi strategici. Lo si è visto nelle udienze precedenti, quando l’ex comandante Michele Pitti ha scelto di non rispondere a molte delle domande rivolte dalla procura. Lo stesso ha fatto più volte anche la direttrice Di Rienzo, limitandosi a raccontare i contorni generali, senza mai ammettere di aver visto o saputo con certezza delle violenze. Eppure i documenti parlano chiaro.
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