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Cronaca

Un dito amputato, documenti mancanti e accuse di falso: il processo SPRESAL - OMP si complica

Protagonista dell'udienza di oggi in Tribunale ad Ivrea è stato il perito della Procura dal cui lavoro ha preso avvio l’inchiesta

Un dito amputato, documenti mancanti e accuse di falso: il processo SPRESAL - OMP si complica

Un sopralluogo che ha fotografato la macchina sbagliata. Un pezzo di plexiglas incrinato. Un’operaio ferito e una catena di responsabilità che pare ancora tutta da chiarire. L’udienza di oggi nel processo sul caso SpresalOMP di Busano, celebrata davanti al collegio presieduto dalla giudice Stefania Cugge con a latere Edoardo Scanavino e Antonella Pelliccia, si è rivelata un concentrato di tensione tecnica e giudiziaria. Un’aula gremita ha seguito con attenzione le dichiarazioni di periti e consulenti, chiamati a fare luce su un incidente avvenuto nel luglio del 2018, e su un presunto falso compiuto anni dopo, durante una seconda ispezione del servizio Spresal dell'Asl TO4 (il servizio dell'ASL che si occupa della tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori negli ambienti di lavoro).

Protagonista della giornata è stato l’ingegnere Loris Amato, consulente della Procura, colui dal cui lavoro ha preso avvio l’inchiesta. È stato lui a sollevare l’ipotesi più grave: quella di falsificazione di documenti ufficiali redatti durante un accesso ispettivo eseguito dallo Spresal nell’ottobre 2022, ben quattro anni dopo l’incidente, su una macchina che, secondo lui, non era nemmeno quella giusta.

«Vedo tre fascicoletti di foto, ha dichiarato Amato, ma i luoghi non coincidono: le immagini del secondo sopralluogo non ritraggono la brocciatrice coinvolta nell’incidente, bensì quella gemella, la numero 61, situata in un altro reparto». Le foto, in bianco e nero, erano accompagnate da annotazioni non congruenti. Per Amato, questa discrepanza è centrale: «Per me quello è falso», ha detto senza giri di parole. «È stato dichiarato che la macchina era conforme quando non lo era. Averla sbloccata è stato un errore».

Una frase che ha fatto sobbalzare i banchi della difesa. Gli avvocati hanno provato a smontare l’assunto, cercando di distinguere tra “errore” e “falso”.

Il consulente ha inoltre ribadito che la brocciatrice 62, quella dell’incidente, non aveva i requisiti minimi di sicurezza. Non solo. Dopo il primo sopralluogo, secondo la Procura, la macchina fu dissequestrata senza che venissero ripristinati gli standard di sicurezza, permettendole di continuare a operare fino al 2022. «Una macchina pericolosa per tutti gli operai», ha concluso.

Amato ha escluso che l’infortunio del 2018 sia stato causato dall’usura dei perni locatori, ritenendo piuttosto probabile un malfunzionamento dei sensori del fine corsa. «Il pezzo si era mosso e l’operaio aveva la mano nella zona pericolosa da almeno 20 secondi. Se fosse stato un problema di aggancio, la broccia sarebbe caduta subito». Peccato però che i perni non siano più disponibili: erano stati messi sotto sequestro ma sarebbero spariti.

In aula è stato ascoltato anche il perito nominato dal Tribunale, che ha confermato: «Non ho potuto esaminare i perni, non ci sono. Manca anche il manuale d’uso e manutenzione della macchina. Non posso escludere un problema elettrico». Ma ha anche aggiunto che «i ripari non erano a norma» e che in quelle condizioni la macchina non sarebbe dovuta rientrare in funzione. Alla domanda della Corte se lui l’avrebbe dissequestrata, la risposta è stata secca: «No».

Il quadro, tuttavia, resta confuso. L’ingegner Fabrizio Vinardi, consulente tecnico per la OMP, ha sostenuto che il danno potrebbe essersi verificato solo a seguito di due guasti elettrici consecutivi, con una probabilità pari allo 0,002 percento. E ha aggiunto: «Anche un asteroide ha sterminato i dinosauri. Ma è successo una volta sola». Una frase che ha provocato reazioni perplesse.

Per Vinardi, inoltre, il pannello in plexiglas incrinato non doveva essere sostituito ma solo verificato. Quanto alla broccia, «non sarebbe caduta se non per una concatenazione estremamente rara di eventi». Tuttavia, ha ammesso che «nessuno riesce davvero a spiegarsi cosa sia successo. E per noi ingegneri questa cosa è terribile».

Sul fronte della difesa tecnica, anche l’ingegner Maurizio Fenocchio, altro consulente, ha indicato come possibile causa l’uso errato di un perno di dimensioni ridotte, definendo il problema meccanico. Ma anche lui ha dovuto ammettere che dalle foto non è stato possibile trarre certezze definitive.

Le difficoltà di ricostruzione sono legate anche alla mancanza di uno schema elettrico, alla possibile modifica dell’impianto dopo il dissequestro, e all’assenza di prove documentali su eventuali interventi. Eppure, come ha fatto notare l’avvocato Luca Emilio Fiore, la macchina ha continuato a lavorare per cinque anni dopo l’incidente, senza che emergessero anomalie. Un punto che getta nuove ombre: la brocciatrice 62 è stata restituita alla OMP il 2 agosto 2018 e, nonostante tutto, ha continuato a operare fino alla fine del 2023.

Un fatto che per la Procura rappresenta un ulteriore elemento di accusa: la macchina non era a norma, eppure ha continuato a essere utilizzata. Le prescrizioni imposte nel 2018, ha sottolineato il PM Bossi, erano subordinate a una verifica che, secondo l’accusa, non è mai stata realmente eseguita.

Nel corso dell’udienza si è parlato anche di prove a vuoto eseguite nel luglio 2018 da Orifici e Romano, due dei funzionari Spresal ora imputati. Ma, come ha spiegato il perito, «una prova a vuoto non equivale a un’analisi tecnica approfondita. Non permette di accertare se ci siano stati inceppamenti o guasti occulti».

La macchina incriminata è una brocciatrice risalente agli anni Settanta, costruita prima dell’entrata in vigore della Direttiva Macchine del 1996. È quindi soggetta a una verifica retroattiva dei requisiti essenziali di sicurezza (RES). Un punto cruciale, sollevato in aula dall’avvocato Aliprandi.

Il processo, lo ricordiamo, vede coinvolti otto imputati: sei funzionari Spresal e due dirigenti della OMP.

Si tratta di Letizia Bergallo (difesa dall’avvocato Alessia Caserio), Lauro Reviglione (avvocato Pio Coda), Massimo Gai (avvocato Luca Fiore), Salvatore Orifici (avvocato Andrea Aliprandi), Simone Gaida (avvocato Giovanni Lageard) e Barbara Masseroni (avvocato Paolo Campanale), accusati a vario titolo di favoreggiamento, falso e perdita del corpo di reato.

Dovranno invece rispondere di lesioni colpose gravissime il fondatore della OMP Michele Rosboch, 81 anni, e il figlio Fabrizio, amministratore delegato. I loro difensori, gli avvocati Gianluca Vallero ed Elena Corgner, hanno chiesto l’archiviazione.

La prossima udienza è fissata per il 16 ottobre 2025 alle ore 14.30, con l’interrogatorio degli imputati. Intanto, resta la sensazione che il processo OMP non sia solo un processo per un incidente sul lavoro, ma un esame complesso su come (non) funzionano i controlli in fabbrica, le verifiche post-infortunio e l’etica nella gestione delle emergenze tecniche.

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