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Cronaca

Operaio di Volpiano sequestrato, rapinato e minacciato con la pistola: tutto per un "merlo"...

A processo un imprenditore e altri due compici che rischiano una condanna ad oltre 4 anni di carcere

Foto di repertorio

Foto di repertorio

La chiamata d’aiuto arriva poco prima di mezzogiorno. È il 9 settembre 2017 quando un operaio romeno di 37 anni scappa a piedi lungo la bretella autostradale del raccordo di Volpiano. Raggiunge una colonnina SOS e urla al microfono: «Mi hanno rapinato! È stato il mio datore di lavoro». Un’auto della Polizia Stradale di Novara lo raggiunge pochi minuti dopo. Ha il volto tumefatto e i vestiti sporchi. Comincia a raccontare. E la sua versione, secondo l’accusa, non cambia mai.

Secondo la Procura di Ivrea, l’operaio sarebbe stato attirato in piazza Derna, a Torino, da L. S., classe 1977, imprenditore di Volpiano. Un appuntamento di lavoro, gli aveva detto. Ma poco dopo, l’uomo lo conduce su una strada sterrata con la scusa di recuperare documenti nella sede della società intestata alla moglie. Lì, ad aspettarli, ci sono A. T., nato nel 1975, e F. N., nato nel 1986, entrambi albanesi.

Da quel momento inizia un presunto sequestro. Secondo la denuncia, uno dei due estrae una pistola e L. S. impugna un coltello. Gli intimano di consegnare portafoglio e cellulare. Lo obbligano a risalire in macchina sotto minaccia. In auto, l’operaio viene colpito al volto e costretto a firmare alcuni fogli di dimissioni. Vogliono anche che restituisca un “merlo”.

Il “merlo” non è un animale, ma un sollevatore telescopico, un macchinario da cantiere noto anche come Manitou. Un attrezzo costoso, utile a spostare carichi pesanti. Secondo L. S., sarebbe stato sottratto dall’operaio. Ma quest’ultimo ha sempre negato: «Non so di cosa parli. Non l’ho mai visto».

I tre lo avrebbero quindi condotto con la forza presso la sede di una ditta in corso Europa, a Volpiano. Qui, secondo l’accusa, avrebbero cercato di costringerlo a firmare altri documenti. Ma lui approfitta di un momento di distrazione, si lancia fuori dall’auto in corsa e fugge. Raggiunge la bretella e riesce a chiedere aiuto.

Le indagini, condotte dal maresciallo Luigi Caiazzo, partono subito. Vengono analizzati i tabulati telefonici e controllata la posizione della Peugeot 207, trovata parcheggiata poco distante. I riscontri, secondo l’accusa, confermerebbero l’impianto accusatorio. Ma alcuni punti restano oscuri.

La persona offesa non è mai stata ferita. Non è stata mai trovata alcuna arma, né pistola né coltello. E soprattutto, come sottolineano gli avvocati difensori Fulvio Violo e Alice Abena, l’operaio ha fornito almeno tre versioni diverse dei fatti. Versioni che non ha mai potuto chiarire in aula: è infatti all’estero, in Romania, e non è mai stato sentito davanti al tribunale.

Secondo il pubblico ministero Filippo De Bellis, i tre imputati – L. S., A. T. e F. N. – avrebbero agito in concorso per commettere rapina aggravata, tentata estorsione e violenza privata. L’originaria accusa di sequestro di persona è caduta per mancanza di querela.

Il procedimento si svolge davanti al Tribunale collegiale di Ivrea, presieduto dalla giudice Antonella Pelliccia, con i giudici a latere Andrea Cavuoti e Lucrezia Natta.

Durante il processo, la difesa ha chiesto l’assoluzione: «Non ci sono elementi gravi, precisi e concordanti». La procura ha invece sostenuto la piena attendibilità della vittima: «Mai contraddittorio, sempre lucido». Dopo l’episodio, l’uomo avrebbe addirittura fatto espatriare moglie e figlio per paura di ritorsioni. A maggio 2018 sarebbe stata intercettata l’attività di L. S., che lo cercava freneticamente: telefonate, appostamenti, messaggi alla moglie dell’operaio.

Ma resta il fatto che non ci sono ferite certificate, né armi rinvenute. E nessuna prova concreta dell’esistenza o del furto di quel “merlo”. Solo sospetti, minacce, ipotesi.

Il processo è vicino alla conclusione. La procura ha chiesto 4 anni e 8 mesi per L. S. e A. T., entrambi recidivi, e 4 anni per F. N., senza aggravanti. Concesse le attenuanti generiche per la collaborazione difensiva, ma non per la condotta.

La prossima udienza è fissata per il 17 luglio alle 9. Toccherà alle repliche, poi la parola passerà al giudice. A lui il compito di scegliere se credere a una denuncia mai confermata in aula, o a tre imputati che negano tutto ma – secondo gli atti – quel giorno cercavano proprio lui.

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