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19 Giugno 2025 - 19:53
Spargevano il terrore per le strade di Ivrea come fosse un territorio da controllare. Colpivano in branco, senza scrupoli, anche sotto la luce del sole. A processo, davanti al Tribunale di Ivrea in composizione collegiale, presieduto dalla giudice Stefania Cugge, ci sono Antonio Gianni Capriulo, 30 anni, difeso dall’avvocato Federico Zinetti; Giovanni Merola junior, 27 anni, assistito dall’avvocato Marta Ruggero; e Manuela Fregonese, 38 anni, difesa dall’avvocato Paolo Campanale. Sono accusati, in concorso, di una lunga serie di reati: rapina aggravata, lesioni personali, porto illegale d’arma, minacce gravi, aggravanti di crudeltà, resistenza, oltraggio, atti persecutori. A pochi metri dal centro, a due passi da piazza Rondolino, chi li incrociava non dimenticava facilmente.
Il cuore del processo è un’aggressione feroce, consumata alle 14 di un pomeriggio di fine estate del 2020, quando una ragazza poco più che ventenne stava semplicemente rientrando a casa dopo il lavoro, con i suoi due cani al guinzaglio. Saliva le scale di piazza Rondolino, diretta verso l'ex hotel La Serra - quell'edificio a forma di macchina da scrivere in cui abitava, quando un uomo — conosciuto da tutti come “Tito” — le si è parato davanti, le ha puntato una pistola alla tempia e ha cominciato a urlare e colpirla. Con il calcio dell’arma, in faccia, in testa, sulle gambe. «Ho avuto graffi ovunque. Ho perso i sensi. I miei cani sono scappati dalla paura», ha raccontato oggi la giovane in aula, scossa da un tremore che non si è spento nemmeno con le domande del giudice.

Un’aggressione da regolamento di conti, nata — secondo quanto ha spiegato la testimone — da un episodio avvenuto la sera prima: «Avevo preso le difese di un mio amico, aggredito da Tito. Mi sono messa in mezzo. Il giorno dopo mi ha aspettata». E così è stato. Mentre rientrava in casa, l’ha sorpresa alle spalle e le ha scaricato addosso una violenza brutale. «Urlava che mi avrebbe uccisa, buttata nella Dora. Nessuno è intervenuto, c’erano madri con i passeggini, passanti, qualcuno riprendeva con il cellulare. Solo un ragazzo si è fermato ad aiutarmi, ma non mi ha mai detto chi fosse».
Quel giorno la ragazza, fragile, minuta, sommersa da un mare di botte — che chiameremo Laura, per proteggerne l’identità — non sapeva che la pistola fosse una scacciacani caricata a pallini in metallo. Lo scoprirà soltanto dopo, durante l’indagine della polizia. Ma intanto, la paura era stata reale. Terrificante. Come reale era la sensazione di essere rimasta sola.
Oggi, cinque anni dopo, quella paura si è trasformata in rabbia. Durante il riconoscimento fotografico, quando il pubblico ministero le ha sottoposto un fascicolo fotografico, Laura ha fermato lo sguardo su un volto. E lì, in silenzio, è esplosa in lacrime. Non era uno degli autori dell’aggressione di piazza Rondolino. Ma lei lo ha riconosciuto. E con un filo di voce ha detto: «Quell’uomo mi ha violentata».
Era un altro dei coinquilini dell'abitazione in cui viveva in quel periodo. Un ragazzo — ora identificato, anche se non imputato nel procedimento in corso — che l’avrebbe stuprata nel sonno, approfittando del suo stato di vulnerabilità. «Bevevo, ero appena stata cacciata di casa, ero confusa», ha detto in aula. Mai prima aveva denunciato quell’episodio. Non aveva trovato la forza, la lucidità, la protezione. Ma oggi, incastrando quel volto nella memoria, ha scelto di parlare.
Tornando al processo in corso, invece, nel medesimo fascicolo, il pm Alessandro Gallo contesta a Capriulo anche una rapina aggravata avvenuta appena pochi giorni prima, il 27 agosto 2020 alla Vinosteria Solativo di Corso Re Umberto 1. Un ragazzo — Luca, nome di fantasia — ha raccontato in aula: «Eravamo a cena con degli amici. Un gruppo di tre ragazzi si è avvicinato e uno di loro ha allungato la mano e ha preso il portafogli dal tavolo. Ho cercato di riprenderlo, ma sono stato colpito con violenza e sono caduto. Poi sono stato inseguito, strattonato, colpito ancora». Gli aggressori, secondo il teste, erano Capriulo, Merola e Fregonese.
A quella serata, caotica e violenta, seguirono colluttazioni, lanci di sedie e bicchieri anche in mezzo alla strada. Uno di questi, lanciato con violenza mentre il ragazzo era a terra, gli sfiorò il volto. Cinque giorni di prognosi, per traumi alla spalla, oltre a una cinquantina di euro rubati e un portafoglio finito in un cassonetto. Recuperato dai carabinieri solo qualche giorno dopo.

A chiudere il quadro, l'intervento della polizia nella casa di Capriulo, l’11 settembre. Era stato appena sequestrato un fucile a canne mozze. Gli agenti entrarono con cautela in via Aosta. Uno di loro, suonò alla porta. Gli agenti sul pianerottolo in quel momento sentirono lo scarrellamento di un’arma. Pochi secondi di tensione. Quando Capriulo aprì, fu subito bloccato. Disse che l’arma era nascosta in un vaso di fiori. Era una pistola ad aria compressa caricata con pallini in acciaio, senza tappo rosso. Durante la perquisizione furono trovate anche una falce, proiettili in metallo e droga.
Il processo va avanti. In aula, oggi, si è aperta una frattura emotiva difficile da ignorare. Non solo per la brutalità delle azioni contestate. Ma per ciò che stava sotto la superficie: la solitudine delle vittime, l’assenza di intervento, la paura che si accumula e non si racconta. Fino a quando, davanti a una fotografia, qualcosa si rompe per sempre.
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